Fischietti a Genova e silenzio sulla Sharia
Genova 2026, fischietti contro le Penne Nere. Una protesta che segue la geografia delle sedi, non quella dei diritti
Mentre cinquecentomila Penne Nere si preparano a sfilare per le strade di Genova, la città si sveglia con scritte murali che ci definiscono “molestatori” e con un vademecum che invita le donne a difendersi da noi col fischietto. Vale la pena fermarsi un momento, prima di indignarsi, e guardare i fatti con la freddezza di un cartografo. Perchè i fatti raccontano una storia precisa.
In queste ore, mentre il Gruppo Alpini Salce e migliaia di altri Gruppi italiani si avviano verso la 97ª Adunata Nazionale, la città di Genova, che ci ospita, vede tappezzato il suo centro storico di scritte: «Attenzione, alpini molestatori in città».
Sui social circola addirittura un vademecum, intitolato «Adda passà ‘a adunata» (parafrasi della celebre canzone napoletana), firmato da Non Una Di Meno Genova, Rete di donne per la politica, UDI Genova e Centro antiviolenza Mascherona. Tre regole d’oro per le donne genovesi: armarsi di fischietto, scaricare l’app del centro antiviolenza, compilare il modulo per segnalare molestie e un “numero verde” per segnalare in tempo reale le “aggressioni alpine”.
L’Adunata viene descritta come l’occupazione della città «da un’associazione di ex militari, in un’Italia sempre più militarizzata, dove l’esercito entra nelle scuole e il linguaggio bellico si diffonde». Si parla di «celebrazione della mascolinità tossica», di «cameratismo militaresco», di «normalizzazione del sessismo». Tutto questo, lo ripetiamo, riferito alle penne nere: a noi.
Si potrebbe rispondere con l’indignazione, e l’indignazione sarebbe pure giustificata. Preferiamo, da Alpini, rispondere con i fatti. Perché la storia che si racconta in queste ore a Genova non è una storia di donne che difendono donne. È una storia diversa, e merita di essere raccontata bene.
La geografia delle proteste: una mappa che parla
Vale la pena guardare con la freddezza di un cartografo a cosa è successo dal 2018 in avanti. Le mobilitazioni transfemministe contro le Adunate Nazionali hanno seguito uno schema che non ha bisogno di interpreti.
Trento 2018: il nodo locale di Non Una Di Meno raccoglie segnalazioni di molestie.
Rimini 2022: il nodo Non Una Di Meno Rimini, insieme a Casa Madiba e Pride Off, raccoglie oltre cinquecento segnalazioni e centosessanta racconti.
Udine 2023: poiché a Udine il nodo è debole, scende in campo Non Una Di Meno Trieste con un contro-manifesto.
Genova 2026: il nodo locale, ben strutturato e in rete con UDI e centri antiviolenza cittadini, diffonde il vademecum dei fischietti e tappezza il centro storico con manifesti e scritte vandaliche su una città che non meritava questo sfregio.
E L’Aquila 2015? E Asti 2016, Treviso 2017, Milano 2019, Vicenza 2024 e Biella 2025? Il silenzio…
Nessuna campagna nazionale, nessun vademecum, nessun fischietto distribuito alle ragazze. Eppure le Penne Nere a L’Aquila, Asti, Treviso e poi a Milano, Vicenza e Biella, si sono comportate esattamente come a Rimini o come faranno a Genova: stessi cori, stessi abbracci, stesso vino, stessi cinquecentomila partecipanti, stessi balconi imbandierati.
La differenza? In quelle città non esisteva un nodo strutturato di Non Una Di Meno, capace di mobilitarsi e di garantire copertura mediatica nazionale.
A ben guardare, dunque, la protesta non segue la presunta gravità del fenomeno: segue la presenza dell’infrastruttura militante e la possibilità di occupare le prime pagine.
È, esattamente, la dinamica che il vicepresidente della Sezione A.N.A. di Trento Roberto Bertuol ha denunciato con franchezza nel novembre 2024: «Con le accuse di molestie durante le adunate i gruppi di Non una di meno hanno cercato visibilità. Sono menzionati nei giornali e nelle televisioni, hanno raggiunto il loro obiettivo e hanno poi lasciato perdere gli Alpini». Parole confermate, in sostanza, dal presidente della Sezione Paolo Frizzi.
Cinquecento segnalazioni, una denuncia
C’è un altro dato che vale più di mille comunicati. A Rimini, nel 2022, Non Una Di Meno raccolse — come sappiamo — oltre cinquecento segnalazioni di molestie. Nel registro dell’opinione pubblica, l’Adunata nazionale fu trasformata in una «mattanza». O, quantomeno, tentarono di farlo. Inutilmente, dico io.
Bene: dopo gli accertamenti, dopo i mesi, dopo i ricorsi, le denunce formali alla Procura di Rimini furono una sola, e venne archiviata perché il fatto non fu dimostrato.
Una su cinquecento. Lo 0,2 per cento.
