…sommerso, scompariva nella mischia….

Caporal maggiore Coletti Pietro. Medaglia di bronzo al valor militare

“Capo squadra alpini, durante un aspro combattimento, si distingueva per coraggio guidando la squadra in audaci contrassalti. Ferito, continuava la lotta fino al termine del combattimento. In successiva azione, confermava il suo ardimento finché, sommerso, scompariva nella mischia.”

Selenij Jar (Russia), 15 gennaio 1943

Sommerso, scompariva nella mischia…

Queste parole così striminzite, così scarne nascondono però tutto il dramma di quei giorni tragici della ritirata di Russia.

Quei giorni che abbiamo vissuto trepidando nell’attesa di amici o di parenti, che ci sono stati rinnovellati da coloro che sono riusciti ad uscire dalla tremenda sacca, che i racconti dei superstiti hanno descritto nellaloro bestiale sofferenza fisica e morale, ci balzano davanti ai nostri occhi in tutta la loro crudezza.

Da “La ritirata di Russia” di E. Corradi togliamo testualmente:

«So ora della fine fatta dal battaglione “Val Cismon” e del come morì l’Ufficiale che lo comandava Stanislao Valenti. Lo appresi parecchi anni dopo la guerra, per un incontro casuale avvenuto alla stazione di Firenze, con il cappellano del battaglione “Val Cismon” Giovanni Brevi. “Don Brevi”!».

La stessa barbetta ispida, gli stessi occhi pungenti; i lunghi anni di prigionia russa non avevano inciso che poco sul volto del sacerdote.

La sera del 19 gennaio il “Val Cismon” si batteva ancora poco a settentrione di Rossosch, gli era stato affidato un disperato compito di retroguardia.

– Nella notte dal 19 al venti, racconta Don Brevi, il Battaglione ebbe l’ordine di ritirarsi e muovere verso ovest. I combattimenti furono feroci per tutta la giornata del 20, i feriti gravi furono in breve decine e decine, non si sapeva più come trasportarli. A metà del pomeriggio del giorno 20 il colonnello Lavizzari, comandante del 9°, e il maggiore Valenti decisero di raccogliere i feriti in tre isbe e di abbandonarli sotto le cure di un medico.
A due cappellani che con Don Brevi volevano fermarsi con i feriti, il colonnello Lavizzari loimpedì, osservò che i sovietici avrebbero più facilmente rispettato un medico che dei preti. Fu tirata la busca tra i medici scapoli, la sorte designò il sottotenente Fabrini della 65ª Compagnia del “Val Cismon”. Questi si confessò e rimase. Il giorno seguente, il 21 gennaio, i resti del 9° Alpini (parte del Comando, il “Val Cismon” e altri reparti, 5000 uomini complessivamente) furono di nuovo attaccati mentre procedevano alla retroguardia della lunga colonna guidata dalla “Tridentina”.

Sul posto vi erano tre capannoni di un kolkoz, gli Alpini vi si asserragliarono per ore e ore resistettero al fuoco concentrato di carriarmati ed armi pesanti russi.
Il capannone dove s’era trincerato il “Val Cismon”, continuava a raccontare Don Brevi, veniva letteralmente trapassato dalle raffiche, tetto e muri volavanovia a pezzi. C’erano anche degli artiglieri della 18ª batteria…-

L’altoparlante della stazione di Firenze coprivano per un po’ e poi riprendeva.

– Il capannone era diventato un carnaio. Vi erano forse 200 morti e 400 feriti, molti ufficiali agonizzanti impartivano ancora ordini. Valenti morì falciato dal mitra di un gigantesco partigiano sovietico affacciatosi ad un varco del capannone. Ma prima di spirare, Valenti ebbe la forza di fulminare questo partigiano con un colpo di pistola. Sparò stando a terra, immerso nel suo sangue… Il Comando ordinò la resa, ma gli Alpini spararono ancora per un’ora prima di eseguire l’ordine…-

Alcuni dei nostri cari dispersi in Russia appartenevano appunto al 9° Alpini.

E perché gli anziani non dimentichino e soprattutto perché i giovani imparino che fra i valori morali e spirituali, di cui si fa cenno spesso, esiste anche quello della Patria, non con la “p” minuscola come qualche volta lo vediamo scritto e per di più timidamente, quasi per distrazione, ma con la “P” maiuscola, come coraggiosamente affermò un umorista (sic) contemporaneo, perché i nostri figli oltre la regione e la famiglia, abbiano un qualche cosa di superioriore in cui credere, riteniamo opportuno ricordare il sacrificio di questi nostri giovani amici, strappati dalla loro terra e mandati a morire a migliaia e migliaia di chilometri.

La lettura di quei ricordi, delle vicissitudini di quei giorni, le inumane sofferenze patite ci lasciano un cuore piccolo, piccolo, un senso della vacuità delle cose e ci trova pensosi a rincorrere strani pensieri mesti…

– …e la steppa gelata inghiottiva funestamente migliaia, decine di migliaia di Italiani, di soldati laceri, affamati, feriti; disfatti nell’animo, ma che conservavano e covavano un’unica speranza: rivedere la famiglia, rivedere l’Italia.-

Dem

 

(Articolo di Mario Dell’Eva per il Col Maòr numero 1 del 1966)

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