12 giugno 1979 — Al contrappello mancava Ernesto

Ernesto Lomasti — autoscatto sulla vetta della Torre Winkel, 28 marzo 1978.

Ciao, «Cartuccia»!

Il ricordo di Ernesto Lomasti, a quarantasette anni dalla scomparsa

Ieri ero a Gemona per trovare un posticino dove dormire al Triveneto 2026. E in mezzo a tutto questo, sul telefono, mi arriva un messaggio whatsapp dal mio amico Andrea Tenci, che avevo conosciuto per caso su al Sacrario Militare del Pasubio, durante i giorni dell’ultima Adunata a Vicenza.

Poche righe, scritte con la semplicità di chi porta dentro qualcosa da tanto tempo: «Mio compagno di Corso. Mancato durante il Corso, una sera in libera uscita andava ad arrampicare».

Non serve altro. In quella frase c’è tutto: la giovinezza, la montagna, un’assenza che non si è mai chiusa davvero. E così, pur non avendo mai conosciuto Ernesto Lomasti, mi sono seduto a scrivere di lui. Perché certe storie meritano di non restare solo nella memoria di chi c’era.

Ernesto nasce a Udine il 29 ottobre 1959 e cresce a Pontebba, piccolo borgo della Carnia in provincia di Udine.

Il padre Marcello è Ufficiale degli Alpini — un dettaglio che non è un dettaglio: la montagna, per Ernesto, è nell’aria di casa prima ancora di essere una scelta.

La madre Luciana lavora alle poste. È un bambino timido, dal fisico gracile, e con addosso quel soprannome che i ragazzi crudeli riservano a chi non corrisponde alla misura attesa: Cartuccia.

Ma i ragazzi crudeli, si sa, sbagliano spesso.

La svolta arriva con un regalo per la licenza di terza media: la salita alla cima del Jôf di Montasio con la guida Bruno Contin, suo punto di riferimento per tutta la vita. Da quel giorno in poi, per Ernesto, la montagna non è più solo un orizzonte — è una vocazione.

«Arrampicare insieme è come fare l’amore: non si può fingere, non si può nascondere la vera personalità; salta fuori l’essere intimo della persona; senza bisogno di parlare si liberano tutti i sentimenti, tutte le emozioni.»

— Ernesto Lomasti

Ernesto non cercava il palcoscenico. Sulle pareti neglette delle Alpi Giulie e Carniche — non le grandi vetrine alpine, ma le rocce di casa, aspre e dimenticate — apriva vie che altri non avrebbero osato percorrere nemmeno in cordata.

Ernesto Lomasti con Sandro Piussi. Foto CAI Pontebba
Ernesto Lomasti (a sinistra) con Sandro Piussi. Foto CAI Pontebba

 

Scalava con gli scarponi rigidi, poche protezioni, quasi nessuna rete di sicurezza. E dichiarava sempre meno di quello che aveva fatto: era tra i primi a spingere sul VII grado, ma lo faceva annotando nei diari «massimo VI+», con quella modestia che non era falsa umiltà — era semplicemente il suo modo di stare al mondo.

«La naturale modestia e le sue vie sulle scomode pareti delle Giulie e delle Carniche non gli portano quella fama che peraltro nemmeno cerca.»

— Luca Beltrame, dal suo libro Non si torna indietro (2008)

Ignazio Piussi — uno dei giganti dell’alpinismo italiano del Novecento, con cui Ernesto aveva aperto alcune vie — lo definì con una sentenza senza appello: «il più forte alpinista friulano di sempre».

Dopo la maturità, Ernesto lascia le montagne di casa. Viene chiamato nel Gruppo Esploratori della Scuola Militare di Addestramento Alpino (SMALP) di Aosta, dove frequenta il 94° Corso AUC — Ufficiali di Complemento.

