Pro Deo et Patria

Pro Deo et Patria (per Dio e per la Patria), i cappellani militari nella storia degli Alpini e delle Forze Armate

“Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.”
Dal libro dell’Esodo (capitolo 17)

L’assistenza religiosa ai soldati chiamati a combattere è una esigenza da sempre recepita nella storia di tutti i popoli. Nel nostro paese le prime notizie documentate risalgono agli Etruschi, presso i quali esisteva una casta sacerdotale guerriera. Nell’impero romano, l’imperatore Costantino che regnò dal 324 al 337 dopo Cristo, abbracciando il cristianesimo volle presso ciascuna Legione i sacerdoti ed una tenda per il culto religioso. Nel medioevo la fusione tra uomini d’arme e uomini di Dio divenne totale e sorsero diversi Ordini di monaci cavalieri. Nell’evo moderno si ebbe un costante graduale distacco fra la sfera religiosa e quella politica e nessuna delle due ammise l’ingerenza dell’altra ; l’assistenza spirituale ai soldati venne assunta, spesso in forma volontaria, prevalentemente dai frati.

Fra il 1500 e 1700, su richiesta dei comandanti delle varie armate, la figura dell’assistente spirituale veniva designata direttamente dal Pontefice, che nominava il Cappellanus Militiae (cappellano militare) per il solo periodo delle campagne di guerra. Il cappellano militare svolgeva la propria funzione esclusivamente all’interno degli ospedali da campo.

Le guerre d’indipendenza.

Il servizio religioso fu reinserito nei reparti dall’esercito piemontese. Nel 1859 si contavano circa 40 cappellani “permanenti”, suddivisi fra i Reggimenti e le Scuole Militari. Alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, i quadri del clero nell’esercito erano di circa 200 cappellani. Negli anni successivi, questo numero, ritenuto troppo oneroso per il nuovo Stato, venne gradatamente ridotto e nel 1878, principalmente per il marcato anticlericalismo dei Savoia, si ebbe la definitiva scomparsa dei cappellani “permanenti” dalle forze armate italiane. I comandanti dei reparti potevano comunque richiedere un sacerdote per le funzioni festive e per l’insegnamento religioso nelle Accademie. A pieno titolo rimasero solo i cappellani degli ospedali, reclutati dal Corpo Sanitario del quale adottarono i fregi ed i distintivi. Con la nascita della Croce Rossa Italiana, che si avvalse di personale regolarmente arruolato, si costituì il Corpo Militare Ausiliario. Nel 1887 venne stipulata una convenzione fra il presidente della Croce Rossa ed il Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini che si impegnò a fornire 60 cappellani. Questi cappellani, esenti dall’indossare la divisa, portavano il tradizionale saio francescano ed il bracciale della Croce Rossa sul braccio sinistro come segno distintivo.

Le prime campagne coloniali.

Durante le campagne d’Africa del 1896 e di Libia del 1911-12, la presenza dei sacerdoti fu esigua. Essi furono reclutati esclusivamente nel Corpo della Sanità per l’assistenza negli ospedali. Papa Pio X, ritenendo questa situazione inadeguata allo spirito cristiano, chiese alle autorità di governo che acconsentissero a tutti i sacerdoti presenti nell’esercito di svolgere, oltre a quello obbligatorio di soldato, anche il proprio ministero. Va infatti precisato che i preti ed i chierici (gli studenti nei seminari) non erano esentati dall’obbligo del servizio militare, ma era loro proibito svolgere qualsiasi attività religiosa presso i reparti di appartenenza. Nelle caserme quindi, pur essendoci un buon numero di religiosi, i soldati fruivano di una scarsa o addirittura inesistente assistenza spirituale.

La prima guerra mondiale.

Con la mobilitazione generale per l’entrata in guerra dell’Italia (24 maggio 1915) furono chiamati alle armi circa diecimila ecclesiastici. Il Ministero della Guerra al cui vertice vi era il generale Cadorna, che era un fervente cattolico, affrontò subito la questione con la convinzione che il prete tra i soldati dovesse essere un elemento di equilibrio e di conforto non solo per i feriti e gli ammalati negli ospedali, ma per tutti i combattenti e specialmente per quelli impegnati al fronte. L’iniziativa dello Stato trovò l’immediato consenso della Chiesa. Monsignor Angelo Bartolomasi, Vescovo ausiliario di Torino, venne investito dell’autorità di Vicario Castrense (o Vescovo di Campo) e posto a capo dei cappellani militari. A questa nuova organizzazione (non era ancora un Corpo) venne affidata la definizione delle regole dell’operato del clero militare, la gestione degli affari civili ed ecclesiastici per i territori occupati, le nomine dei cappellani militari nei reparti combattenti e le conferme o le rimozioni dei cappellani già mobilitati dalle direzioni di Sanità dei Corpi.

Ai cappellani fu assegnato un grado militare equivalente a quello dell’esercito : il Vescovo di Campo venne parificato a generale di brigata, i Vicari del Vescovo a maggiore, i coadiutori dei Vicari a capitano ed i cappellani a tenente. Oltre ai doveri di un ufficiale, ai cappellani fu riconosciuto anche lo stipendio da ufficiale. Per i preti-soldato operanti nelle direzioni di Sanità l’accettazione della nomina a cappellano militare non fu una scelta facile : all’attrazione alla promozione al rango di ufficiale si contrapponeva il gravoso impegno della gestione degli uomini e dello svolgimento delle funzioni militari.

