Silvio Toffoli, un “ragazzo” del 7° Alpini

La testimonianza di Sivio Toffoli con il 7° Alpini in Jugoslavia nel 1941-42

Con il suo metro e 80 di statura, era il più alto della Compagnia, tant’è che il suo capitano, Gaudenzio Campanella, l’aveva soprannominato “Velico” che in slavo significa appunto il più alto.

Silvio Toffoli, classe 1921, matricola n.9665, decorato con due Croci al merito, è chiamato alle armi il  25 gennaio del 1940.

Il 14 gennaio dell’anno successivo, dopo l’addestramento, è assegnato alla 77ma Compagnia Battaglione Belluno del 7mo Reggimento Alpini. E nel maggio viene promosso caporale. Il 16 ottobre è imbarcato a Bari e sbarca a Cattaro, con destinazione il Montenegro, dove il suo reparto ha il compito di combattere i partigiani jugoslavi.

La zona di operazione si trovava nei pressi di Bioce, ad una 15 di chilometri da Podgorica, capitale del Motenegro.

“E’ qui che ho visto i primi morti – racconta Silvio – Erano i corpi nei  nostri soldati del Battaglione Val Natisone, il reparto che era rimasto isolato e che dovevamo soccorrere.

A Podgorica il nostro compito era quello di assicurare i servizi di guardia al Campo di concentramento italiano dove venivano rinchiusi i ribelli ed i partigiani jugoslavi. Inoltre, dal dicembre del ’41, dopo essere stati aggregati alla 249ma Compagnia del Battaglione Val Leogra, effettuavamo i rastrellamenti per catturare i partigiani, con incursioni della profondità di 120 chilometri.

In una di queste operazioni, il I° dicembre 1941, una settantina di nostri commilitoni fu catturata. Di loro si salvarono soltanto in 13, che riuscirono a fuggire nel giugno del ’42. Ma quando raggiunsero il campo italiano dovettero subire un lungo interrogatorio, perché si temeva che avessero fornito informazioni al nemico in cambio della libertà. Successivamente furono incorporati ognuno in reparti diversi e fatti rientrare in Italia.

Dall’aprile del ’42, per i due mesi successivi, il nostro lavoro si concentrò esclusivamente sui rastrellamenti. Se venivano catturati uomini armati erano fucilati, mentre quelli disarmati venivano imprigionati nel Campo di concentramento. Il 20 agosto del ’42 il nostro reparto rientra in Italia.

Da Torino, a metà novembre siamo a Tolone, sulla costa francese, comandati dal tenente colonnello Giovanni Lucchetta, per attrezzare la spiaggia con  travi di cemento antisbarco. L’armistizio dell’8 settembre del ’43 eravamo a Montecarlo. Da qui inizia il rientro in Italia, attraverso il Col di Tenda dove il 12 settembre siamo riusciti a trovare abiti borghesi e quindi, dividendoci in piccoli gruppi, ci siamo avviati ognuno a casa propria.

Il 15 settembre a mezzanotte finalmente ero a Salce.

Dopo aver  percorso a piedi il tragitto dalla stazione ferroviaria di Sedico dov’ero sceso  per evitare quella di Belluno. Perché ci avevano detto che tutte le stazioni principali erano controllate dai tedeschi o dai fascisti che aspettavano i soldati italiani per arruolarli a fianco al III° Reich, arrestando chi si rifiutava.

Ma il periodo più pericoloso l’ho passato qui a Belluno dall’8 settembre del ’43 fino alla fine della guerra – conclude Silvio – perché bastava poco, anche un semplice sospetto, per essere uccisi dai partigiani”.

(Roberto De Nart)

Ricondando Silvio Toffoli

Nato a Vittorio Veneto l’11 giugno 1921, arriva a Salce con la famiglia e i suoi sette fratelli nel 1939 per coltivare i terreni di proprietà  Giamosa a Salce. Neanche il tempo di ambientarsi che viene chiamato alle armi il 25 gennaio 1940.

Assegnato alla 77^ Compagnia Battaglione Belluno del 7° Reggimento Alpini il 14 gennaio dell’anno successivo, nel mese di maggio viene promosso caporale.Il 16 ottobre sbarca a Cattaro con destinazione Montenegro, dove il suo reparto ha il compito di combattere i partigiani jugoslavi nella zona di Podgorica, ma anche assicurare i servizi di guardia al Campo di concentramento italiano dove venivano rinchiusi i ribelli ed i partigiani jugoslavi.

“Velico” Toffoli, a Cuneo nel 1942

Con il suo metro e 80 di statura era il più alto della Compagnia, tant’è che il suo capitano l’aveva soprannominato “Velico”, che in slavo significa appunto più alto. Nel dicembre del ’41, la 249^ Compagnia del Battaglione Val Leogra, alla quale era stato aggregato, effettuò rastrellamenti per catturare i partigiani con incursioni della profondità di oltre 120 chilometri ed in una di queste una settantina di suoi commilitoni furono catturati e soltanto tredici si salvarono riuscendo a fuggire nel giugno del ’42. Il 20 agosto del ’42 rientra con il suo reparto in Italia ed inviato nel mese di novembre a Tolone, sulla costa francese, per attrezzare la spiaggia con travi antisbarco in  calcestruzzo.

L’armistizio dell’8 settembre ’43 lo trova a Montecarlo e da qui inizia l’avventuroso rientro in Italia attraverso il Col di Tenda dove, il 12 settembre, riesce a trovare abiti civili, avviandosi verso casa.

Alla mezzanotte del 15 settembre era finalmente a Salce, dopo aver percorso a piedi il tragitto dalla stazione ferroviaria di Bribano dov’era sceso per evitare i tedeschi che controllavano quella di Belluno, pronti ad aspettare i soldati italiani per arruolarli a fianco del III° Reich, arrestando chi si rifiutava. Trascorse guardingo il pericoloso periodo del dopo 8 settembre fino alla fine della guerra, perché bastava un semplice sospetto per compromettere il proprio destino.

Riprende il lavoro dei campi in località Cerentin a Col di Salce e nel 1966 entra nel mondo in forte espansione dell’industria quale  dipendente della Comedil a Ponte nelle Alpi, dove matura il suo meritato riposo andando in pensione nel 1982.

Da sempre impegnato nel volontariato con la “Scola dei Mort”, ha curato in modo esemplare la manutenzione del nostro cimitero, è stato amministratore della locale Latteria sociale ed un valido fondatore della società “Mutua delle vacche”, a quei tempi un valido strumento solidale per aiutare i contadini che perdevano per malattia le vacche da latte.

Grande appassionato di caccia, la praticò in modo esemplare fino al compimento del suo 80° compleanno. La Comunità di Salce perde un importante componente che rappresentava la “memoria storica” della nostra frazione ed il Gruppo Alpini un esemplare socio che ha dedicato i migliori anni della sua gioventù per costruire un’Italia libera e solidale.

Il Gruppo Alpini, il Consiglio direttivo e la Redazione di Col Maòr sono vicini in questo triste momento ai figli Gilma con Mirco e Antonio con Angela, agli amati e premurosi nipoti Elena e Federico ed in particolar modo alla sorella Zarina che, pur con le sue difficoltà, lo  ha aiutato a percorrere serenamente il sentiero più difficile della vita.

C.E.

(Articoli di Roberto De Nart e Ezio Caldart per il Col Maòr n.2 del 2005 e n. 3 del n. 2010)

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