Dalla Crimea al Kazakistan – La diaspora dei “traditori” italiani in Russia

Dalla Crimea al Kazakistan – La diaspora dei “traditori” italiani in Russia

“Ci hanno portati qui come traditori”

La storia dimenticata del lungo cammino degli italiani di Crimea, deportati come nemici, riabilitati dopo il 2014.

La Crimea è oggi uno dei territori più contesi e simbolicamente carichi del panorama geopolitico europeo. Al centro della disputa tra Russia e Ucraina, la penisola affacciata sul Mar Nero è diventata, soprattutto dopo il referendum del 2014 e la sua annessione alla Federazione Russa, un luogo in cui il passato torna a interrogare il presente.

Molto prima che la Crimea diventasse un nodo strategico della politica internazionale contemporanea, essa era già stata teatro di un’altra frattura storica: quella delle deportazioni forzate operate dall’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale.

Tra i popoli colpiti, accanto ai più noti tatari di Crimea, vi fu anche una piccola e quasi dimenticata comunità: gli italiani di Crimea.

Italiani in Crimea: una presenza antica e fragile

La presenza italiana in Crimea affonda le sue radici nel Medioevo, quando mercanti e coloni provenienti dalle città marinare italiane si insediarono lungo le coste del Mar Nero, in particolare nell’area di Kerč’. Nel corso dei secoli, questa comunità mantenne una propria identità culturale e linguistica, pur integrandosi profondamente nel contesto locale.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, tuttavia, la sorte degli italiani di Crimea cambiò radicalmente. Con l’Italia alleata della Germania nazista e l’avanzata delle truppe tedesche verso la penisola, le autorità sovietiche iniziarono a considerare gli italiani una potenziale “quinta colonna”, un pericolo interno da neutralizzare.

La deportazione del 1942: “Ci hanno portati qui come traditori”

Nel gennaio del 1942 iniziò la deportazione sistematica degli italiani di Crimea. Intere famiglie vennero prelevate dalle loro case e caricate su imbarcazioni dirette verso il Caucaso e, successivamente, su convogli ferroviari diretti in Kazakistan.

Tra i deportati c’era Fabiana Giovanelli, allora poco più che una bambina. La sua testimonianza, raccolta molti anni dopo, restituisce la dimensione umana di una tragedia collettiva.

Fabiana Giovanelli in una foto del 1962
Fabiana Giovanelli in una foto del 1962

Fabiana racconta che lei e i suoi genitori furono tra i primi a essere deportati: il 29 gennaio 1942. Li fecero salire su una chiatta per inviarli a Novorossijsk. A quel punto quasi tutta la Crimea, tranne Sebastopoli e Kerč’, era già stata occupata dai tedeschi.

“Allora avevo un anno, due mesi e un giorno. Mamma mi disse poi che la prima chiatta, su cui avevano imbarcato gli italiani, fu bombardata da aerei tedeschi nello stretto di Kerč’. Sopravvisse una sola persona.” — racconta.

Dopo l’attraversamento dello stretto iniziò un lungo viaggio verso il Kazakistan settentrionale, durato oltre un mese. Ai deportati non veniva detto dove fossero diretti: assicuravano soltanto che lì “faceva caldo” e che non servivano vestiti pesanti. La realtà fu diversa. Quando i convogli attraversavano le steppe del Kazakistan settentrionale, la temperatura scese fino a meno 45 gradi. Molti morirono lungo il tragitto, inclusi bambini e anziani.

All’arrivo, gli italiani furono assegnati a kolchoz e sistemati in strutture di fortuna: ex stalle, capanni, baracche di terra. L’accoglienza da parte della popolazione locale fu spesso ostile.

Come ricorda Fabiana Giovanelli, “Ci dicevano che ci avevano portati lì come traditori, perché lì dovevamo morire.”.

Sopravvivere: fame, gelo e stigma

Fabiana Giovanelli (al centro nella foto) in Kazakistan, alcuni anni dopo la deportazione
Fabiana Giovanelli (al centro nella foto) in Kazakistan, alcuni anni dopo la deportazione

La vita nei luoghi di confino fu segnata da fame cronica, lavoro forzato e isolamento sociale. Il cibo era scarso, spesso limitato a una razione minima di pane, farina o zucchero. Fabiana ricordava come, da bambina, non avesse nulla da indossare ai piedi: la madre le avvolgeva le gambe con pezzi di coperta, legati con corde improvvisate, che si congelavano a contatto con la pelle.

