Ricordi di un conicio “tubo” e furiere

La “naja” nel 1946 in un momento storico ricco di emozioni, per l’Italia del primo dopo guerra, nei ricordi di un giovane Mario Dell’Eva.

Si era nel luglio del 1946. Il battaglione “Feltre” si era ricostituito ufficialmente in febbraio ed aveva avuto la sua prima sede in quel di Este, vicino a Padova.

Eravamo accantonati in un vecchio convento o collegio: con 7 (sette) rubinettini che dovevano servire per la pulizia di 500 uomini; con una fossa che fungeva da latrina (facendo acrobazie su due assi malferme per non cadere in mezzo ai maleodoranti escrementi) ed una vecchia pompa in mezzo al cortile che dava sì acqua fresca, ma frammista a sabbia e dal caratteristico sapore di uova marce.

Le zanzare ci allietavano durante le ore di riposo, divertendosi a rendere come scolabrodi le parti scoperte di noi poveri “tubi” ed intonando serenate a non finire di violini tzigani. Nonostante tutto però il nostro entusiasmo era alle stelle. Avevamo vent’anni! E tutta una vita gioiosa spensierata davanti a noi.

Ricorderò sempre i rientri dall’istruzione del plotone comandato dal tenente Puglisi. Marciavano fieri “per otto” quei giovani Alpini, cantando allegre marce. Pur essendo appena finita una guerra disgraziata le cui ferite erano ancora aperte, molte finestre si schiudevano al canto di quei baldi giovanotti che marciavano per le vie del paese con il caratteristico cappello un po’ buttato all’indietro.

Ed il “povero furiere” chiuso in una stanza dall’odore di muffa, in cui era accampata la fureria del Comando di compagnia, mandava un po’ al diavolo tutti quegli elenchi, tutti quei fogli che si appiccicavano alle mani sudate e si affacciava alla finestra per respirare un po’ di quell’aria in cui si disperdeva il canto robusto e ritmato dei suoi commilitoni che rientravano dall’esercitazione stanchi, sudati, ma felici. E quel furiere correva dietro ai giri viziosi della sua mente…

Eravamo i primi soldati della Repubblica Italiana, anzi ante Repubblica, perché al “referendum” del 2 giugno eravamo già sotto le armi.
La gente allora ci guardava con aria trascurata, qualche volta anche con diffidenza o peggio con astio. Ma noi eravamo come tutti i soldati del mondo; Jovanotti chiamati con la cartolina di un certo colore per andare a “far la naja”. Quel dovere che ancora nessuna legge aveva abolito e che, probabilmente, mai abolirà. Avevamo dei superiori, sia ufficiali dei sottufficiali, a volte sfiduciati, perché non credevano in noi, né nelle leggi, né in loro stessi. Molti erano reduci da lunghi anni di prigionia in India, in America, in Germania.

Ma la vita militare, fatta di disciplina, di stellette, di uniforme, di ordini e contrordini, di signorsì e di molte imprecazioni, pian piano prendeva forma.

Però vivevamo ancora in un clima saturo di idee rivoluzionarie e di tensione. Esperienze amare di “tubi” senza istruzione pratica, senza aver prestato giuramento, mandati in ordine pubblico per uno sciopero a Verona. Ordine di non sparare, attorniati da una folla urlante e che a tratti ci faceva sentire il sibilo di qualche pallottola. Un tenente dei bersaglieri malmenato di dimostranti.

Altri ricordi ed esperienze poco lieti per il “referendum”.

Canto allarmante di fucile mitragliatore, nella notte scura, proveniente da un bosco poco lontano dal seggio: e noi avevamo 10 colpi a testa per un vecchio “Einfield” inglese!
Ma ti ricordo ancora, Costabissara, per il tuo clinto generoso e la simpatia con cui molti paesani ci guardavano.
Ricordi amico Bovo quel bel risveglio a Thiene? Così, per caso, sulla finestra di fronte all’aula delle scuole in cui eravamo accantonati ci troviamo la mattina una mitragliatrice che ci strizza l’occhio. Ti ricordi? Quel tale lo faceva così, per abitudine, ogni tanto per far prendere una boccata d’aria alla sua amica mitragliatrice. Minacciarci? Ma nemmeno per sogno! Proprio lui!
Strani ricordi di un dopoguerra strano, ancor permeato dell’odio che la guerra fratricida aveva seminato…

Feltre è la nostra sede definitiva dopo quella pausa di Este.
Dopo Alano si comincia a sentire aria di casa.
Feltre. Prima delusione: nessuno ci aspetta; nessuno ci viene ad accogliere. Possibile? Forse, dato il ritardo della tradotta (due ore), la gente si è stancata; forse… …strani pensieri.
“Zaini in spalla…! 65ª compagnia… Attenti…!” ordina il nostro Capitano Zaglio.
“Primo plotone… Avanti… March!”
Ed il tenente Puglisi intona: “E dimmi di che paese, di che paese sei, son bellunese, son bellunese…”.
Siamo già in Largo Castaldi. La gente che dapprima ci guardava incuriosita, comincia a sorridere. Si sente qualche battimano.
E noi continuiamo: “Dimmi chi ti ha rotto la tazza, il bicchiere, la cicchera, sei troppo piccola, sei troppo piccola…”.
Molti sono usciti dei caffè, dei negozi e ci sorridono; ci considerano ormai dei loro e noi li ringraziamo intimamente di questo, solo di questo. È l’unica cosa in cui avevamo sperato.

Poveri “tubi” inesperti, senza gloria sulle spalle, senza campagne di guerra, senza ricordi di notti passate all’addiaccio in montagna.

Ma avevamo un cappello e una penna che cercavamo di portare nel più fiero dei modi: eravamo Alpini!

ALPINI DEL “FELTRE”!

Dem

(Articolo di Mario Dell’Eva per il Col Maor numero 1 del 1965)

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