A Genova, a testa alta!
Favero ha sbagliato, il CDN ha sbagliato, e lo abbiamo scritto senza paura. Ma l’Adunata non appartiene a loro: appartiene ai caduti, ai reduci, alle penne nere genovesi che aspettavano da anni. Noi del Gruppo Alpini Salce ci saremo. Con il cappello in testa. Dritto come un fuso.
C’è un momento, nelle montagne che conosco, in cui la nebbia sale dai valloni e copre tutto. I sentieri spariscono, i rifugi si perdono nel bianco, e sembra che il mondo si sia fermato a qualche centinaio di metri più in basso, dove c’è ancora il sole. In quei momenti, un montanaro non si siede ad aspettare. Mette un piede davanti all’altro. Roccia sulla roccia. E continua a salire.
Questa è la storia di un’Adunata. La nostra Adunata. Quella di Genova. Quella del 2026.
La tentazione del gesto
Lo capisco, il Generale Bellacicco. Lo capisco nel profondo, con quella parte di me che è cresciuta ascoltando i silenzi dei veci più che le loro parole. Lui ha messo il cappello sui feretri dei suoi caduti in Afghanistan. Lui sa cosa pesa, quel feltro grigioverde con la penna nera. Sa che non è un copricapo: è una promessa fatta ai morti. E quando vede quella promessa svilita — distribuita in cerimonia olimpica come un gadget, posata in testa a chi non ha mai sentito il freddo di una notte in caserma — la sua rabbia è giusta. È una rabbia pulita, senza rancore, senza calcolo.
E capisco anche quelli che dicono: “Io non ci vado, a Genova.”, “Non andateci, fra!”, “Io non sfileró davanti a una tribuna che ha tradito quello che rappresento.”, “Io non darò la mia presenza come legittimazione a chi ha sbagliato.”… E via andare…
Li capisco. Ma non sono d’accordo. E provo a spiegarvi il mio perché.
L’Adunata è degli Alpini
L’Adunata Nazionale non appartiene al presidente Favero. Non appartiene al Consiglio Direttivo Nazionale. Non appartiene a chi ha firmato la delibera sui 180 cappelli, né a chi era in tribuna a Piazza Bra a sorridere per le fotografie. L’Adunata appartiene ai morti.
Appartiene al soldato di vent’anni che non è tornato dal Don, e il cui nome è inciso su una lapide di paese che in pochi leggono ancora. Appartiene al reduce che tornò a casa con le dita dei piedi congelate e non parlò mai di quello che aveva visto. Appartiene al “vecio” che veniva all’Adunata ogni anno — puntuale come la primavera, con il cappello ben piantato in testa e gli occhi che cercavano qualcuno che non c’era più — finché anche lui non è andato avanti.
Appartiene a loro. E loro non hanno mai smesso di sfilare, nemmeno quando le cose andavano storte. Nemmeno quando l’Italia li aveva mandati a morire per ragioni che non capivano. Nemmeno quando erano soli, in mezzo alla neve, senza munizioni e senza ordini sensati. Loro hanno continuato a mettere un piede davanti all’altro. Come fa il montanaro nella nebbia.
Se non andiamo a Genova, li lasciamo soli. Un’altra volta.
Con quella faccia un po’ così…
C’è poi Genova. La città. Le sue strade strette che scendono verso il mare, i caruggi dove la luce arriva di traverso, il porto che ha visto partire generazioni di emigranti con la valigia di cartone e il cuore spezzato. Una città che conosce la fatica, che ha pagato prezzi enormi nella storia, che ha i suoi caduti e le sue storie di resistenza e di dolore.
E ha le sue penne nere. I genovesi che hanno fatto la naja negli Alpini, che portano il cappello con lo stesso orgoglio con cui lo portiamo noi bellunesi, noi veneti, noi trentini. Alpini di mare, li chiamano scherzando — ma ridono con affetto, perché lo spirito è lo stesso. Hanno aspettato questa adunata per anni. L’hanno preparata con cura, con passione, con quella devozione silenziosa che caratterizza chi ama davvero una cosa.
Cosa gli diciamo, a loro? Che non veniamo perché siamo in polemica con Milano, con Viale Martesana, con le decisioni del CDN? Che la loro città non merita la nostra presenza perché qualcuno, a centinaia di chilometri di distanza, ha fatto una scelta sbagliata?
No. Genova non ha colpe. E Genova merita rispetto.
Il cappello si porta, non si toglie
Quanto al gesto del cappello tolto davanti alla tribuna — l’ha annunciato il Generale Bellacicco, e lo ripeto: lo capisco. È un gesto antico, militare, preciso nel suo significato. Il diniego dell’onore a chi lo ha tradito.
Ma c’è un’altra prospettiva. Quel cappello, quando sfili, non è il tuo cappello. È il cappello di tutti quelli che hanno sfilato prima di te. È il cappello di chi è morto portandolo. È il cappello di tuo nonno, di tuo padre, del vecio del tuo gruppo che se n’è andato l’inverno scorso e che sfilava sempre in prima fila con gli occhi dritti davanti. Quando lo togli davanti alla tribuna per protesta, lo togli davanti a loro. E loro non hanno fatto nulla di sbagliato.
Il cappello si porta. Si porta dritto, con la tesa giusta, con la penna che guarda il cielo. Si porta con l’orgoglio di chi sa cosa rappresenta e non ha bisogno di spiegarlo a nessuno. Si porta davanti a qualsiasi tribuna, qualunque cosa ci sia sopra — perché quello che rappresenta è più grande di chiunque sieda lì.
