I 140 anni del ponte sul Torrente Siva

Socchieva di San Fermo · 1886–2026

Il ponte ferroviario sul torrente Siva compie 140 anni

Nato di ferro, abbattuto dalla guerra, rinato di calcestruzzo: la grande arcata che scavalca la Val Siva, alle porte di Salce, attraversa indenne tre secoli di storia bellunese.

Ci sono manufatti che gli uomini costruiscono per attraversare una valle, e che finiscono invece per attraversare il tempo. Il ponte ferroviario sul Siva, sospeso tra i prati di Socchieva di San Fermo — oggi parrocchia di Salce — e il vuoto che precipita verso il Piave, è uno di questi. Centoquarant’anni fa, il 10 novembre 1886, vi passò il primo treno della Treviso–Belluno.

Fu il coronamento di un’attesa lunghissima. La linea, ricordava don Bruno Bersaglio nel suo Il treno per le Valli del Bellunese, arrivò:

«dopo 30 anni di progetti, di incontri, di interventi e di lotte. Fu un giorno memorabile, era la festa del nobile e dell’artigiano, dell’adulto e del fanciullo, del campagnolo e del cittadino; in una parola e senza alcuna eccezione, era la festa di tutti».

E tra tutte le opere della nuova ferrovia, il viadotto sulla Val Siva — nelle adiacenze del Parco di Villa Pagani-Gaggia — era quella che più rapiva i viaggiatori. Le guide turistiche di fine Ottocento gli dedicarono parole che oggi sanno di altra epoca. Ottone Brentari lo descriveva con la precisione dell’ingegnere e l’occhio del cronista:

«Partiti in treno dalla stazione di Sedico, si passa il Gresal su ponte a travata metallica di m. 48, quindi si entra fra alti argini a pendio, poi fra dossi erbosi. Si corre quindi sul grande viadotto sulla Valle di Siva, a travata metallica, diviso in tre campate, con due stilate (colonne) in ferro. La lunghezza complessiva del viadotto è di m. 120, l’altezza massima dal fondo della valle m. 47».

Riccardo Volpe, più lirico, lo additava ai forestieri come meta di passeggiata, raggiungibile in un’ora e mezza per la strada nazionale feltrina, e non aveva dubbi sul valore di ciò che li attendeva:

«… alla Val Siva, dove esiste forse il più bel manufatto della nostra linea ferroviaria».

La guerra e il salto nel vuoto

Quel ferro elegante visse appena trentun anni. Il 24 ottobre 1917 la disfatta di Caporetto aprì le porte del Bellunese all’invasione austro-tedesca, e i ponti della ferrovia — tutti — furono fatti saltare per non lasciarli al nemico.

Quello che restava del ponte dopo che venne fatto saltare dagli artificieri

 

C’è una simmetria che pare scritta da un romanziere: il ponte era nato con il primo treno il 10 novembre 1886; e fu attorno al 10 novembre 1917, con l’ultimo treno, che cadde. Nato e abbattuto, a distanza esatta di trentun anni, nello stesso giorno di novembre. I giornali dell’epoca fissarono quelle ore concitate:

«Belluno, 8.11.1917 – Intanto è partito l’ultimo treno, in aria girano i velivoli nemici, più di un eroe corre col letto in cantina – Feltre, alle 9 di mattina di sabato 10 novembre, passa l’ultimo treno, poco dopo saltano i ponti della ferrovia».

Nel fango della ricostruzione

Tacciute le armi dopo il 4 novembre 1918, si ricominciò da capo. Sul Siva fu gettato in fretta un ponte provvisorio di legno, a monte del tracciato, per riattivare la circolazione; a nord del viadotto da rifare sorse la cosiddetta “stazionata”, due baracche e due binari morti per lo scarico dei materiali. A lavorare, accanto agli operai, furono chiamati i prigionieri di guerra e le donne dei dintorni. Da L’Amico del Popolo, 5 aprile 1919, una cronaca che vale come monito:

«… I prigionieri lavorano nel fango e sotto la pioggia; è necessario, perché possano produrre ed anche per umanità, che vengano loro forniti viveri abbondanti e indumenti di vestiario».

Il ponte di calcestruzzo che vediamo ancora

Il manufatto definitivo — quello che attraversiamo tuttora — nacque allora. La sua storia tecnica è affidata al trattato Ponti italiani in cemento armato (1934) degli ingegneri Santarelli e Miozzi. L’opera fu assunta nel maggio 1919 dalla “Società Odorico & C.” di Milano: un viadotto a cinque arcate di venti metri di corda, dalla linea architettonica sobria e snella, lungo 145,80 metri tra i parapetti e alto circa 52 metri dal fondo del vallone.

Sorprende il modo in cui fu costruito, senza speciali ponti di servizio: provetti carpentieri montarono l’armatura per il getto degli archi grazie a carrelli scorrevoli su una filovia tesa attraverso il vallone, e con lo stesso sistema procedettero poi al disarmo. Le spalle e le pile furono realizzate con un paramento esterno di blocchi di cemento, gettati fuori opera, che facevano da cassero al nucleo colato in posto. Due teleferiche, infine, portavano la ghiaia prelevata dal Piave: e quest’ultima fatica, annota il trattato, fu affidata a sole donne. L’apertura al traffico avvenne nel settembre 1920.

Centoquarant’anni dopo

Oggi il viaggiatore che da Sedico corre verso Belluno scavalca la Val Siva senza quasi accorgersene. Eppure sotto le sue ruote ci sono centoquarant’anni di Bellunese: l’orgoglio operaio dell’Ottocento, lo strappo della Grande Guerra, la pazienza di chi nel fango ricostruì, le mani delle donne che salirono dal greto del Piave con la ghiaia. Il ferro è diventato cemento, il treno a vapore convoglio moderno, ma il gesto è rimasto identico: unire due sponde, tenere insieme una comunità.

A raccontare per primo questa vicenda su queste pagine fu Armando Dal Pont, che nel dicembre 2010 ne celebrò sul Col Maòr i novant’anni del ponte in calcestruzzo. A lui, e alla memoria che custodisce, dobbiamo il filo di questo racconto. Noi ci limitiamo a riprenderlo, oggi, per un anniversario più ampio: i centoquarant’anni di una traversata che, di ferro o di pietra, non ha mai smesso di portarci dall’altra parte.

 

Sulla scorta dell’articolo di Armando Dal Pont apparso su Col Maòr, dicembre 2010.

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