Genova ricordi Cortina: l’Adunata torni ad essere memoria
La “Sagra Verde” di Cortina (1921): quando gli Alpini tornarono sulle loro montagne con il cuore pieno di memoria
Nel settembre del 1921 Cortina d’Ampezzo fu teatro di un evento destinato a rimanere nella memoria della storia alpina: il 2° Raduno Nazionale degli Alpini, passato alla storia con un nome evocativo e affettuoso, la “Sagra Verde”.
Non fu un semplice congresso né una riunione ufficiale. Dalle testimonianze scritte dell’epoca emerge qualcosa di molto più profondo: un ritorno collettivo alle montagne della guerra, quasi un pellegrinaggio dello spirito. Gli Alpini si ritrovarono sulle Dolomiti non per celebrare se stessi, ma per ricordare i compagni caduti, per cantare insieme e per rivedere quei luoghi che li avevano visti combattere, soffrire e perdere.
Renzo Boccardi che raccontò quella giornata, lo fece con una poesia intensa e vibrante, che nasceva chiaramente dall’esperienza diretta. Non fu la cronaca fredda di un raduno, ma la voce di chi aveva camminato su quelle creste con lo zaino e il fucile, e ora vi tornava con il cuore colmo di memoria.
Un viaggio tra canti e ricordi
Il viaggio verso Cortina assunsee i tratti di un vero pellegrinaggio alpino.
I treni partirono da Milano carichi di penne nere: nei vagoni si cantò, si scherzò, ricordavano le tradotte della guerra. A Brescia le bande accolsero gli Alpini con il fragore degli ottoni. Poi la pianura scorse lenta, mentre l’alba illuminava i campanili veneti e i primi profili delle montagne.
Entrando nel Cadore, i nomi dei paesi – Venas, Vodo, Borca, San Vito, Zuel – diventarono quasi una litania. Ogni luogo riportava alla memoria tre momenti della loro storia recente:
-
novembre 1917, le giornate tragiche della ritirata;
-
novembre 1918, la riscossa e la vittoria;
-
settembre 1921, il ritorno gioioso degli Alpini.
È come se la montagna stessa avesse custodito quelle tre date nel suo silenzio.
Cortina in festa
Quando gli Alpini arrivarono, Cortina era un tripudio di colori e di musica.
Fiori, gagliardetti, bande, applausi: la Perla delle Dolomiti accolse migliaia di Penne Nere venute da tutta Italia.
Molti di loro non tornavano da anni. Alcuni avevano combattuto proprio su quelle montagne e rivederle fu un’emozione intensa, quasi difficile da contenere.
Le colonne di Alpini sfilarono con passo fermo sotto le bandiere. I dialetti erano diversi – veneti, lombardi, piemontesi, liguri, abruzzesi – ma tutti parlavano la stessa lingua: quella dello scarpone e della montagna.
Il ricordo del generale Cantore
Al centro della commemorazione vi fu la figura del generale Antonio Cantore, uno dei comandanti più amati dagli Alpini, caduto nel 1915 sotto le Tofane, mentre osservava le posizioni nemiche.
Davanti al suo simulacro il raduno raggiunse il momento più intenso. Il drappo tricolore diventò canto, orgoglio e memoria. Gli Alpini ricordarono il loro generale che, come scrivono le cronache, “seppe morire come un soldato”.
Durante la cerimonia, le trombe intonarono gli inni e l’onda di cori alpini riempì la valle. L’emozione coinvolse tutti, soprattutto due figure simboliche: la vedova del generale Cantore e la madre del soldato Beniamino De Zordi, unite nella stessa dolorosa fierezza.
Fu un momento in cui il raduno smise di essere festa e diventò memoria viva della guerra.
Il silenzio delle montagne
Il congresso ufficiale durò poco.
Come scrisse uno dei presenti, “le montagne non parlano”: e forse proprio per questo gli Alpini sentono che non servono molte parole. La montagna impone rispetto e raccoglimento.
Piuttosto, si canta. I canti alpini salgono tra le Dolomiti come una risposta alle voci di chi non è tornato.
Di notte un corteo di lanterne salì verso Col Cantore, dove la giovinezza alpina intonò il “sereno” del generale. In quel momento sembrò quasi che la montagna rispondesse e che tutti i caduti avessero potuto idealmente a partecipare alla “sagra”.
Tornare sui luoghi della guerra
Il giorno seguente gli Alpini tornarono sui luoghi dove avevano combattuto: Val Costeana, le Cinque Torri, il Lagazuoi, il Sas de Stria, il Nuvolau, fino alle pendici delle Tofane.
Ogni nome era una ferita e allo stesso tempo un ricordo di coraggio.
Tra quelle rocce, tra baracche distrutte e vecchi fortini abbandonati, gli Alpini rividero i loro campi di battaglia. Ma il paesaggio era diverso: la guerra era finita e la montagna era tornata alla sua pace.