La protesta, se la vuoi fare, la fai con le parole. Con gli articoli. Con le domande che restano senza risposta. Con il voto all’assemblea. Con la voce alta e la schiena dritta. Non con il cappello in mano.
Favero ha sbagliato. E allora?
Diciamolo con chiarezza, perché su questo non abbiamo mai avuto dubbi: il presidente Favero e il CDN Nazionale hanno sbagliato. Hanno sbagliato sulla questione dei 180 cappelli, distribuiti con un’operazione politicamente elegante ma statutariamente discutibile. Hanno sbagliato sulla comunicazione — fumosa, frammentata, insufficiente — sul progetto di Pemba. Hanno sbagliato permettendo che la politica si sedesse troppo comodamente al tavolo dell’Associazione.
Sono errori seri. Li abbiamo scritti, li riscriveremo se necessario, continueremo a chiedere risposte finché non arriveranno. Non ci fermiamo. Non ci fermeremo.
Ma il montanaro nella nebbia non si siede a maledire il tempo. Conosce la montagna abbastanza da sapere che la nebbia passa. Che sotto c’è ancora la roccia. Che il sentiero è lì, anche se non si vede. E che l’unico modo per uscire dal bianco è continuare a camminare.
Noi siamo montanari. Andiamo a Genova.
Per i veci che non ci sono più
C’è una cosa che mi torna in mente ogni volta che si avvicina un’adunata. Una cosa piccola, quasi banale, che però non riesco a togliermi dalla testa.
I veci che non ci sono più venivano all’adunata anche quando le gambe non reggevano bene. Anche quando il dottore diceva di stare a casa. Anche quando fuori pioveva e il percorso era lungo e il posto in pullman era scomodo. Venivano perché l’adunata non era uno svago: era un appuntamento. Con i compagni, con i caduti, con se stessi. Era il modo di dire: sono ancora qui. Non ho dimenticato. Non dimenticherò.
Adesso tocca a noi essere quelli che vengono. Quelli che non mancano. Quelli che tengono fede all’appuntamento anche quando qualcosa va storto — e qualcosa va sempre storto, in montagna come nella vita.
Andiamo a Genova. Non per Favero. Non per il CDN. Non per i 180 cappelli olimpici e non contro di essi. Andiamo per quelli che ci hanno preceduto. Per quelli che non possono più venire. Per quelli che hanno fatto di questa adunata — di ogni adunata — un rito che vale più di qualsiasi delibera, più di qualsiasi polemica, più di qualsiasi scelta sbagliata di qualsiasi presidente.
Andiamo con il cappello in testa. Dritto. Con la penna che guarda il cielo. Come sempre.
“Sfilare non è obbedire a chi comanda. Sfilare è rendere onore a chi è andato avanti. E quelli che sono andati avanti non hanno mai smesso di meritarlo.”
Gruppo Alpini Salce, Belluno
E poi c’è lei, Carlotta
Ma c’è anche un motivo più piccolo, più personale, più vero di qualsiasi ragionamento. Un motivo che non ha niente a che fare con lo Statuto, con i cappelli olimpici, con le delibere del CDN o con i post di Facebook.
A Genova c’è mia figlia Carlotta. Lontana da casa per lavoro, sta vivendo quella città appieno — come si vive una città quando ci si immerge davvero, quando si impara a conoscerla per quello che è e non per quello che sembra da fuori. Carlotta la sua Genova la conosce già, con i caruggi e il porto e quella luce obliqua che arriva tra i palazzi alti. Ma aspetta qualcosa. Aspetta la sua mamma (Mara) — che verrà all’Adunata con le amiche del cuore, come si fa quando le cose importanti si condividono con chi si ama — e aspetta di vedere suo papà sfilare.
Sarà in mezzo alla folla, domenica mattina. Sono sicuro che non mancherà di venirci a salutare — e sono altrettanto sicuro che quella folla ci sarà, perché Genova sa come accogliere le penne nere. E magari, alla faccia delle solite femministe urlatrici che vogliono spiegarci chi siamo e cosa dobbiamo essere, Carlotta porterà le sue amiche genovesi a cena, con noi. Perché imparino le nostre canzoni. Perché scoprano che il mondo alpino non è quello che qualcuno racconta — è fatto di tavole imbandite, di voci che si alzano insieme fra un abbraccio e un bicchiere di quello buono, di storie che passano di mano in mano proprio come il vino nelle brocche.
Ecco perché andiamo a Genova. Per quei “veci” che non ci sono più. Per Genova e le sue Penne Nere. Per tenere fede a quello che siamo. E anche — perché no — per abbracciare una figlia che aspetta suo padre in mezzo alla folla di un’Adunata, con un pensiero a nonno Bino, che non c’è più.
Qualcuno mi trovi, ora, un modo migliore di passare una domenica mattina di maggio, a Genova…
Michele Sacchet — Gruppo Alpini Salce, Belluno
Grande pensiero …parole giuste anche per fermare tutta questa storia nata da qualcuno che non ha saputo gestire la questione…andate sfilate e fatevi onore ..in alto sempre i veri Alpini bravo Michele Sachet
Ciao Michele,un condensato di Empatia, Umiltà, Rispetto che oggi purtroppo va scomparendo.Ascoltare e poi Riflettere su realtà passate che ancora oggi ci accompagnano nel faticoso percorso della nostra vita. Un abbraccio.