Zendro e sacolèt

Come ho più volte avuto occasione di ripetere, il fatto di essere nato contadino mi ha permesso di essere spettatore in prima fila, ossia  privilegiato, del Creato e delle sue molteplici manifestazioni. Il punto di vista particolarmente favorevole che gratuitamente mi è stato riservato, mi ha dato anche modo di comprendere con semplicità e naturalezza, i molti insegnamenti ricevuti dai miei genitori nel tentativo di trasmettermi i valori forti della loro Fede che amo definire “rurale”.

Ovviamente non per caso, alle nostre latitudini il periodo della Quaresima coincide con il momento della potatura della vite e in questo particolare lavoro agricolo ho ritrovato appieno lo spirito che caratterizza i quaranta giorni di preludio alla Pasqua cristiana.

Un famoso detto popolare recita: “Voja o no voja, Pasqua co la foja” (voglia o non voglia, Pasqua con la foglia). Questo modo di dire che certamente si riferisce in particolare alla ripresa vegetativa, rappresenta per me un messaggio di speranza di straordinaria efficacia e immediatezza: se ci si porta dentro il cuore la certezza che ci sarà una Pasqua di rinascita o risurrezione al termine di ogni periodo freddo e che inevitabilmente tutto tornerà a germogliare anche se apparentemente niente lo fa pensare, allora e grazie a ciò è più semplice affrontare le difficoltà, le privazioni, le piccole umiliazioni quotidiane che il nostro inverno interiore spesso ci riserva.

Con la potatura si eliminano tutte quelle parti vegetative che hanno già dato frutto e si selezionano i tralci per la stagione successiva. Non sempre si scelgono i più vigorosi, molto spesso, infatti, si predilige piuttosto la corretta posizione lungo la branca, o il livello di lignificazione. Si corregge e si  contiene la naturale tendenza ad allontanarsi dal ceppo come anche l’eccessiva vigoria che porta piante sane e ben nutrite a produrre un esagerato numero di tralci.

In occasione della potatura, inoltre, si controlla lo stato di salute delle piante, approfittando del fatto che l’apparato vegetativo, essendo momentaneamente privo di fogliame e libero da frutti, è più facilmente ispezionabile così da individuare con maggior precisione e puntualità l’eventuale presenza di parassiti o fitopatie.

Dopo aver liberato la pianta da tutte le parti inutili, mal posizionate, insane, eccessive, o che comunque arrecano disturbo e appesantimento costituendo fonte di disordine alla finalità produttiva, si procede con la legatura dei tralci selezionati, piegandoli verso il basso nella classica forma ad archetto. Lo scopo di ciò è tutt’altro che contenitivo e deprimente, anzi, lo si attua proprio per stimolare la differenziazione e la fuoriuscita di gemme “a legno” esattamente nel posto migliore cioè prossime alla branca principale e posizionate in senso verticale, al massimo del loro potenziale assurgente.

Lo stress provocato dalla torsione del tralcio, le microlesioni arrecate ai tessuti durante la piegatura, così come il rallentamento della linfa in  prossimità della curvatura obbligato dal forzato posizionamento in “tensione”, sono tutti stimoli preziosissimi per la pianta, la quale richiama energia vitale a livello basale, fondamentale presupposto per il riavvio della stagione vegetativa ormai alle porte. Una volta le operazioni di legatura comprendevano anche la sostituzione meticolosa delle bacchette di legno rotte o deteriorate durante la stagione precedente.

Ad ogni tralcio piegato si faceva corrispondere un tutore perfettamente verticale, posizionato lungo il filare con lo scopo di scandire come note su un pentagramma, gli spazi di luce a disposizione per ogni singolo grappolo futuro e testimoniare la cura dedicata, anche ai particolari, nello svolgimento di questa pratica.

E da sempre, mentre nei campi trascorre il tempo della potatura, noi cristiani viviamo la quaresima. Tale periodo, soprattutto per noi “coltivadi sul gras”, è spesso considerato sinonimo di tristezza, privazione e umiliazione e ci si limita all’accezione negativa del termine, senza riuscire a coglierne, piuttosto, l’incredibile positività in essa contenuta.

E’ in quaresima che  possiamo recuperare l’essenzialità del nostro procedere, ma per poterlo fare dobbiamo necessariamente spostare il nostro baricentro dallo  stomaco al cuore, dalle gambe al cervello, sacrificando parte del nostro ego.

Possiamo riappropriarci del significato del termine “portare frutto”, ma dobbiamo liberare un po’ la nostra vita da tutti quegli orpelli che la opprimono, come la rincorsa alla realizzazione economica personale, la sudditanza verso la cura dell’aspetto esteriore, il prestigio e il potere sugli altri, la visibilità, i doveri convenzionali.

Ogni anno, di questi tempi, il Padrone della vigna ci mette a disposizione forbice e un mazèt de sacolèt, a noi il compito o la voglia di farne  buon uso.

 

 

(Articolo tratto da “QUANDO TUTI SE AVEA ‘NA VACHETA – Ricordi di una ruralità perduta, o quasi” a cura di Paolo Tormen per il Col Maòr n. 1 del 2011)

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