La poesia di chi scriveva allora
La cosa che mi ha colpito nelle cronache della “Sagra Verde” è lo stile con cui furono raccontate.
Gli autori non erano semplici giornalisti: erano ex combattenti, uomini che su quelle montagne avevano vissuto la guerra. Per questo le loro parole sono piene di immagini e di poesia.
Le Dolomiti diventano:
-
palazzi di sogno illuminati dal sole,
-
membra gigantesche che emergono tra le nuvole,
-
altari naturali dove si custodisce la memoria dei caduti.
La montagna non è solo paesaggio: è testimone della storia alpina.
Sognando un’Adunata come quella del 1921
Dopo aver vissuto quarant’anni di Adunate, spesso cambiate – in peggio – nello stile e nell’atmosfera, anno dopo anno, mi viene spontaneo un pensiero.
Il mio sogno è che un giorno l’Adunata torni ad essere davvero ciò che fu all’origine: un incontro di memoria, fraternità e montagna, come quella storica “Sagra Verde” del 1921, splendida nel suo spirito semplice e profondo.
Un’Adunata dove il canto non copra il ricordo, ma lo accompagni.
Dove il sabato sera non sia soltanto bolgia e confusione, ma torni ad essere un momento di memoria condivisa, dedicato a chi non c’è più.
Ai caduti delle guerre, certo.
Ma anche a tutti gli Alpini che negli anni hanno servito il Paese nelle calamità naturali, nelle emergenze, tra le macerie dei terremoti, nelle alluvioni, nel silenzioso lavoro di solidarietà che da sempre distingue le Penne Nere.
Perché l’Adunata, nella sua essenza più vera, non è soltanto festa.
È ricordo, gratitudine e continuità.
È il passo degli Alpini che torna sulle montagne della storia.
E, come nel 1921 a Cortina, è il cuore che parla mentre le montagne restano in silenzio.
Michele Sacchet
“LA SAGRA VERDE”
Cantore! un generale che seppe morire come un soldato. Pronunciatene il nome: Cantore. E cantava come tutti i liguri nella molle cadenza della voce calda. E cantammo come tutti gli Alpini, nella chiarità di Cortina. Il bel simulacro del generale, sciolto dal drappo tricolore fu avvolto dal tricolore dei nostri canti. Ma anche in orgoglio: che egli fu nostro. Ma anche in fede: che l’Italia sarà nostra. Ma anche in dispetto: che la bella Cortina ci ospitasse cortese. Sì, ma….
~ o 0 o ~
Ma che fervore! In un crescendo (ma sì, rossiniano!) di entusiasmo.
Milano: orgia di canti e di scherzi in riflusso di memorie di tradotta e di fronte a stampar baci di giovinezza sui volti infreddoliti di viaggiatori gravi o sulle cervici bolscevizzate di qualche funzionario dei treni.
Brescia: fragore d’ottoni che punteggiano d’archi sonori, in saldezza alpina, la notte purissima.
Vicenza: alba palladiana, perle in cielo, ammaccature d’ossa in terra, notte di terza classe e appetito di vent’anni (e qualcuno anche di più!).
Colgo a fior d’anima: a Belluno – ironia volontaria o involontaria – un giornalaio ci grida: “Giornali italiani!”. A Castelfranco ci balza incontro, come un cipressetto di Bolgheri, il primo campaniletto veneto. Bianco, sonoro, di quelli che scampanarono la nostra vittoria dopo aver ancor più scampanato dalle mute celle vuote l’angoscia dell’occupazione ed oggi salutano
la lunga penna nera
che a noi serve da bandiera…
Calalzo.
Tradotta di sole, di luce, di canti: alpini, alpinisti, alpinastri e alpinofili, su, alla riconquista sentimentale del Cadore.
Nebbia e Dolomiti: rapido fulgore di Marmarole subito ghermite da un cupido nuvolo: saettar di sole.
Venas, Vodo, Borca, San Vito, Zuel… tappe d’angoscia del novembre 1917: Tappe di gloria del novembre 1918: Tappe di gioia del settembre 1921.
Antelao e Pelmo, giganti in membra rose e rosa, vi risaluto.
Via, per Cortina: canti, fiori e fanciulle: l’ordine delle parole non muta l’essenza della cosa.
Camminiamo sotto i nostri colori; in un’onda di poesia e di ricordi. E’ la nostra conquista.
Cantore, dalle Tofane, ci guarda. Anche quando la sera accende Cortina di luci e versa nelle sue piazze un’immensa tregenda di balli e di canti che dà subito a tutti una chiara misura del nostro umore. Anche quando, facendosi già piccine le ore, le ombre scivolano via, magari ondeggianti tra un mulo e l’altro e magari s’adagiano a coppie…
Se non piovesse palpiterebbero dolci sopra di noi le stelle!
E Andreoletti sogna che Capè abbia messo giudizio e Capè sogna che al pranzo di Gala del “Cristallo” sia a ciascuno servito un otre delle povere vigne decapitate di Valdobbiadene.
