Tempora e piodèch

Tra le forme di proprietà collettiva che da tempo immemorabile governano la gestione dei beni comuni lungo tutto l’arco alpino del nostro Paese, alcune in particolare, come ad esempio le Regole, sono tipiche dell’Area Dolomitica. Ve né un’altra dall’origine ancora più anteriore, che rappresenta un vero e proprio prototipo arcaico e di cui rimangono pochissime tracce solamente in alcune frazioni di montagna.

La tempora era costituita da superfici agricole o forestali molto spesso derivanti da lasciti o donazioni, che venivano gratuitamente assegnate  temporaneamente, appunto, a soggetti o nuclei famigliari in gravi difficoltà economiche, affinché ne traessero un sia pur minimo sostentamento. L’impegno richiesto agli assegnatari era di restituire il bene alla comunità non appena si fosse ristabilita una situazione migliore, con lo scopo di riassegnarlo nuovamente ad altri soggetti in stato di contingente povertà.

Su quegli appezzamenti, sia pur poveri e grami come del resto tutto il contesto sociale proprio delle vallate chiuse e  isolate di un tempo, la famiglia indigente poteva produrre principalmente beni per l’autoconsumo, ma anche destinati ad un piccolo commercio locale in modo tale da reinnescare, per quanto possibile, un sentimento di orgoglio produttivo e indipendenza economica, ben più dignitosa della passiva accettazione dell’aiuto alla sussistenza.

L’assegnatario della tempora, tra l’altro, era investito della responsabilità di custodire e mantenere in efficienza un bene prezioso di proprietà comune, quindi anche suo, e su cui tutta la collettività poteva vigilare.

Non trascurabile inoltre era l’effetto rassicurante e consolatorio rappresentato dalla temporaneità, appunto, dell’assegnazione degli appezzamenti di terreno, testimonianza certa della reversibilità e transitorialità di qualsiasi condizione, compresi i momenti difficili, speranzoso segno della ciclicità degli eventi come del susseguirsi delle stagioni.

Un antico saggio orientale recita: “…se conosci un povero non regalargli dei pesci, ma piuttosto insegnagli a pescare!” e così anche questo primitivo modello di ammortizzatore sociale ante litteram ben esprimeva il concetto positivo della solidarietà attiva, esercitata da secoli nelle piccole comunità rurali di montagna.

Gli amministratori di quel tempo, tutt’altro che eruditi, non possedevano alcuna conoscenza in materia economica o finanziaria e tutto il loro universo spaziale era costituito dalla vallata in cui vivevano e dal cerchio di monti attorno, eppure erano estremamente consci del fatto che una comunità si autosostiene soprattutto suffragando le esigenze dei più deboli, opponendo coesione all’isolamento, senza temere di violare ipocriti sentimenti di riservatezza, ma conservando la dignità delle persone e promuovendone il riscatto.

Il termine dialettale piodech o piodek deriva dal latino publicum plovegum che, come mi insegnano coloro i quali  hanno frequentato le “scole alte”, può essere tradotto in prestazione d’opera nell’interesse collettivo.

In particolare nella parte più settentrionale della nostra Provincia era diffusa fino agli inizi del secolo scorso questa  forma di cooperazione sociale, secondo cui tutte le famiglie del paese mettevano gratuitamente a disposizione le proprie braccia per la realizzazione di opere e infrastrutture pubbliche o per interventi straordinari di ripristino su porzioni di territorio martoriato da calamità naturali o da fenomeni meteorologici eccezionalmente avversio, ancora, per sopperire alle esigenze di approvvigionamento di legname o foraggio di luoghi di aggregazione classici come la scuola, la canonica, al comùn, o la malga.

Sia che si trattasse di riparare una strada ammalorata dall’alluvione  oppure di sgomberare la piazza del paese dalla neve, se c’era bisogno di aiutare una famiglia in difficoltà nello svolgimento dei lavori agricoli piuttosto che di fare la legna per al piovàn o per la signorina maestra, nessuno si sottraeva dal lavoro a piodech, a volte anteponendolo anche ai propri interessi personali.

L’origine estremamente remota di queste usanze rassicura sul fatto che, praticamente da sempre, le persone hanno dovuto affrontare periodici momenti difficili e che le crisi economiche non sono certamente una contemporanea invenzione dei giorni nostri.

Anche oggi che l’attuale recessione sembra colpire in modo assai virulento la moderna società, soprattutto nello spirito prima ancora che nelle membra, ancora una volta dalla cultura rurale più genuina possiamo trarre un aiuto ispirandoci a questi modelli solidaristici certamente attuali e tutt’altro che superati.

 

 

(Articolo di Paolo Tormen per “QUANDO TUTI SE AVEA NA VACHETA – Ricordi di una ruralità ormai perduta, o quasi” del Col Maòr n. 1 del 2013)

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