La carne, per molti, rimase un ricordo lontano: Fabiana raccontava di averne assaggiata per la prima volta solo dopo la fine della guerra. Durante gli anni più duri, si cercava di sopravvivere mangiando qualunque cosa fosse disponibile, persino paglia ammorbidita e mescolata a scarti vegetali.

Lo stigma politico accompagnava ogni aspetto della vita quotidiana. Gli italiani erano marchiati come “nemici del popolo”, esclusi da qualsiasi forma di tutela o solidarietà.

MANGIAVAMO LA PAGLIA, PER PRANZO…

— Come mi raccontava mamma, non c’era proprio cibo. Finché ebbe latte, mi nutrì; mio padre correva giù alle piccole stazioni e barattava qualche cosa per riuscire a sfamarci. Poi diventò ancora più difficile.

Arrivati in Kazakistan, la famiglia fu assegnata a un kolchoz e sistemata in alcuni capanni, ex stalle.

— All’inizio in Kazakistan non ci accolsero bene — dice Giovanelli. — Molti locali dicevano agli italiani di Crimea: vi hanno portati qui come traditori, perché qui moriate. Mio padre lavorava nel kolchoz; poi fu arrestato dopo una discussione con il presidente. Si lavorava in cambio di “giornate-lavoro” e pane non ne vedevamo. Mio padre chiese un po’ di pane perché aveva un bambino piccolo; il presidente rispose che non intendeva parlare con i traditori e che, se avesse continuato a “fare il furbo”, se ne sarebbero occupati. Mio padre fu incarcerato e morì in prigione. Io avevo quattro anni.

Fabiana Giovanelli

Non c’erano soldi per i vestiti. Fabiana Giovanelli ricorda chiaramente che, verso i quattro anni, non aveva letteralmente nulla da mettersi ai piedi: “Mamma allora tagliò una coperta e mi avvolse i piedi, fissandola con corde o lacci per farmi camminare. Era al posto degli stivali. Ma faceva così freddo, c’erano gelate così forti, che quei pezzi si ghiacciavano attaccandosi ai piedi. Ho ancora ferite alle gambe e cammino a fatica.”

 

Il ritorno e il silenzio

Dopo la guerra, il ritorno in Crimea non fu immediato né semplice. Molte famiglie poterono rientrare solo nei primi anni Cinquanta e, anche allora, senza diritto alla residenza o a un lavoro stabile. Solo dopo la morte di Stalin alcune restrizioni vennero allentate.

Per decenni, la comunità italiana visse in una sorta di rimozione forzata della propria identità. Molti cambiarono cognome, altri smisero di parlare della propria origine. In alcune famiglie, la nazionalità italiana venne nascosta perfino ai figli, come una colpa da dimenticare.

La famiglia di Fabiana tornò in Crimea nel 1952, ma non permisero loro la residenza e non offrirono lavoro. Trovarono la registrazione solo nel Kuban’ e lì anche un impiego per la madre. Riuscirono a rientrare definitivamente solo nel 1953.

— Solo dopo la morte di Stalin riuscimmo a tornare dal Kuban’: ci diedero la residenza e l’autorizzazione a lavorare e studiare a Kerč’ — dice.

La signora Giovanelli ha due figlie, dei nipoti; per ora non ha pronipoti.

— I nipoti vorrebbero sposarsi, ma io li freno e dico che, per mettere su famiglia, bisogna prima avere un appartamento o costruire una casa, come si usa — ride l’italiana.

 

Dalla contesa geopolitica alla riabilitazione storica

Nel 2014, con il referendum e l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, si aprì una nuova fase politica e simbolica. Proprio in quel contesto, subito dopo il 2014, la Federazione Russa avviò il processo di riabilitazione ufficiale degli italiani di Crimea, riconoscendo l’ingiustizia della deportazione e rimuovendo formalmente l’accusa di tradimento.

Il documento riguardava armeni, bulgari, greci, tatari di Crimea e tedeschi, ma non menzionava gli italiani. Per fortuna, alcune persone, con grande tenacia, riuscirono ad arrivare fino ai vertici di due Paesi e a ottenere giustizia.

