Reclutamento Alpino

Nel Col Maòr n. 1 del 1974 Mario Dell’Eva scriveva di una proposta di Legge, poi disattesa, a favore della leva nelle Truppe Alpine.

Ci è stata fornita in copia una proposta di legge riguardante il reclutamento alpino che negli ultimi anni ha assunto un carattere ed un espletamento diversi da quelli istitutivi e tradizionali.

Il reclutamento regionale e valligiano ha perso del tutto il suo valore e la sua forza, elementi che avevano determinato la creazione e l’irrobustirsi delle specialità alpine, attraverso un secolo di gloria e di dolore.

È interessante la premessa illustrativa alla proposta di legge anche perché è la prima volta che viene addirittura riportato un brano di una pubblicazione e si tratta del nostro giornale “L’Alpino”.

Riproduciamo la proposta ed i commenti così come sono nel testo originale.

SENATO DELLA REPUBBLICA – VI LEGISLATURA
DISEGNO DI LEGGE (N. 1398)
d’iniziativa dei senatori LICINI, CIPELLINI e CATELLANI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 29 NOVEMBRE 1973

Assegnazione alle specialità alpine dei cittadini soggetti agli obblighi di leva

ONOREVOLI SENATORI. — Dopo la guerra di indipendenza del 1870 l’Italia si trovò, al nord, con un vasto ed aspro confine alpino. Fu allora che il capitano Giuseppe Domenico Perrucchetti, basandosi sul logico principio che non v’è miglior combattente di chi lotta per difendere il suo casolare, il suo paese, la sua vallata (ciò sia per i motivi affettivi che lo legano alla sua terra, sia per la perfetta conoscenza che ha della stessa) predispose un piano in cui, divisa tutta la regione alpina di confine in zone comprendenti una o due vallate site a cavallo delle linee di comunicazione che valicavano le Alpi, destinava alla difesa di ciascuna zona un battaglione costituito dai « valligiani » del luogo.

L’impostazione del capitano Perrucchetti ebbe concreta attuazione con regio decreto 15 ottobre 1872, che costituì quindici compagnie destinate a vigilare lo sbocco delle vallate site lungo le frontiere settentrionali del nostro Paese.

Non è qui il caso di esporre i successivi sviluppi del Corpo alpino, le sue attività, le dure lotte e i sacrifici da esso sopportati, il triste seppur glorioso tributo di sangue dato alla Patria; quel che qui interessa ricordare è quanto leggesi in alcune pubblicazioni in materia: « gli alpini hanno realizzato una fulgidissima tradizione, uno spirito di corpo quanto mai saldo e caratteristico, una “naia alpina” del tutto singolare che li differenzia da tutti gli altri soldati » (Comando scuola militare alpina). « Il reclutamento regionale dona a reggimenti e battaglioni alpini una coesione morale eccezionale, permette che i figli militino nello stesso reparto dove hanno già fatro il soldato: i genitori, i nonni e i fratelli più anziani … La dirittura e il carattere dell’alpigiano serio e positivo per indole, preparato alle lotte dal duro ambiente della sua montagna, contribuisce a infondere nell’alpino la consapevolezza del suo valore individuale e militare, consapevolezza che, associandosi allo spirito regionale e allo spirito di corpo, fa sorgere in lui una particolare e fiera coscienza collettiva sempre pronta ad agire e reagire » (generale ZOPPI, in «L’Alpino»).

Il valore delle surriportate considerazioni è particolarmente esaltato dal dettato costituzionale che affida alle Forze armate, espressione democratica del popolo, il sacro dovere di « difendere » la patria. E il Corpo alpino sorse appunto per la « difesa » delle frontiere montane della patria e, anche in un.ben diverso periodo storico e clima politico, è sempre stato genuina e umana espressione del popolo.

Avviene, però, che in funzione del decreto del presidente della Repubblica 14 febbraio 1964, n. 237, sulla leva e reclutamento obbligatorio, molto spesso ì naturali tutori delle vallate alpine si trovino trapiantati nella « leva mare » in quanto, posta la apodittica priorità di detta leva, vi sono destinati:
1) coloro (art. 2, n. 1, lettera b) del decreto citato) che esercitino o abbiano esercitato (sì apprezzi il « passato »!) attività lavorativa sulle rive di « fiumi » (anche se, in ipotesi, detta attività consistesse nella demolizione di erode nell’alveo o sulle rive montane del « Sacro Piave »);
2) oppure, coloro che sono iscritti (articolo 2, n. 1, lettera e) del citato decreto) « a società o enti di pesca sportiva » (come se il pescare trote implicasse esperienza di navigazione);
3) oppure coloro (art. 2, n. 3 lettera e) che ‘sono o sono stati (si apprezzi sempre il « passato ») dipendenti di ditte che costruiscono caldaie (magari destinate al riscaldamento di uffici);
4) oppure coloro che sono o sono stati dipendenti di stabilimenti meccanici o industriali (anche se vi si fabbricano ramponi o piccozze per roccia) ubicati in paesi insistenti sulle acque interne (quindi, sempre per esempio, anche se insistono sulle rive del Piave, dell’Isonzo, del Tagliamento, eccetera!).