Anche concedendo ogni possibile ragione alle vittime — e laddove ci siano stati comportamenti scorretti vanno condannati senza tentennamenti, nessun Alpino degno di questo nome direbbe il contrario — questo rapporto tra segnalazioni e denunce dice qualcosa. Dice che la gran parte di quei racconti, una volta sottoposti alla verifica giuridica, non aveva la consistenza che la narrazione pubblica – amplificata a dismisura dalle militanti riminesi – gli aveva attribuito. Dice che la differenza tra un fischio in strada e un reato non è un dettaglio: è il fondamento dello stato di diritto.
Eppure è bastato per attivare commissioni parlamentari, articoli di prima pagina, ordini del giorno in consiglio comunale, inchieste televisive.
Una macchina mediatica imponente, alimentata da 0,2 testimonianze formalmente sostenute ogni cento raccolte. Dopo Rimini, l’A.N.A. ha attivato (a mio parere sbagliando, perchè non c’era nulla da attivare!) il sito controlemolestie.it e avviato un percorso serio di sensibilizzazione interna. Non si hanno riscontri, al momento in cui scrivo, di denunce arrivate sul sito.
Ma la macchina diffamatoria non si è fermata: è ripartita puntuale, ogni anno, dovunque ci fosse un nodo cittadino in grado di alimentarla.
Una precisazione, prima di proseguire.
Chi scrive non cerca il pamphlet militante alla maniera di Non Una Di Meno, né intende offrire all’Adunata di Genova scusanti o difese ad oltranza.
Cerca, anzi, esattamente l’opposto di entrambe queste posture.
Vuole che il lettore — alpino o non alpino, uomo o donna, di destra o di sinistra — si fermi un momento davanti ai numeri, e pensi. Non che applauda.
Pensare e’ la cosa piu’ rara, e per questo la piu’ preziosa, in un in un dibattito dove gli slogan, faziosi, vengono solo da una parte.
Una riflessione di Antonio Martino, undici anni fa
A questo punto serve allargare lo sguardo. Antonio Martino, scomparso nel 2022, fu ministro degli Esteri e poi della Difesa per cinque anni nei governi Berlusconi. Economista liberale, allievo di Milton Friedman a Chicago. Fu l’uomo che firmò la sospensione della leva obbligatoria. Un riformatore, sicuramente non un militarista.
In un’intervista rilasciata a Libero Quotidiano il 25 agosto 2014, in piena emergenza ISIS, alla domanda se l’organizzazione del Califfato fosse un pericolo per la nostra civiltà, Martino rispose con una proiezione demografica: «nel 2020 ci saranno nel mondo un miliardo di maschi tra i 15 e i 29 anni. 65 milioni saranno europei, 300 milioni musulmani. Con le tecnologie militari di una volta questa sproporzione sarebbe stata sinonimo di conquista».
Sproporzione. Conquista. Tecnologie militari. Tre parole che oggi, da un esponente della Repubblica italiana, suonerebbero come una bestemmia.
Le pronunciò un liberale, non un sovranista; un atlantista, non un nostalgico; un uomo che la NATO l’aveva conosciuta dall’interno fino al punto di rifiutarne la segreteria generale.
Le proiezioni di Martino sono in parte invecchiate (i giovani maschi musulmani nel mondo nel 2020, secondo le stime Pew, sono stati inferiori ai 300 milioni), ma la struttura del ragionamento resta intatta: in un mondo in cui la demografia europea collassa e quella mediterraneo-islamica esplode, la differenza non la fa più il numero degli uomini in armi, ma la qualità della tecnologia che li arma e la solidità dei valori che li animano.
Tra quei valori, in cima alla lista, c’è la parità tra uomo e donna. Una conquista non scontata, non eterna, non garantita dalla buona fede.
L’asimmetria che spiega tutto
Se il movimento transfemminista che oggi distribuisce fischietti a Genova è davvero impegnato — come dichiara — nella difesa della parità tra uomo e donna, come si spiega l’asimmetria con cui calibra le sue battaglie?
In Iran, nel settembre del 2022, una ragazza di ventidue anni di nome Mahsa Amini è morta in custodia per aver indossato male il velo.
In Afghanistan, dal 2021, le donne non possono studiare oltre la sesta classe, viaggiare da sole, mostrare il volto.
In Arabia Saudita, la tutela maschile (mahram) è stata appena attenuata, non abolita.
In Pakistan, i delitti d’onore vengono ancora chiamati così.
In Sudan, la mutilazione genitale femminile riguarda la maggioranza delle bambine.
In Italia stessa, ambienti d’origine pakistana e nordafricana hanno consumato delitti d’onore dei quali la cronaca ha riferito con regolarità.
Questa non è islamofobia, è geografia e cronaca. E non è un discorso «contro» il miliardo e mezzo di musulmani del pianeta, la maggior parte dei quali — come ha scritto saggiamente l’ambasciatore Paolo Casardi — non desidera altro che vivere in pace. È un discorso sulla cultura politica e religiosa che, dove ha potere, la parità tra uomo e donna non l’ha mai concessa.