~ o 0 o ~
La “sagra verde” incomincia con un’alba lavata, perlacea, tra le Dolomiti che hanno membra come Teti dovette avere quando emerge dalle onde pel bacio di Peleo.
(Prego ammirare il prezioso paragone!).
Azzurro il cielo e in terra sugli uomini che ebbero buona volontà.
Certi petti, v’assicuro, da sembrar finestre aperte sul cielo tanto v’è di azzurro.
Divise nere e verdi, e verdi senza divisa, e verdi indivisibili (immaginate da chi!): pennacchi e pennacchietti; generali da farvi scattar, borghesi, sull’attenti e generali da farvi contenti d’esser borghesi per poter, magari conoscendoli, calcarvi di più il cappello in testa e le mani nelle tasche; edonne e fanciulle da…. saltar tutti sull’attenti.
Cantore è là, dietro la ferrovia, e par che aspetti.
Lo scultore Diano nostro l’ha piantato bellamente in quinta, massiccio, le gambe divaricate del camminatore da montagna. Monumento incompiuto: con le aquile e il monolite sarà più solenne; ma non sarà mai più bello d’oggi, con le bandiere al vento, battuto d’inni e di suoni, circondato d’alpini.
Sfilano i verdi: i bocia del 1900, i vecchi.
Alpini veneti, lombardi, piemontesi, liguri, abruzzesi: di diversi dialetti ma di una sola lingua: l’alpino, gergo scarpone, pieno di savia fierezza, di romanticheria sbarazzina, di cavalleria.
Sfilano e Cortina guarda e risuona di scarpe chiodate e di applausi.
Cortina, Cortina! non così quando la notte del 6 novembre 1917 radevamo le tue case silenziose, sfociando giù verso il Pec di Palù, mentre nelle tue case, paurose o incoscienti o ostili, si preparava il bicolore grifagno per i calanti dai passi non più muniti, per le strade non più difese.
Ma ora ti purifichiamo col nostro riso, noi, figli d’Orione che ha fama aver polluta e inventata le gioia. E purifichiamo anche i tuoi morti contro di noi, in questa combustione di entusiasmo, sotto l’ara del nostro maggior Morto.
Passa, nella rievocazione del generale Bertolini, nella commossa parola di Andreoletti, la figura dell'”eroico curioso”.
Torna, fra reverenti acclamazioni, il nome non dimenticato e non dimenticabile di Cadorna che “non troppo tardi” pone su, nella storia, le gesta degli Alpini.
Magnifico torchiatico di gaiezze, del più puro e sano e sagace scarponismo!
Capè: sorta da atleta rabelaisiano. Maso Bogiantini, gran direttore di cori al cospetto di Dio ed Euterpe; Paramitiotti locandiere ufficiale e universale di Cortina; Aragozzini di cui si può ben dire come delle macchine fotografiche, “Sine Sole Silet”, (tace, anzi dorme!); Mojana (un nome, un programma!); Ferrazza, Castoldi, Monticelli e altri e altri ancora.
Ci sarebbe da fare un rosario di nomi, proprio da sgranare nelle ore grigie per far salire dai precordi l’onda sana della gioia.
Ed il cielo che lo sa è buono e ride anch’esso, dopo notturne gare di acqua e di luna.
Chiarità immensa.
Dolomiti che paiono clarisse per la particola dorata del sole. Prati pingui, verdissimi. I camions attaccano la strada delle Dolomiti. Il Costeana ciangotta, fresco e rapido: noi ciangottiamo rapidi e freschi.
Su: paese della nostra guerra, che si offre ora alla nostra pace!
Baracche sventrate, pareti senza tetto; volute rossastre, un poco azzurre, di reticolati che fra il verde o al sommo d’un costone, così dimenticati, paiono siepi fiorite o nubi su.
Su: montagne della nostra guerra, che si offrono ora alla nostra pace!
Cime di Giau, Laste di Formin, altari per le nubi; Averau, Nuvolau, pedana di salto per il sole cinque torri, dimora bizzarra per i venti. Sass de Stria: grifagno nemico. Lagazuoi, Punta Berrino, Cengià Marini: tuffi al cuore!
In fondo la Marmolada, che attende a convegno la sua Alpinopoli.
Sinfonie di colore su strumenti d’ardimentose cuspidi diteggiate dai venti.
Renzo Boccardi
Cadore, 4-6 settembre 1921
Chi vorrà continuare questo viaggio nella memoria alpina, fra parole vere, documenti dimenticati e frammenti di storia vissuta, potrà tornare a trovarci su www.gruppoalpinisalce.it.
Qui, con la stessa passione e lo stesso rispetto, continueremo a raccogliere e condividere altre chicche autentiche che raccontano gli Alpini per quello che sono stati e che continuano a essere: uomini, storie, montagne e memoria viva.
Foto di copertina: Inaugurazione del Rifugio Cantore (1921).
Foto archivio Roberto Vecellio
