Guido Rossa, un uomo giusto che non va dimenticato

Guido Rossa, un uomo giusto che non va dimenticato

Operaio, sindacalista, Alpino e uomo di montagna: il sacrificio di un uomo che scelse di non voltarsi dall’altra parte.

Il 24 gennaio prossimo ricorrerà il 47° anniversario del vile assassinio di Guido Rossa per mano delle Brigate Rosse.

«Pochi lo hanno ricordato perché oggi pochi hanno memoria di chi fosse. Guido Rossa non fu un eroe, era semplicemente un uomo giusto, di quelli che non si tirano indietro. Mai».

Con queste parole il sito del PCI ha voluto ricordarlo in passato, cogliendo con estrema lucidità l’essenza di una figura che appartiene alla storia civile del nostro Paese.

Guido Rossa (Cesiomaggiore, 1 dicembre 1934 – Genova, 24 gennaio 1979) fu operaio e sindacalista all’Italsider di Genova, bellunese, Alpino Paracadutista e uomo di montagna. Un uomo che seppe coniugare il rigore morale con la concretezza dell’azione, pagando con la vita la fedeltà ai valori democratici e repubblicani. Un eroe dei nostri tempi, anche se lui non si sarebbe mai definito tale.

Vogliamo ricordarlo pubblicando una sua accorata lettera scritta nel 1970 a un amico, nella quale dichiarava l’intenzione di rinunciare all’“andar sui sassi”. Guido Rossa era un fortissimo scalatore, ma già allora mostrava amarezza per lo scarso impegno sociale di molti rocciatori. In quelle righe denunciava l’indifferenza e il qualunquismo di un ambiente che rischiava di isolarsi dal mondo reale, rifugiandosi sulle pareti di roccia mentre attorno cresceva un’umanità ferita da ingiustizie, soprusi e disuguaglianze. Per Guido non bastava misurare il proprio coraggio sulle vette: occorreva scendere tra gli uomini, condividere le loro lotte e costruire giustizia sociale.

Caro Ottavio,

l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico in genere, ma soprattutto in quello genovese, sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa lizza della mia stazione alpina.
Da parecchi anni ormai mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici, l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, che si contrapponga a quello quasi inutile (e non nascondiamocelo, forse anche a noi stessi) dell’andar sui sassi.
Che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre, possiamo dimenticare di essere gli abitati di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’ anno, quaranta muoiono di fame!
Per questo penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro, allargando fra tutti gli uomini la nostra solidarietà che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno, tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l’esistenza nostra e dei nostri figli.
Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso, perché anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati per me il motivo dominante, finora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualche cosa di buono in questo senso (……). L’Italia con i suoi gravi contrasti presenta una situazione politica particolare (……), io penso che il compito nostro non sia quello di elaborare modelli della società (…..). Da poco mi hanno eletto con regolari votazioni delegato di reparto. Inizia qui e probabilmente finisce la mia carriera di sindacalista.
Avrei voluto rimanerne fuori, ma mi hanno messo alle strette, dico che parlarne solo non basta! E fin dal primo giorno sono partito all’attacco, tanto per tre o quattro anni non potranno buttarmi fuori….

Genova, 15 febbraio 1970
Guido Rossa

Era il 24 gennaio 1979, alle 6.35 del mattino, in via Ischia 4 a Genova. Guido Rossa uscì di casa per recarsi al lavoro, salì sulla sua Fiat 850, ignaro che dietro di lui si trovava un furgone Fiat 238 con a bordo tre brigatisti: Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. I colpi d’arma da fuoco lo uccisero sul posto. Per la prima volta le Brigate Rosse assassinavano un sindacalista della sinistra italiana, un operaio eletto nel consiglio di fabbrica dell’Italsider di Cornigliano, futura Ilva, simbolo delle grandi lotte operaie del Paese.

Quell’attentato segnò di fatto il suicidio politico delle Brigate Rosse. Dopo l’infame esecuzione, gli operai manifestarono con cartelli che recitavano: “Né con lo Stato né con le BR”. Con il sacrificio di Guido Rossa si consumò una rottura definitiva tra il terrorismo e la classe operaia, soprattutto all’interno delle fabbriche, dove i terroristi non trovarono più alcuna accoglienza. La storia di quei tragici anni cambiò direzione.

Dopo il funerale, l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini volle incontrare i camalli del porto di Genova e pronunciò parole rimaste nella memoria collettiva:
«Io oggi non sono qui come il Presidente della Repubblica, ma come il compagno Sandro Pertini. Io le Brigate Rosse le ho viste in faccia! Ma quelle vere! Quelle che hanno combattuto contro i fascisti e non quelle che hanno combattuto contro i democratici!».

Sandro Pertini ai funerali di Guido Rossa

Eppure, a dimostrazione di quanto fragile possa essere la memoria civile, nel 2019 a Genova comparvero scritte vergognose come “Guido Rossa infame”, tracciate in Salita Santa Brigida, luogo simbolo della violenza terroristica. Offese scoperte a poche ore dall’arrivo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la cerimonia di commemorazione del sindacalista, a quarant’anni dalla sua uccisione. In quell’occasione il Capo dello Stato ricordò come Guido Rossa «ha pagato con la sua famiglia il prezzo supremo di chi ha voluto tener fede al valore della Repubblica che in Genova e nelle sue fabbriche ha trovato la Resistenza».

Le reazioni furono nette e trasversali. Alla Camera, il parlamentare Giorgio Mulè dichiarò: «Quest’Aula sappia dire ai responsabili che quelle scritte vennero lavate con il sangue dei martiri e dall’impegno di tutta la Nazione e che mai potrà riemergere un rigurgito di quell’epoca». Guglielmo Epifani definì quelle scritte «inqualificabili», sottolineando come non debbano riportarci indietro, ma spingerci a una rinnovata lotta civile di tutto il Paese.

Fatti che riteniamo scandalosi, perché oltraggiano non solo la memoria di Guido Rossa, ma quella di tutti coloro che hanno difeso la democrazia pagando il prezzo più alto.

Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Civile che gli fu assegnata:

«Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell’impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d’arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all’estremo sacrificio.
Genova, 24 gennaio 1979.»


Ricordare Guido Rossa oggi, alla vigilia del 47° anniversario della sua uccisione, in un tempo in cui il senso civile appare spesso smarrito, non è solo doveroso: è necessario.

 

Michele Sacchet

Aggiornamento al Col Maòr n. 1 del 2018

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