I primi mesi della Grande Guerra


Dal libro “Al Fronte” di Luigi Barzini i racconti della nostra guerra nei primi quattro mesi del suo svolgimento, dagli ultimi giorni di maggio 1915 agli ultimi giorni di settembre, fatti dai corrispondenti dei giornali nelle zone di operazione.

…nell’alta valle dell’Isonzo…

La collina di Santa Lucia è oblunga, regolare, boscosa; ma a tratti il bosco cessa al bordo rettilineo di grandi prati in declivio, ombreggiati qua e là da qualche ciuffo d’alberi, rigati da un folto distendersi di siepi; anche la vetta è erbosa e scoperta. Adesso i prati sono qua e là sterrati dai colpi di cannone, scorticati, del colore dei campi arati, e la vetta, bucata dai crateri scavati dalle granate, uno vicino all’altro, ha quell’aspetto strano dei paesaggi lunari, pieni di cavità rotonde e di bordi circolari.

La nostra artiglieria rovesciò su Santa Lucia e su Santa Maria un diluvio di proiettili per preparare l’attacco. Coperte da quel fuoco, le nostre fanterie spezzarono i reticolati e si slanciarono alla baionetta. Una linea di trinceramenti austriaci fu conquistata. Poi un’altra. L’assalto saliva il declivio da ponente. L’urlo dei combattenti si udiva, alto, tremendo, dalle posizioni di artiglierie sulle alture vicine. Nelle trincee prese, delle compagnie intere di austriaci si arrendevano.

Durante la giornata del 16 agosto furono presi prigionieri 17 ufficiali e 517 soldati. Mitragliatrici, lucili, munizioni, formarono un rilevante bottino. Un reparto arrivò finalmente ad espugnare le estreme trincee, quelle della vetta di Santa Lucia, che girano intorno a due cucuzzoli simili alle due larghe gobbe di un cammello gigantesco.

Allora cominciò la tempesta delle artiglierie austriache. Non meno di quaranta cannoni concentravano un fuoco spaventoso sulle sommità del colle. Non vi era tempo per costruirsi dei ripari; bisognava ritrarsi dal costone più esposto. Ma ci tenemmo saldamente sui fianchi delle alture, dove ora si vedono serpeggiare i solchi profondi dei nostri trinceramenti, ai quali salgono strani viottoli di approccio. Gli austriaci rioccuparono le vette. Le loro trincee sono ad un centinaio di metri dalle nostre.

La vera forza di resistenza del nemico è nel cannone. La sua fanteria non si mantiene che nei punti sui quali la sua artiglieria può battere. Gli austriaci hanno dovuto abbandonare sempre i declivi per reggersi sulle creste. Dove le loro granate non arrivano, la loro difesa sparisce.

La battaglia continuò il giorno 17. Qualche nuova trincea fu presa. Altri duecento prigionieri vennero catturati. Ma la lotta più che di attacco era di consolidamento, di sistemazione, di preparazione. Violente avanzate nemiche scendevano alla notte. Erano respinte. Si combatteva e si lavorava ai bagliori dei razzi illiuninanti. Per lunghi giorni è continuata l’azione in episodi, sotto al fuoco dell’artiglieria nemica, che frugava il rovescio delle colline per impedire i rafforzamenti.

Il 9 settembre, nella notte, il combattimento ha avuto una ripresa furibonda. Con un assalto improvviso, un reparto nostro, sulla collinetta di Santa Maria, si è impadronito di un’altra linea di trincee, si è avvicinato alla vetta, sulla quale sorge una chiesuola, ora diroccata. Ma avanti agli assalitori, improvvisamente, balenarono fiamme azzurre, fantastiche, di liquidi infiammabili, l’ultima atrocità scientifica della Germania.

Lanciato a lunghi getti, il liquido spento, che non arrivò fino ai nostri, scendeva per il declivio a lunghi rivoletti invisibili e silenziosi, poi al contatto di una capsula incendiaria divampavano di colpo. Ed erano serpeggiamenti inverosimili di luce oscillante e pallida, era un fiammeggiare tortuoso e diafano lungo il pendìo, un  saettamento di vampe spettrali, presto estinte perchè la terra assorbiva il liquido, e le fiamme si abbassavano subito.

Morivano in un palpito scoppiettante, lasciando tutto intorno uno sfavillare minuscolo di brage, un pagliettìo ardente di fili d’erba accesi. Intanto da esplosioni violente di granate a mano si sprigionava l’acre odore di gas soffocanti, una nebbia che persisteva nella calma della notte.

I nostri si fermarono, urlando insulti e sfide: «Vigliacchi! Venite!»

 

(Dal libro “Al Fronte” di Luigi Barzini – 1915)

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