Ricordare i morti aiutando i vivi

Nardo Caprioli, l’uomo che trasformò il dolore di Nikolajewka in mattoni, asili e protezione civile. Prima che qualcuno chiamasse tutto questo una pagliacciata.

C’è una frase che vale più di mille discorsi. La pronunciò — o meglio, la visse — Leonardo Caprioli, bergamasco, classe 1920, alpino del Battaglione Edolo, reduce di Russia, presidente nazionale dell’ANA dal 1984 al 1998. La frase è: ricordare i morti aiutando i vivi. Tre parole. Un programma. Una visione del mondo.

Leonardo Caprioli — lo chiamavano tutti Nardo — non era un uomo di retorica. Era un uomo di fatti. E in questi giorni, alla vigilia dell’Adunata Nazionale di Genova 2026, quella frase torna più necessaria che mai.

Profilo

Leonardo “Nardo” Caprioli (1920–2013)

Nato a Bergamo il 24 novembre 1920, studente di medicina, interrompe gli studi nel gennaio 1941 per arruolarsi volontario nelle Truppe Alpine. Assegnato al 6° Alpini e poi al Battaglione Edolo, parte nel luglio 1942 per il fronte russo con la Brigata Tridentina.

Il 15 gennaio 1943, mentre sta per rientrare in licenza, una ventina di carri armati sovietici irrompe a Rossosch, sede del Comando di Corpo d’Armata alpino. Caprioli rinuncia alla licenza, assume il comando del Plotone Mitragliatrici della 52ª Compagnia e condivide le sorti dei suoi uomini fino alla Battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio. Quello che vide, quello che perse, non lo dimenticò mai.

Tornato in Italia, si laurea in medicina nel 1945. Sposa Anna, fa il medico, mette su famiglia — quattro figli, sette nipoti. Nel 1969 diventa presidente della Sezione ANA di Bergamo, carica che ricopre fino al 1984, quando viene eletto alla guida dell’Associazione Nazionale: sarà l’ultimo presidente ad aver combattuto in guerra, con uno dei mandati più lunghi della storia dell’ANA (fino al 1998). Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Nel 1987 chiede e ottiene dal Consiglio Direttivo Nazionale dell’Ana che la “Preghiera dell’Alpino” sia preferibilmente recitata, nella forma originale del 1949.

Nel 1992 nasce l’idea di tornare a Rossosch — dove tanti compagni erano rimasti per sempre — e di costruirci un asilo. Lo chiamarono Asilo Sorriso. Inaugurato nel 1993, ospita ancora oggi più di centocinquanta bambini.

È andato avanti il 2 luglio 2013 a Bergamo, a novantatré anni. Il Comune proclamò il lutto cittadino.

La dottrina Caprioli

Sotto la sua presidenza gli Alpini diventano colonna portante della Protezione Civile nazionale — dal terremoto del Friuli a quello dell’Irpinia, dalla Valtellina alla Versilia, fino all’Umbria e alle Marche. Qualcuno ha chiamato tutto questo, con piena ragione, la dottrina Caprioli: la memoria dei caduti non si consuma nell’emozione di un pomeriggio. Si converte in mattoni, ore di lavoro, fango degli interventi d’emergenza.

Per i novant’anni di Nardo, una delegazione dell’A.N.A. andò a trovarlo a casa, dove viveva con la moglie Anna — sessantaquattro anni di matrimonio. Antonio Sarti, presidente sezionale di Bergamo, disse di lui: “È un grande uomo e un grande alpino. Le sue penne nere gli sono vicine con affetto e stima”. All’Adunata di Bergamo del 2010, già stanco e malato, aveva voluto sfilare in piedi su una Campagnola, sotto la pioggia, tra le urla entusiaste della sua gente. Un boato che non aveva bisogno di spiegazioni.

Nel 1998, lasciando la presidenza, salutò le sue penne nere con quella che rimane forse la frase più alpina che si possa pronunciare: “Se saprò che voi parlando di me direte: “Caprioli? Era un alpino e ci ha voluto bene”, sicuramente sorriderò e sarò felice”. Difficile trovare un congedo più sobrio e più vero.

Genova 2026: la pagliacciata e le scuse

Il 22 aprile 2026, a meno di tre settimane dall’Adunata, Lorena Lucattini — funzionaria della Procura di Genova ed ex candidata al Consiglio Comunale per Alleanza Verdi Sinistra — affida ai social il suo pensiero sull’evento: “Ci siamo ereditati questa pagliacciata del raduno degli Alpini, che ci occupano scuole e palestre, almeno si pagassero gli alberghi! Bloccano una città per 3 giorni, la sporcano, bevono, fanno casino, ma a cosa servono questi raduni a spese della collettività. Non vedo l’ora se ne vadano ancora prima che arrivino”.

