San Martin

11 novembre – Una data importante per le nostre tradizioni

La prima cosa che viene in mente a tutti è la nota rima …castagne e vin, qualcuno poi ricorda pure che si tratta del Santo Patrono del capoluogo cittadino, soprattutto in virtù del fatto che per tale motivo è giorno festivo. Pochi ormai sanno che l’11 novembre rappresenta il capodanno rurale, non solo dalle nostre parti, ma ovunque il clima e l’andamento stagionale coincidono con quelli a noi familiari.

L’annata agraria infatti non è scandita dal calendario solare, ma trova inizio e fine proprio l’11 di novembre, San Martino; non a caso, né per convenzione, bensì per caratteristiche proprie dell’agricoltura di tipo continentale, particolari di qualche tempo fa.

Il ciclo colturale dei cereali più comuni come frumento, orzo, avena, definiti appunto “autunno-vernini”, si completa a cavallo di due anni solari essendo seminati in autunno e raccolti nell’estate successiva.

Anche la foraggicoltura più classica, apparentemente concentrata nella fienagione primaverile ed estiva, inizia alle prime gelate autunnali con le concimazioni organiche da eseguirsi prima delle nevicate onde ottenere i migliori benefici agronomici.

L’allevamento del bestiame bovino nel modello più antico, essendo intimamente legato alla pratica dell’alpeggio, era caratterizzato da una marcata stagionalità che cominciava con i parti dopo la metà di novembre in modo tale da avere la vacche “fresche” in inverno, di nuovo “piene”, cioè gravide, a febbraio e poterle mandare in montagna ai primi di giugno, “sute” o quasi. L’alpeggio terminava a metà settembre con le vacche “pronte”, ossia gravide al 7°- 8° mese.

Dunque San Martino capodanno agricolo, momento di raccolti, di nuovi propositi e di festa, ma non è stato sempre così, anzi!

In molte parti del nord Italia così come qui da noi, per moltissimo tempo fino a pochi decenni orsono, le campagne erano condotte a “mezzadria”. Si trattava di un accordo associativo tra un proprietario terriero (paròn) e un prestatore d’opera (mezzadro o colòno). Il primo metteva il capitale fondiario, la terra e i fabbricati, il secondo la forza lavoro, sua e di tutta la sua famiglia. In comune erano le cosiddette scorte vive e morte, cioè gli animali, le attrezzature, il fieno, il letame, ecc., stimate al momento dell’accordo ed eventualmente al suo scioglimento. Gli utili, o meglio, le produzioni dovevano essere divise a metà; da qui la definizione specifica di mezzadria.

Il contratto o l’accordo quasi mai era sancito da scritture, né si basava su norme certe, ma era regolato da rapporti verbali, molto spesso indiretti tra le parti, mediati attraverso l’intervento di una persona di fiducia del proprietario quale il “castaldo”.

L’elemento che più caratterizzava questa modalità di conduzione dei fondi agricoli era l’estrema precarietà del rapporto, il quale poteva interrompersi ad ogni fine annata, anche per decisione insindacabile del proprietario e con motivazioni spesso banali.

Tutto ciò dava origine ad una sorta di movimento migratorio, a volte a breve raggio altre volte più esteso, di intere famiglie che si spostavano con le loro poche cose da una colonìa ad un’altra e questo fenomeno, visto il periodo nel quale avveniva, era comunemente definito “far San Martin”.

La cosa era vissuta dai diretti interessati spesso come un’umiliazione (…i li ha mandadi via) e si realizzava perciò in un clima di mestizia e riservatezza; quasi sempre le partenze infatti avvenivano prima dell’alba alla presenza solo e non sempre, di qualche vicina che nottetempo preparava e discretamente consegnava una polenta “par al viado”, o del prete che alla Messa dell’aurora ricordava i partenti, in particolare i bambini, e benedicendoli invocava per loro speciale protezione.

Ecco spiegato il motivo per il quale il termine “far San Martin” per molte persone assume ancora oggi il significato di distacco dalle cose e dagli affetti, cambiamento delle consuetudini, preoccupazione per il futuro, ma, allo stesso tempo, di rinnovamento e cristiana aspettativa per un domani migliore.

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Mentre terminavo di scrivere questa cronaca mi è tornata in mente un specie di poesia che avevo scritto in occasione del funerale di un vecchio conoscente e vicino di casa al quale ero particolarmente affezionato. Mezzadro prima e coltivatore diretto poi, Bepi era una persona alla quale mi sentivo legato e attratto non tanto per il suo carattere o per particolari doti di simpatia, anzi, ma per il carisma che emanava, per l’amore e attaccamento alla terra che ci accomunava, per la sua austera saggezza che esprimeva non a parole ma semplicemente con l’aspetto fisico, con i segni che una vita di lavoro aveva profondamente scolpito nelle sue rughe.

Scrissi di slancio quelle poche righe, certamente senza rispettare regole canoniche di lessico e metrica, per cercare di fermare con delle parole il ricordo di quel suo braccio alzato in un tremolante saluto denso di significati che mai mancavo di incontrare con lo sguardo in tutte le stagioni e durante lo svolgimento dei lavori agricoli.

Da quel giorno d’autunno di molti anni fa, la mia emozione scritta è rimasta in un foglio manoscritto riposta all’interno di un libro e conosciuta sola da mia mamma e dai familiari di Bepi ai quali la regalai pochi giorni dopo la sua morte. Oggi ho deciso di condividerla con i lettori del “Col Maòr” visto l’argomento trattato in questa occasione.

 

Come an goto de clinto

 

Bepi,

sto colpo te ha volest “far San Martin”

te ne ha asà(1) par andar a zarpir(2) le vide(3) del Signor,

par vendemarghe(4) la so ua(5) santa.

Parecene(6) an goto(7) de clinto, de quel bon,

bon come ti!: senza tanti gradi,

né masa dolz(8), ma bon…

…con dentro al saor(9) de staion(10) balorde,

de tera redosega(11), de brosa(12),

de cai(13) e de sol.

An vin che fursi nol conterà gnent(14),

ma che l’asa(15) al so ricordo sul palato,

sul goto…

…ma sopratuto sul cor!

LEGENDA:

(1) lasciato; (2) potare; (3) viti; (4) vendemmiare; (5) uva; (6) Prepararci; (7) bicchiere; (8) dolce; (9) sapore; (10) stagioni; (11) arida; (12) brina; (13) calli; (14) niente; (15) lascia.

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