Durante il conflitto molti furono i casi di tenenti cappellani che per esigenze del momento o volontariamente assunsero il comando dei reparti guidandoli in cruenti assalti.

I cappellani indossarono la divisa, i fregi e gli emblemi dei reparti di appartenenza con la sola differenza di una croce di panno rosso sul lato sinistro della giubba.

Furono ben 93 i cappellani caduti sul campo ed oltre 100 i prigionieri che seguirono i propri reparti nei campi di prigionia. Alto fu anche il numero delle decorazioni conferite al valore militare: 3 medaglie d’oro, 137 d’argento, 295 di bronzo e 95 croci di guerra.

Nelle Truppe Alpine prestarono servizio 300 cappellani. I caduti furono 15 e furono conferite 27 medaglie d’argento, 53 di bronzo e 13 croci di guerra.
Ai Battaglioni Alpini “Pinerolo” e “Val Pellice”, vista la consistente presenza di alpini valdesi, fu assegnato anche un cappellano protestante.

Tra le due guerre.

Con l’armistizio del novembre 1918 e la conseguente smobilitazione dell’esercito, vennero trattenuti dei cappellani per la pietosa raccolta dei caduti sui campi di battaglia e la loro tumulazione. Completata questa esigenza, i cappellani in soprannumero furono inviati in congedo e, smessa la divisa, ritornarono nelle parrocchie per riprendere il normale ufficio di sacerdote. Per spirito di Corpo e per i legami con i compagni d’arme, molti aderirono alle associazioni di ex combattenti che numerose nacquero nell’immediato dopoguerra, partecipando con vigore alle attività associative. In questo primo dopoguerra cominciò a delinearsi, sia a livello governativo che ecclesiastico, l’idea di istituire un Corpo di cappellani militari anche per il tempo di pace. L’11 marzo 1926 lo Stato Italiano sancì ufficialmente con una legge la nascita dell’Ordinariato Militare Italiano.

Con il Concordato fra Stato e Chiesa del 1929 (i Patti Lateranensi) venne ulteriormente valorizzata e disciplinata l’assistenza religiosa alle Forze Armate. Con la campagna in Africa Orientale del 1935-36 furono mobilitati 343 cappellani militari (11 negli Alpini) e fra questi furono decorati al valore militare 2 con medaglia d’oro, 3 con medaglia d’argento, 8 con medaglia di bronzo (1 agli Alpini) e 17 con croce di guerra (1 agli Alpini).

La seconda guerra mondiale.

Dal 10 giugno 1940 con l’entrata in guerra dell’Italia, gli oltre tremila cappellani militari mobilitati diventarono, sui vari fronti ed in prigionia, un indispensabile punto di riferimento e di conforto spirituale per i soldati ed i loro familiari lontani. Anche nelle tristi vicende vissute a seguito dell’armistizio dell’ 8 settembre 1943, che divise l’Italia in ideali contrapposti, sia dall’una che dall’altra parte non mancò la figura del cappellano militare, in gran parte accorsi per scelta volontaria. Fra il 1940 ed il 1945 furono 185 i cappellani militari caduti. Dei 27 cappellani militari alpini caduti, 23 sacrificarono la loro vita nella campagna di Russia. La loro opera si distinse soprattutto nei campi di concentramento per alleviare le sofferenze fisiche e spirituali dei nostri soldati prigionieri (a tal proposito consiglio la lettura del libro “Il cavallo rosso” di Eugenio Corti). Alto fu anche il numero delle ricompense al valore militare : 10 medaglie d’oro, 64 d’argento, 128 di bronzo e 215 croci di guerra. Di cui 2 medaglie d’oro, 18 d’argento, 31 di bronzo e 32 croci di guerra per i cappellani alpini.

Il dopo guerra.

Il ritorno alla pace e la graduale rinascita dell’esercito vide l’Ordinariato Militare impegnato a mantenere la presenza del cappellano militare nei vari reparti come componente tesa alla formazione del giovane e punto di riferimento in un particolare momento della sua vita.

La festa del corpo dei cappellani militari ricorre l’11 marzo, anniversario della loro costituzione. Il santo patrono è il francescano San Giovanni da Capestrano. Nel 1956 fu fondata l’Associazione Nazionale Cappellani Militari d’Italia.

Padre Reginaldo Giuliani

Giuliani Padre Il cappellano più decorato d’Italia fu Padre Reginaldo Giuliani. Nato a Torino nel 1887, entrò nell’Ordine dei Domenicani ricevendo l’ordinazione  sacerdotale nel 1911. Fu chiamato alle armi nel 1916 e chiese di essere assegnato agli Arditi. Combattè sul Piave ed a Vittorio Veneto ricevendo una medaglia d’argento e due di bronzo al valore militare. Nel 1919 fu a Fiume con i legionari di D’Annunzio. All’inizio della guerra d’Etiopia (1935) partì come centurione cappellano del I° Gruppo Battaglioni Camice Nere dell’Eritrea. Cadde in combattimento il 21 gennaio 1936 nella sanguinosissima battaglia di Passo Uarieu. Il suo corpo fu trovato tre giorni dopo sul campo di battaglia in mezzo a pile di cadaveri. Aveva una vasta ferita all’emitorace sinistro. La sciabolata gli era stata vibrata sulla spalla sinistra, dove sulla tasca della sahariana era visibile la croce rossa, segno distintivo dei cappellani. Gli fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.

(Articolo di Daniele Luciani per il Col Maòr n. 2 del 2006)

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