Il “cicchetto” del Colonnello

Il “cicchetto” del Colonnello

Quando una parola vale più di una punizione

Nel 1929 una sola parola – “bravo” – rischiò di costare 45 giorni di punizione a un allievo alpino. Non per un errore, non per indisciplina, ma per aver espresso un giudizio sincero.

Questo racconto vero ci riporta dentro lo spirito autentico delle Penne Nere:

~ o O o ~

Chi di noi, da bimbi e da ragazzi, ed anche da giovanotti, non ha mai ricevuto dai familiari, dagli insegnanti e da altre persone sgridate, romanzine e castighi? Certamente nessuno. Tutti ne abbiamo combinata qualcuna, più o meno grave, e siamo perciò stati puniti.

Ma quando si arriva a vent’anni, e si è convinti di essere già uomini che la sanno lunga, certi solenni richiami, anche se giustificati, non si dimenticano più e restano di monito per tutta la vita.

Non ci credete? Sentite allora ciò che mi è capitato.

Corso Italia e la caserma Teulié, 1930 circa.
Corso Italia e la caserma Teulié, 1930 circa.

Nel 1929 frequentavo la Scuola Allievi Ufficiali Alpini nella caserma Teuliè sita in Corso Italia a Milano. Eravamo da alcuni giorni rientrati dal campo estivo svoltosi sui monti della Val Masino, in Valtellina. La nostra base era fissata in una tendopoli posta nei pressi di Masino Bagni, dalla quale si partiva ogni mattina con gli zaini affardellati per compiere esercitazioni, traversate sui ghiacciai del Bondo e l’ascensione sui costoni dei Pizzi Cengalo e Badile, confinanti con la Svizzera.

Tutto era andato bene ed eravamo perciò, salvo i colleghi trasferiti in fanteria perché erano inidonei ad alta montagna, contenti e soddisfatti.

Avevo scritto per ricordare quei giorni alcuni articoli intitolati “Al campo con gli alpini”, pubblicati sul “Corriere Valsesiano”, e ritenendo di fargli cosa grata, avevo consegnato copia del settimanale al mio comandante maggior Cavalier Santini. Egli li aveva letti con piacere e, credendo di farmi un favore, li aveva passati al colonnello marchese De Saissel d’Aix, comandante della scuola.

Tutto, a quanto sembrava, era finito lì, ma purtroppo non fu così.

Ogni sera, dalle 18 alle 21, c’era la libera uscita. Mezz’ora prima di lasciare la caserma, dovevamo schierarci per essere passati in rivista. Chi aveva barba e capelli lunghi, un bottone della divisa mancante, i guanti bianchi anneriti o le unghie non pulite o le scarpe non lucidate, eccetera, veniva fatto uscire dai ranghi e per quella volta doveva restare in caserma.

Una di quelle sere il mio tenente, passandoci in rassegna, mi disse: “Allievo Burla, passi a sinistra!”. Lei e il suo capo squadra Bonomi, accompagnati da me, sono convocati ai rapporti dal signor colonnello.

Apriti cielo! Che cosa potevo aver combinato per essere chiamato niente meno che dal nostro comandante?

Mentre salivo le scale per raggiungere il salone del comando, feci un rapido esame di coscienza e non trovai nulla, proprio nulla, da rimproverarmi. Che si trattasse invece di un elogio per lo studio o per il mio comportamento? Una piena illusione, come vedrete.

Il colonnello in piedi, alto e fastoso come un monumento, troneggiava dalla sua cattedra e noi tre, dopo averlo salutato, restammo immobili, in riga sul pavimento e sull’attenti davanti a lui.

Si guardò per un attimo e poi chiese: “Allievo Burla?”

“Comandi!”, gli risposi salutando e facendo un passo avanti.

“Ho letto i suoi articoli sul campo estivo, nulla da obiettare dal lato stilistico che mi è parso buono, sorvolo anche sul particolare riferimento all’accenno sulla tiratura di cinghia, che avrebbe potuto tralasciare di mettere in evidenza. Capisco che tre pagnotte e un pezzo di carne al giorno non sono una lauta azione per un alpino, ma specialmente quando si va in montagna, bisogna accontentarsi di quello che c’è.