Ora: dove sono i vademecum di Non una di meno?
Dove sono le scritte sui muri, i fischietti distribuiti alle giovani donne italiane figlie di immigrate dell’islam politico?
Dove sono le contro-adunate davanti alle moschee dove si predica la sottomissione femminile?
Dove sono le petizioni online con undicimila firme in dodici ore — come quella raccolta nel 2022 contro le Adunate Alpini — chiedendo la sospensione della tutela maschile saudita o della legge afghana sull’istruzione?
Non ci sono.
O quando ci sono, sono iniziative isolate, prive della potenza organizzativa che si dispiega ogni anno contro il raduno degli appartenenti a un Corpo che dal 1872 serve l’Italia tutta, in guerra e in pace.
Il motivo non è misterioso: contestare l’islam politico è scomodo, è impopolare in certi circuiti culturali, costringe a confrontarsi con la realtà invece che con l’icona del «patriarca italiano».
Contestare gli Alpini, invece, è il pasto gratis della politica italiana: fa rumore, non costa nulla, garantisce telecamere.
L’eredità alpina
Noi Alpini, su questo, abbiamo un’autorità che pochi corpi armati possono vantare. Le portatrici carniche, le portatrici bellunesi, le donne dei nostri paesi che salivano in quota con le gerle piene di munizioni e viveri — quelle non erano figure decorative del nostro mito.
Erano combattenti riconosciute, decorate, ricordate. Donne libere e rispettate. La parità l’abbiamo costruita molto prima che diventasse uno slogan, e l’abbiamo costruita sul campo, sotto il fuoco austro-ungarico, non in convegno.
Ma non è solo storia. È presente. Le centinaia di donne che, come Amiche degli Alpini, partecipano con passione e competenza agli impegni di Protezione Civile dell’A.N.A. — campi profughi, alluvioni, terremoti, emergenze sanitarie — lavorano fianco a fianco con noi Alpini da anni.
Spalano fango, montano tende, cucinano per centinaia di sfollati e volontari, restano in turno notturno nei campi base. Eppure, a quanto risulta a chi scrive, mai una di loro ha segnalato comportamenti sconvenienti da parte dei colleghi, fossero Alpini, Amici degli Alpini o paramedici. Mai.
In trent’anni di Protezione Civile alpina, in centinaia di interventi, in migliaia di giornate condivise sotto la pioggia e nel freddo. MAI!
Questa è la nostra realtà documentata dai fatti, non slogan da convegno. E i fatti, a differenza degli slogan, noi non li fischiamo.
Per questo, quando sentiamo parlare di Adunate come «luoghi pericolosi per le donne», ci viene da sorridere amaro.
Le nostre nonne, le nostre madri, le nostre figlie alle Adunate ci sono sempre venute. Tornano ogni anno. Nessuna ha mai chiesto la loro abolizione. Le critiche serie le ascoltiamo e le facciamo nostre quando sono fondate; le campagne ideologiche, no.
A Genova, in queste ore, le Penne Nere arriveranno come arrivano sempre: con le Fanfare, con i gagliardetti, con le madri e le figlie e le nipoti al seguito e che ci chiederanno di posare per una foto con loro, col nostro cappello ben calcato sulla testa.
Renderemo onore ai nostri caduti (e non solo ai nostri), ascolteremo i discorsi, sfileremo per i caruggi e per le strade della Lanterna. Lo faremo a testa alta, anche di fronte alle scritte sui muri.
Perché chi ha portato i feriti giù dalle trincee dell’Ortigara, chi ha scavato tra le macerie del Friuli e dell’Aquila, chi ha spalato il fango di Longarone, può permettersi il lusso di guardare con compassione chi confonde un fischietto con un argomento.
Antonio Martino aveva il difetto, ormai raro, di dire pane al pane. Onorarne la memoria, oggi che le sue parole tornano attualissime, significa prendere sul serio le sue domande anche quando sono scomode. Soprattutto quando sono scomode.
E rispondere alle provocazioni delle transfemministe di Genova, agli ammiccamenti dei vademecum e ai fischietti delle Mascherona, non con la reazione di pancia che pure ci verrebbe spontanea, ma con la freddezza dei fatti. Che è, da sempre, l’arma migliore di noi Alpini.
Viva l’Italia, viva gli Alpini!
E Buona Adunata a tutti voi! Anche alle “ragazzacce” di Non una di meno!
Michele Sacchet
P.S. — L’immagine di copertina di questo articolo è stata volutamente generata con strumenti di intelligenza artificiale. Si è scelta questa via, in piena trasparenza, per evitare l’uso improprio di fotografie reali che avrebbero potuto ritrarre persone identificabili senza il loro consenso. È un’avvertenza che, oggi, ogni autore dovrebbe darsi prima di pubblicare: nei tempi degli slogan, l’intelligenza artificiale è uno strumento prezioso quando usata per costruire argomenti, non per moltiplicare urla.