Semenàr, Sarìr, Sapàr e Solzàr

A pronunciarli così sembra di sentire i nomi di quattro principesse arabe, accomunate tra loro dalla stessa iniziale del nome del proprio sultano: al Sorch, protagoniste di una delle tante favole di Mille e una notte.

In realtà questi termini hanno ben poco da spartire con la danza del ventre, tappeti e tesori di fiaba, anzi, a dir la verità, a molte persone il loro suono più che ricordare piacevoli ed ammalianti movimenti di danza, suscita ancora il ricordo di fatiche, dolorosi piegamenti e mal di schiena.

Stiamo parlando, infatti, di pratiche agronomiche legate alla coltivazione del mais, in un periodo non molto lontano, dove non esistevano ancora seminatrici di precisione, diserbanti o sarchiatrici automatiche.

Fino agli anni settanta, prima cioè dell’introduzione massiva degli ibridi, venivano coltivate varietà locali come marano, sponcio, cinquantino, biancoperla, ecc. le quali se da una lato erano sicuramente meno produttive e resistenti alle avversità, d’altro canto consentivano, in quanto linee pure, l’auto approvvigionamento della semente (gli ibridi vegetali e animali, infatti, in prima generazione sono generalmente sterili).

La produzione era quasi esclusivamente dedicata all’alimentazione umana, solo successivamente la destinazione zootecnica di questo cereale diventerà predominante rispetto alla prima. E’ curioso ricordare che per un certo periodo la denominazione “mais” era attribuita esclusivamente agli ibridi di recente introduzione, distinguendoli, quasi appartenessero ad una specie diversa, rispetto al sorch da polenta da sempre coltivato. (…no l’è sorch pai cristiani, al l’è mais…roba da darghe ai porzèi!).

La semina avveniva a mano (col sponciòn), oppure mediante l’utilizzo di rudimentali macchine costruite in legno e ferro e trainate dagli animali. Successivamente vennero impiegate delle seminatrici meccaniche in ferro applicabili, a seconda della dotazione aziendale, posteriormente alla trattrice, oppure anteriormente alla motofalciatrice, agganciate al supporto della barra di taglio. Queste metodologie di semina portavano alla formazione di file tutt’altro che rettilinee, così come lo spazio interfila era piuttosto variabile.

La distanza tra le file era molto più ampia d’oggi poiché era calcolata per consentire il passaggio senza far danni degli animali da traino durante le operazioni colturali e delle persone, con i relativi zest da carga, per la raccolta dei prodotti, ovviamente manuale.

L’investimento lungo la fila risultava sempre in eccesso perché le seminatrici meccaniche distribuivano “per caduta” un elevato numero di semi molto vicini tra loro, rendendo necessario perciò provvedere al diradamento (shciàrir).

Era consuetudine, allora, coltivare in consociazione con il mais anche i fagioli, sfruttando il primo quale sostegno naturale per i secondi. I fagioli erano seminati a mano lungo la fila, negli spazi lasciati liberi dal diradamento, e interrati con un abile movimento del calcagno in gruppetti, rigorosamente dispari, composti da tre o cinque semi.

Assieme alle colture, però, nei campi resi freschi e fertili grazie ad abbondanti letamazioni e rigorosi avvicendamenti, crescevano rigogliose anche numerose infestanti che andavano per forza estirpate onde limitare la concorrenza alle colture.

Prima che la chimica diventasse sovrana delle campagne l’unico sistema conosciuto per eliminare le erbacce era quello di sapàr, cioè zappare a mano il campo con lo scopo di operare il distacco dell’apparato radicale delle erbe e consentire al mais de scamparghe, ovvero di prendere qualche settimana di vantaggio nella crescita, assumendo la dominanza vegetale sulle concorrenti spontanee.