Ad ogni modo, non è questo il motivo centrale del mio disappunto. C’è nel suo terzo articolo una parola che riveste un particolare significato, un aggettivo che avrebbe dovuto essere assolutamente eliminato. Ha capito?”

“Signor no!” balbettai.

“Allora le rinfresco la memoria. Lei ha scritto testualmente ‘il mio bravo capitano’. Non è vero?”

“Signor sì!”

“Benissimo! E così, deliberatamente, con quel lampante elogio, con quello sperticato complimento, lei ha creduto di accattivarsi la simpatia del suo superiore, di infilarsi nelle sue maniche, di guadagnarsi la promozione.

Al contrario, invece, quel suo stonatissimo ‘bravo’ influirà negativamente sulla sua carriera. Certo! Nella vita borghese il suo incensamento avrebbe potuto esserle molto utile, ma è assolutamente controproducente in quella militare. Un buon soldato deve imparare a obbedire senza giudicare. Non vogliamo serve, lavandaie e leccapiedi, ma uomini ben preparati e di sicura fede. Ha capito?”

“Signor sì!” aggiunsi mentre lui continuava a rimproverarmi gesticolando.

Non sapevo più nemmeno dov’ero. Vedevo un turbinio di cose ruotarmi intorno come fantasmi.

Ad un tratto io persi l’equilibrio e senza accorgermi mi trovai in posizione di riposo.

“E stia sull’attenti perbacco!” tuonò il comandante.

Mi irrigidii nuovamente e rimasi ancora ad ascoltare trasognato, come gli altri miei stupefatti accompagnatori, immobili quali statue, la tremenda ed inevitabile filippica.

“Volevo affibbiarle per quel suo famigerato ‘bravo’ 15 più 30 giorni di punizione, ma il signor Maggiore è intervenuto in suo favore, assicurando che lei è un buon elemento e che non se li merita.

Non sarebbe più uscito dalla caserma fino alla fine del corso. Vada perciò subito a ringraziare il signor Maggiore. Ha qualcosa da dire?”

“Signor sì. Soltanto per precisarle che non andrò a ringraziare nessuno, signor colonnello. Se ho sbagliato, l’ho fatto in buona fede, perché mi sembrava doveroso mettere in rilievo le qualità eccezionali del mio capitano, un vero e proprio cavaliere della montagna. Non ho mai pensato però, neanche lontanamente, di volermi guadagnare con quella parola la sua benevolenza. Riconosco la mia colpa, è giusto che io sia punito e perciò sono pronto a pagare di persona.”

A questo punto successe l’incredibile: il colonnello scese dalla cattedra, si avvicinò a me, e visibilmente commosso, battendomi la mano destra sulla spalla, esclamò: Bravo! Bene, bravo! Ho scoperto che c’è ancora in te la stoffa di un vero alpino. Sono certo che ti farai onore, che sarai degno delle penne nere. Non ti punirò. Vai pure in libera uscita.”

E rispondendo al nostro saluto ci condannò, voltandosi bruscamente per nascondere le lacrime che gli brillavano negli occhi sfavillanti.

~ o O o ~

Questo racconto non è solo un aneddoto di caserma. È una lezione di vita alpina. Ci insegna che disciplina e onore camminano insieme, che il rispetto non si compra con le parole ma nasce dalla sincerità, e che il vero comando non spegne l’uomo, ma lo tempra.

Storie come questa meritano di essere ricordate e tramandate, perché dentro vi è lo spirito autentico delle Penne Nere: severità e umanità, rigore e cuore, silenzio e coraggio.

Ed è anche per questo che, ancora oggi, quando sentiamo pronunciare quella parola – bravo – sappiamo che non è mai una parola qualsiasi.

 

Un racconto di Costantino Burla
Dal Col Maòr n. 1 del 1977

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