Ernesto Lomasti al 94° Corso AUC della Smalp di Aosta
Ernesto Lomasti al 94° Corso AUC della Smalp di Aosta

 

Scopre il granito della bassa Valle d’Aosta e il 13 maggio 1979, assicurato dal compagno Enrico Ricchi, apre una nuova via su un pilastro ancora vergine sopra il paese di Arnad. La chiama «Via del 94°»: un omaggio diretto al suo Corso, inciso nella roccia per sempre. Quel torrione di gneiss, ben visibile percorrendo la valle, verrà poi chiamato da tutti Pilastro Lomasti.

Rifiuta di passare nella sezione sportiva degli Alpini — non era il tipo. Gli viene offerto un trasferimento alla caserma «Italia» di Tarvisio come istruttore, con arrivo previsto per il 25 giugno.

Il 12 giugno 1979 Ernesto non ha ancora vent’anni. Saluta i compagni come ogni sera e va ad allenarsi alla parete di Machaby, sopra Arnad — la stessa parete dove aveva aperto la Via del 94° appena un mese prima. La sera non torna in caserma.

Una testimonianza diretta

Mentre scrivo questo articolo, mi raggiunge Andrea Tenci — amico mio, amico di Ernesto, commilitone di quel 94° Corso. È lui che porta la memoria di quella sera alla Caserma Battisti.

«Ricordo bene quella sera. Io e alcuni altri fucilieri andammo in libera uscita a giocare a calcio. Fummo interrotti dall’arrivo di un temporale. Rientrati alla Battisti, tutto regolare fino al contrappello — quando nella camerata degli Esploratori risultò assente Ernesto. Uscirono a cercarlo, sapevano che andava ad arrampicare alla palestra di Arnad. Lo trovarono, purtroppo. Alcuni di noi sanno tutti i particolari.»

— Andrea Tenci, commilitone, 94° Corso AUC SMALP

La parete di Machaby. Un temporale estivo. Un contrappello con un nome in meno. Secondo le cronache fu trovato alla base della via «Topo Pazzo» — caduto, forse colpito da un fulmine.

Quelle poche righe di Andrea dicono tutto quello che serve, con la precisione asciutta di chi era lì e non ha dimenticato nulla.

Più delle doti alpinistiche, ancorché notevoli, erano le sue qualità umane ad emergere: la sua allegra apertura verso tutti, il comportarsi, dopo salite eccezionali, come se nulla fosse successo.

Chi lo ricorda conserva soprattutto quella — l’immagine del suo sorriso aperto e scherzoso, della sua naturalezza e semplicità anche dopo un’impresa.

«Penso che nessuna via, nemmeno la più difficile, può donarti la stessa gioia che ti rimane nell’aver aiutato una persona in montagna.»

— Ernesto Lomasti

Solo chi ha arrampicato con lui sa quello che davvero è stato: un fuoriclasse che ha attraversato come una meteora il passaggio tra l’alpinismo classico e quello sportivo, lasciando tracce sulle pareti e nella memoria di chi lo ha conosciuto.

E nella memoria di un compagno di Corso che, ancora oggi, lo ricorda con due righe sul telefono a un amico — che non lo ha mai conosciuto, ma ha capito subito chi era.

Il CAI di Pontebba lo ha voluto ricordare con un bivacco sulla Sella di Aip a 1920 metri. Il suo Corso e gli Alpini di Arnad hanno eretto un cippo ai piedi della parete della Gruviera, dove fu ritrovato. E il Pilastro Lomasti, quel torrione di gneiss sopra Arnad che porta la sua Via del 94°, resterà lì — a testimoniare che era passato di qui un ragazzo con gli scarponi, poche protezioni, e un talento che la montagna si è ripreso troppo presto.

Michele Sacchet

📷 Ernesto Lomasti — autoscatto sulla vetta della Torre Winkel, 28 marzo 1978.
Fotografia tratta dal libro Non si torna indietro di Luca Beltrame (CDA Vivalda, 2008).

 

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