Quarant’anni di Adunate, quattro saltate in tutto. Una risposta alle polemiche su militarismo, molestie e diritto allo studio — con ironia, memoria e qualche zampetta di troppo.
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Possiamo arrabbiarci con Favero, con i 180 cappelli olimpici, con i silenzi del CDN. Lo facciamo, e non ci fermiamo. Ma a Genova ci andiamo lo stesso — perché c’è qualcosa che vale più di qualsiasi polemica. Si chiama rispetto. Per i veci. Per Genova. Per chi aspetta suo padre in mezzo alla folla.
“Alpini da palùc” — alpini di poco valore, direbbe il dialetto bellunese. La si sentiva scherzosamente una volta quando qualche giovane tubo combinava una cazzata in caserma. La si sente ora, rivolta a chi ha distribuito il cappello alpino come un premio olimpico aggirando lo Statuto — e a chi, in tribuna, applaudiva.
Con 202 voti ottenuti dell’assemblea elettorale di domenica 1 marzo 2026, è stato eletto nuovo Presidente della Sezione ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Belluno Umberto Soccal, incarico che guiderà negli anni a venire (triennio 2026/2028) nel solco dei valori di fratellanza, servizio e impegno per la montagna e la comunità locale.
Il testo che proponiamo qui sotto è una trascrizione letterale, rispettosa fino all’ultima inflessione, di un articolo in cui Paolo Monelli parla di un libro fondamentale per la storia del Corpo e appena pubblicato, nel lontano 1922, “I Verdi: cinquant’anni di storia alpina 1872-1922”, opera storica curata da Renzo Boccardi e pubblicata per celebrare il cinquantenario della fondazione degli Alpini.
Il racconto dell’Adunata del 1923 in un articolo apparso su La Stampa di Torino il 13 giugno 1923. Un testo firmato P.M., che non può farci venire in mente che il mitico Paolo Monelli (che era in redazione a La Stampa proprio in quegli anni e aveva combattuto anche all’Ortigara), con un’anima inconfondibilmente alpina: passo sicuro, lingua schietta, ironia ruvida e una commozione mai esibita. Un ex “scarpone”, autore del libro Le scarpe al sole (1921), ambientato anche tra Valsugana e Altopiano di Asiago, capace ora di restituire il senso profondo di una festa “senza autorità e senza cerimonie”, disordinata quanto autentica.
Il Comune di Belluno ha conferito all’Associazione Nazionale Alpini (ANA) il Sigillo della Città, durante una giornata di celebrazioni che ha coinvolto autorità, cittadini e gruppi alpini.
La manifestazione è iniziata alla Caserma Salsa con la deposizione di una corona d’alloro, proseguita con la sfilata per le vie cittadine, l’alza bandiera in Piazza dei Martiri, l’accompagnamento della fanfara Congedanti della Brigata Cadore e il picchetto d’onore del 7° Alpini.
Il momento clou è stato al Teatro Comunale di Belluno, dove il sindaco Oscar De Pellegrin ha consegnato il Sigillo al presidente nazionale ANA Sebastiano Favero, riconoscendo il ruolo degli Alpini come simbolo di solidarietà, impegno e vicinanza alla comunità.
La giornata si è conclusa in un clima di festa, con centinaia di cappelli alpini nelle vie e piazze del centro storico.
Una riflessione sul vero significato di essere Alpino: non solo divisa e grado, ma valori di umiltà, servizio, amicizia e appartenenza che accompagnano tutta la vita. Il racconto nasce da una frase provocatoria sentita durante l’Adunata nazionale.
Il Col Maòr, periodico del Gruppo Alpini Salce nato nel 1964, racconta in questo articolo la propria evoluzione tipografica e organizzativa nel corso di 39 anni. Un invito a non dimenticare chi ha portato il cappello con la penna nera e a custodire le tradizioni alpine sancite dallo Statuto dell’ANA fin dal 1919.