Nel febbraio 2017, Fabiana Giovanelli divenne la prima italiana di Crimea a ricevere il certificato ufficiale di riabilitazione. Un gesto simbolico ma profondamente significativo, che chiudeva — almeno sul piano giuridico e morale — una ferita aperta da oltre settant’anni.

La lunga strada verso la riabilitazione

Giulia Giacchetti-Boiko è a capo della comunità italiana C.E.R.K.I.O. (Comunità degli Emigrati in Regione di Krimea – Italiani di Origine) fondata a Kerch il 28 luglio 2008, che tradotto significa “Cerchio”, cioè la forma che aveva la fortezza costruita qui, sulle rive dello stretto di Kerč’, nel VI secolo, da coloni provenienti dalle città italiane del Medioevo.Il suo piccolo ma accogliente appartamento, vicino alla stazione ferroviaria di Kerč’, è diventato un punto di riferimento per gli attivisti della comunità.Giulia ha lottato per oltre 20 anni per la riabilitazione della propria famiglia e di tutti gli italiani.

QUANDO INCONTRAMMO BERLUSCONI E PUTIN…

— Mia madre, Tamara Giacchetti, al momento della deportazione aveva appena un anno. Con lei furono mandati in esilio anche sua sorella di nove anni e suo fratello di sei. Secondo i ricordi di mia zia, furono inviati con la seconda chiatta e, proprio davanti a loro, la prima imbarcazione, sulla quale c’erano anche italiani, fu colpita e bombardata da aerei tedeschi e affondò.

— Mia zia raccontava che in Kazakistan ci accoglievano con sospetto e paura: dicevano che avevano portato dei fascisti. E una donna ci guardò e disse: ma non sembrano fascisti, sono persone normali, come noi.

Subito dopo il referendum del 2014 e l’ingresso della Crimea nella Federazione Russa, Giulia scrisse la prima lettera al Cremlino. Poi ancora e ancora…

— E un giorno, all’improvviso, ci chiamarono dal governo della Crimea. Dissero che ci invitavano a un “incontro importante”, ma dove e con chi, sinceramente, non lo sapevamo. Si scoprì che era un incontro con Vladimir Putin e Silvio Berlusconi. Proprio lì, durante l’incontro a Jalta, sollevammo tutte le questioni che ci stavano a cuore. Il presidente ci sostenne e il giorno dopo fu emanato un decreto sulla riabilitazione degli italiani deportati dalla Crimea. E per questo siamo riconoscenti.

Giulia Giacchetti-Boiko

Giulia studia la deportazione degli italiani di Crimea da oltre vent’anni. È in contatto con i discendenti dei deportati, molti dei quali si sono trasferiti in Italia. Alla fine dell’anno scorso è uscito il suo primo libro di ricerca, “Gli italiani di Crimea. Storie e destini”, che raccoglie testimonianze storiche, ricordi dei testimoni della deportazione e numerose fotografie.
ulia Ghaketty-Boyko (nella foto al centro) in una riunione dei rappresentanti della comunità italiana con Vladimir Putin e Silvio Berlusconi
YALTA, RUSSIA. 11 settembre 2015. Giulia Ghaketty-Boyko (nella foto al centro) in una riunione dei rappresentanti della comunità italiana con Vladimir Putin e Silvio Berlusconi

Secondo Giulia, c’è materiale per diversi altri libri: — Vogliamo chiarire le circostanze della tragedia della prima imbarcazione con gli italiani, che affondò, e ricostruire la storia di ogni famiglia italiana deportata dalla Crimea. C’è ancora tantissimo lavoro.

Giulia e altri attivisti iniziarono a chiedere la riabilitazione ufficiale degli italiani già nel 1991. Si rivolsero più volte alla Verkhovna Rada e a ogni nuovo presidente dell’Ucraina, senza ottenere risposta.
Sebbene nel censimento del 2014 solo 77 persone si siano dichiarate italiane, in Crimea gli italiani sono molti di più. Solo a Kerč’, secondo Giacchetti-Boiko, la comunità italiana conta circa 500 persone.Giulia nota con rammarico che, dopo le sofferenze e le persecuzioni degli anni ’40 e ’50, molti hanno scelto di dimenticare il proprio cognome italiano e, per alcuni bambini, genitori, nonni e bisnonni hanno nascosto la vera nazionalità. 