Alle critiche ricevute, la Lucattini non fa marcia indietro — anzi, rilancia: “Tutti gli Alpini o ex Alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere”. Poi, evidentemente, la pressione divenne insostenibile. A poche ore dall’inizio dell’Adunata è arrivata la lettera di scuse all’A.N.A.: uso improprio del termine, non volevo offendere, ero preoccupata per i disagi ai cittadini

Scuse formalmente corrette, accolte con il rispetto che si deve. Ma — diciamolo — arrivate quando la bufera era già passata, il danno era già fatto, e il suo partito aveva già preso le distanze.

Scuse tardive, per i più. Forse sincere, forse no. Di certo, un riflesso condizionato più che una conversione.

Come sono cambiati i tempi

C’è un episodio che dice più di qualsiasi analisi sociologica. Il 4 luglio 2013, giorno dei funerali di Nardo Caprioli a Bergamo — lutto cittadino, duemila penne nere in marcia silenziosa verso la chiesa delle Grazie — Francesco Brignone, vigile urbano e Alpino, si presentò in servizio a regolare il traffico del corteo funebre con la divisa di ordinanza e, sopra, il suo cappello con la penna nera. Un gesto spontaneo, silenzioso, personale. Il modo in cui un alpino saluta il suo presidente.

Qualcuno non la vide così. Un ufficiale del corpo di polizia locale avviò un procedimento disciplinare: copricapo fuori ordinanza. Rischio di sospensione fino a dieci giorni con decurtazione dello stipendio. Brignone si difese con quella semplicità disarmante che è il marchio degli alpini veri: «Continuo a ritenere di aver fatto una cosa bella. Non mi pento, lo rifarei anche oggi. Proprio quel giorno era anche lutto cittadino — qualcosa vorrà pur dire».

Era il 2013. Bergamo. La Città degli Alpini per eccellenza.

Oggi, dodici anni dopo, quegli stessi cappelli li ritroviamo in testa al coro alpino che va a cantare al funerale di Bossi. E una funzionaria pubblica, candidata alle comunali, chiama l’Adunata Nazionale una pagliacciata.

I tempi cambiano, si dice. Forse. O forse è solo che certe cose non le sa più tenere nessuno al loro posto — né il rispetto, né il ridicolo.

Cosa avrebbe fatto Nardo

Ci piace immaginarlo. Nardo Caprioli non era un uomo che alzava la voce. Non ne aveva bisogno. Aveva visto la steppa russa, aveva perso compagni a Nikolajewka, aveva costruito un asilo nel luogo dove era quasi morto.

Di fronte a chi definiva l’Adunata una “pagliacciata”, probabilmente non si sarebbe arrabbiato. Probabilmente avrebbe sorriso — quel sorriso raro che i suoi conoscevano bene.

E poi, con la calma di chi ha tutta la storia dalla sua parte, avrebbe forse invitato la signora Lucattini a cena, al campo dell’ANA Bergamo — una di quelle tavolate semplici, con il vino della val Seriana e qualcosa di caldo, dove siedono insieme il reduce di ottant’anni e il ragazzo di venti che ha appena finito il turno di protezione civile.

Senza discorsi. Senza polemiche. Solo per farle vedere, con i suoi occhi, a cosa servono i nostri raduni.

Perché la risposta alla domanda “a cosa servono?” non si trova su Facebook. Si trova in Irpinia nel 1980, in Friuli nel 1976, a Rossosch nel 1993, nelle strade di Genova a spalare fango, nell’ottobre del 2014, e l’8, 9 e 10 maggio 2026 — dove quattrocentomila alpini lasceranno, come sempre, la città più pulita di come l’hanno trovata.

“Aiutare i vivi per onorare i morti.”

Leonardo “Nardo” Caprioli — Presidente Nazionale ANA 1984–1998

Il Gruppo Alpini di Salce parte per Genova, dove lo aspettano gli amici di Chiavari, portando con sé quella frase come si porta nello zaino il necessario: non per ornamento, ma per uso. Era il programma di Nardo. È ancora il nostro.

Buona Adunata a tutti!

Michele Sacchet
Gruppo Alpini di Salce — Sezione ANA di Belluno

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