Orbene non si nega che la Marina abbia le sue esigenze di personale qualificato, ma, mentre è certo che la stessa povertà industriale delle zone montane determina una ben più ampia possibilità di reperimento di personale tecnico nelle zone costiere o comunque di pianura, non è logico, sotto qualsiasi aspetto si consideri il problema (sia di efficienza militare, sia umano, sia sentimentale) sconvolgere (per ben discutibili e dubitabili esigenze tecniche), un ambiente, una tradizione, una forma mentis che, mentre esaltano le capacità del montanaro se mantenuto nella sua terra, lo dissociano se lo si trapianta in un ambiente del tutto diverso come è vero (da che mondo è mondo) che monti e mare sono sempre stati considerati « naturali » opposti termini di confronto.

È contro questo illogico, determinato da impostazioni meramente tecnicistiche e burocratiche, che si intende reagire con il presente disegno di legge.

Lo spirito che lo informa non è né militaresco né campanilistico.

Non quindi esaltazione guerriera né una pretesa superiorità dell’alpino sul marinaio, ma solo esigenze di logica, oltreché di efficienza, consigliano di lasciare i montanari alla loro montagna e i marinai al loro mare onde esaltare e non distruggere quelle caratteristiche umane che danno ai singoli Corpi armati la possibilità di sentirsi compenetrati nella collettività che li esprime.

Per queste ragioni proponiamo che i montanari abbiano diritto di essere assegnati alle specialità alpine e prevediamo altresì un sistema di priorità che è legato alle ragioni | stesse che determinarono la costituzione del Corpo alpino.

Proponiamo infine che il sistema valga non solo per la leva dei militari di truppa, ma altresì per l’assegnazione alle specialità alpine dei sottufficiali e ufficiali di complemento sembrandoci giusto che tutto il CorI pò alpino, almeno nella sua struttura non professionale, corrisponda ai suoi princìpi informatori.

DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.

I cittadini, soggetti agli obblighi di leva, residenti in comuni classificati montani a sensi dell’articolo 3 della legge 3 dicembre 1971, n. 1102, hanno diritto, in deroga ad ogni diversa vigente disposizione di essere assegnati, su loro domanda e se fisicamente ido­nei, alle specialità militari alpine.

Art. 2.

Qualora nella singola leva, il numero dei ri­chiedenti fisicamente idonei superi quello del contingente assegnato alle specialità al­pine, va data preferenza a coloro che risie dono in comuni, classificati montani ai sensi della precitata legge, compresi in province confinanti con altro Stato.

Art. 3.

Le disposizioni di cui ai precedenti arti­coli si applicano anche ai fini dell’assegna­zione alle specialità alpine degli ufficiali e sottufficiali di complemento.

Art. 4.

La presente legge entrerà in vigore tre me­si dopo la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

thumbnail of disegno di legge leva alpinaScarica il file originale della proposta di Legge

~ o O o ~

Dopo aver letto questa proposta di legge, più che fare dei commenti che potrebbero sembrare ufficiali, mi limito a delle considerazioni, espressione dei sentimenti personali provocati in un alpino in congedo montanaro (non perché alpinista, ma perché attratto dalle nostre crede da un profondo ed istintivo amore e legato alle nostre tradizioni, al nostro linguaggio, al modo di pensare della nostra gente).

Io non avevo mai letto una proposta di legge prima, perlomeno le premesse illustrative. Sono rimasto veramente sorpreso e per due motivi.

Primo perché lo stile è di pura marca alpina, scanzonatamente efficace e logico. Parole del tutto degne di un qualsiasi giornale alpino.

Secondo perché i proponenti (che non sappiamo di quale partito facciamo parte e non ce le interessa) hanno dimostrato di essere degli alpini (ed è un onore per loro, non per noi) o quantomeno di aver capito le nostre cose alpine.

Potrebbe anche darsi (ed io ne sono intimamente convinto) che il testo illustrativo sia stato suggerito da qualcuno dei nostri 200 mila associati. Ed anche questo ci fa piacere.

Crediamo che la Sede Nazionale e la redazione de “L’Alpino” siano già informati del disegno di Legge da noi riportato. Non sappiamo perché non ne abbiano fatto oggetto di un articolo, articolo che avrebbe potuto dar vita a repliche, con relativa approvazione o dissensi.

Una presa di posizione dell’Associazione Alpini non credo che sarebbe controproducente. Almeno così sembra a me che sono un semplicione in fatto di politica.

DEM (Mario Dell’eva – ndr)

Ci piace far notare all’attento lettore che uno dei firmatari della proposta di Legge fu Paolo Licini, già sindaco di Feltre. A lui, quindi, in nostro doveroso omaggio, con un breve ricordo della sua figura, tratto da Wikipedia

PAOLO LICINI

Laureato in legge nel 1950, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta è stato sindaco della città di Feltre.

È stato Senatore della Repubblica nel corso della VI Legislatura.

In gioventù ha militato come portiere nella squadra di calcio ACIVI Vicenza, con la quale ha disputato le due partite del campionato bellico dell’Alta Italia del 1943, mai passato agli annali, sostituendo il titolare Domenico Rancan partito per il fronte.

La sua fase politica lo ha visto prima rappresentare il Partito Social Democratico e in seguito il Partito Socialista Italiano, dal quale fu infine estromesso in seguito a dissidi nati con De Michelis, leader socialista dell’epoca. Votò la mozione a favore dell’Autostrada Venezia-Monaco, affiancando la Democrazia Cristiana, dal cui senatore Arnaldo Colleselli ebbe pubblici ringraziamenti, in quanto votante determinante al passaggio della specifica.

 

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