“Buongiorno” dalla Crimea

Nella piccola stanza di Giulia, su un tavolino, c’è un computer; al muro una riproduzione dell’“Ultima Cena” di Leonardo da Vinci e una statuina della Madonna. In cucina si dà da fare la sua matrigna, Anastasija Boiko. Giulia dice che senza l’aiuto di questa donna russa le sarebbe stato difficile raccogliere tutto il materiale sugli italiani di Crimea.— Io la chiamo la mia seconda mamma, non matrigna. In italiano esiste l’espressione “seconda madre”: è ciò che è diventata per me negli ultimi dodici anni.
Giulia Giachetti-Boiko con la matrigna Anastasia Nikolaevna
Giulia Giachetti-Boiko con la matrigna Anastasia Nikolaevna

Anastasija Nikolaevna dice di avere vissuto da vicino la tragedia degli italiani di Crimea e di aiutare la comunità come può: — La nostra casa è diventata una sorta di piccolo centro culturale italiano a Kerč’: qui si riuniscono i membri della comunità, viene il pastore della chiesa italiana locale, arrivano giornalisti e politici — racconta.

Ha anche fatto propri molti piatti della cucina italiana: risotti, diversi tipi di pasta preparati insieme a Giulia con una ricetta personale dell’impasto. E anche formaggi.

— Prendiamo la brynza e aggiungiamo vari ingredienti, poi la facciamo maturare e otteniamo formaggi fatti in casa. Un tempo gli italiani li producevano in Crimea e li conservavano in cantina. Noi li facciamo maturare sul balcone — dice Giulia Giacchetti-Boiko.

Giulia riceve telefonate in continuazione: dall’Italia e da altre parti del mondo dove vivono discendenti degli italiani di Crimea.

— “Buongiorno” è un saluto in italiano. Mi chiamano da ogni luogo dove ci sono persone d’origine italiana legate a Kerč’. Io rispondo sempre che sono felice di sentirle e vederle, se parliamo anche in video. Per noi è importante. La nostra patria è Kerč’, la Crimea, la Russia, ma non perdiamo il legame con la patria storica dei nostri antenati.

 

Memoria, identità e riconoscimento

Oggi, mentre la Crimea resta al centro di tensioni internazionali, la storia degli italiani deportati ricorda come le grandi contese geopolitiche si riflettano sempre sulle vite delle persone comuni. Accusati di tradimento senza colpa, sradicati dalla propria terra e costretti all’oblio, gli italiani di Crimea hanno atteso per generazioni un riconoscimento che arrivasse troppo tardi per molti, ma non per la memoria collettiva.

La loro storia è parte integrante della storia russa, ucraina ed europea: una diaspora dimenticata, restituita alla dignità solo nel nuovo assetto politico nato dopo il 2014.

 

Per non dimenticare

È stato creato un apposito archivio dedicato alle vittime italiane nei gulag sovietici, con 1125 schede anagrafiche consultabili online e organizzate in ordine alfabetico per facilitare le ricerche dei singoli nomi e percorsi biografici.

Inoltre, l’archivio fa parte delle attività dell’associazione Memorial Italia, nata nel 2004 e facente parte del network internazionale Memorial (ONG storica creata a Mosca negli anni Ottanta), composta da storici, slavisti, traduttori e appassionati interessati alla conservazione della memoria storica e alla difesa dei diritti umani nello spazio post-sovietico. L’associazione si occupa di ricerca sul periodo delle repressioni di epoca sovietica, dello studio dei totalitarismi e della violenza di Stato, organizza convegni, mostre, seminari e pubblica studi e documentazione su questi temi.

Questi elementi offrono un importante riferimento per approfondire storie di italiani emigrati in URSS, incarcerati nei gulag, deportati o vittime delle purghe, attraverso fonti archivistiche, biografie e documenti storici.

Questo archivio fa parte di un più ampio progetto di ricerca sulla repressione degli italiani in Unione Sovietica e può essere esplorato qui:

👉 https://www.memorial-italia.it/ricerca-vittime-italiane-nei-gulag/

Michele Sacchet

Da un articolo di Sergej Pavliv
Photo editor: Ilona Gribovskaja
Fotografi: Aleksej Pavlišak, Michail Metcel’

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