Per sapàr veniva utilizzato il sàrcol, tipica zappa di montagna caratterizzata da un doppio utensile triangolare contrapposto affilato e dalla forma allargata, in grado anche di aprire solchi (concòi), rincalzare le colture (darghe tera) e scavare per raccogliere le patate.

Con l’ampliarsi delle superfici coltivate fecero necessariamente la loro comparsa rudimentali attrezzature a trazione animale o meccanica che, se non sostituivano completamente il lavoro manuale, almeno aumentavano l’efficienza delle ore impiegate. Si trattava di piccoli aratri polivalenti, ai quali, sostituendo il tipo di vomere, si attribuivano funzioni di sarchiatore (saridor) o di assolcatore rinacalzatore (solzarol). Nel primo caso venivano applicati due piccoli vomeri convergenti (recie) che avevano lo scopo di allontanare un piccolo strato superficiale di terra dalla fila verso il centro dell’interfila (ciorghe tera), sarchiando, quindi, le infestanti presenti.

Nel secondo caso l’utensile applicato era un vomere bilaterale divergente con la possibilità di regolare l’angolo di apertura (vèrder o seràr le ale) e modificare, di conseguenza, l’ampiezza del solco. Il solzarol serviva per aprire un solco al centro dell’interfila, interrare le infestanti estirpate e appassite e rincalzare la terra alla base delle piante coltivate. Tutto l’attrezzo era costituito da un asse centrale, una ruota anteriore metallica regolabile in altezza, l’utensile vero e proprio e due manette posteriori con le quali alzare e abbassare il vomere, correggere la direzione e l’inclinazione del laoro.

Dato il suo costo relativamente elevato, il solzarol o saridor veniva acquistato spesso in società da più famiglie o colonìe, così come il suo impiego era collaborativo, cioè ci si aiutava vicendevolmente utilizzandolo a turno. Per sarìr e solzàr occorrevano minimo due addetti, meglio tre: uno alla guida dell’animale o del mezzo di trazione, un secondo a manovrare l’attrezzo e un terzo, se disponibile, a coadiuvare il manovratore per le frequenti regolazioni dell’attrezzo, oppure per scostare e proteggere le piante dei fagioli non ancora avviluppate al mais o, ancora, per districare i tralci del convolvolo (beluriga) avvolti alle piante coltivate ed evitare così che l’azione della macchina provocasse la strappatura dei germogli delle colture invase.

Tra i due interventi “meccanizzati” era necessario un passaggio di rifinitura manuale per rimediare alle imprecisioni e carenze determinate, soprattutto, dall’anzidetta irregolarità di investimento prodotta dal tipo di semina, in altre parole, bisognea sapàr. Il lavoro era particolarmente faticoso e usurante, in particolare per la posizione china del dorso che richiedeva ed era relegato in special modo alle donne che vi si dedicavano nei momenti di pausa della concomitante fienagione, al mattino presto o nel tardo pomeriggio, oppure quando il tempo, facendo le bizze a metà giornata, interrompeva in maniera imprevista la raccolta del fieno.

Fin tanto che le famiglie contadine erano composte da numerose persone, anche questo lavoro era svolto in compagnia, così che una parola scambiata ogni tanto o una cantatina potevano alleviare in qualche modo la fatica, ma con l’andar del tempo, a restare nei campi erano sempre in meno e perciò anche sapàr diveniva un’operazione svolta spesso in solitudine, con solo i propri pensieri ad accompagnare il lento e curvo procedere lungo interminabili e apparentemente infiniti concòi , alzando speranzose ogni tanto lo sguardo per cercare di intravedere il traguardo dell’opposto cavedàl (solco trasversale perpendicolare all’orientamento del campo che delimita l’inizio e la fine della particella coltivata), dove ad attenderle, a volte, si trovavano i bambini più piccoli addormentati o sistemati alla meglio sopra un varòt. Altro che danza del ventre e principesse arabe!

 

(Articolo di Paolo Tormen per il Col Maòr n. 2 del 2007)

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