L’alfiere di Salce, il conducente della 50ª Batteria, l’uomo del carretto della Befana
Nel 1998, sul Col Maòr, un socio si mise a fare i conti. Non di soldi: di uscite. In un anno il gagliardetto del Gruppo era stato portato fuori «ben 39 volte» – diciassette feste con altri Gruppi, dieci cerimonie per i Caduti, sette sfilate, tre funerali di soci, due giuramenti. «Tra i nostri soci ci sono di quelli che lo vedono una volta all’anno», scriveva, e non immaginano quante domeniche ci sono dietro. Chiudeva così: «Anche questo impegno fa parte del volontariato, come la protezione civile ed è doveroso dire grazie ai consiglieri che lo fanno. Bravi e basta.»
La lettera era firmata Antonio Tamburlin. Quel gagliardetto, quasi sempre, lo portava lui.
Un artigliere da montagna
Toni era della classe 1943, primo scaglione, aggregato però al ’42. Partì per le armi nel novembre del 1963, poche settimane dopo il Vajont, e fece il CAR a Boves, in provincia di Cuneo. Ne uscì artigliere da montagna, servente al pezzo. Poi Bassano, con la 50ª Batteria del Gruppo «Pieve di Cadore», e infine l’Alto Adige: circa cinque mesi di «guardia frontiera» fra Vandoies, Rio Pusteria e Sciaves.
Una fotografia del 1964, ripubblicata dal Col Maòr cinquant’anni dopo, lo mostra ritto sull’attenti mentre tiene in piedi la bocca da fuoco di un mortaio: oltre ottanta chili. Ma nella memoria di Toni, più dei pezzi, erano rimasti i muli. Sotto la naja aveva fatto il conducente, e trent’anni più tardi bastava lo scalpitio di una salmeria per riportarlo indietro: «mi è tornato alla mente quando nel 1964 si partiva da Bassano e si andava verso Asiago per i vari campi di esercitazione». D’inverno i muli venivano ferrati per il ghiaccio dal «bravissimo maresciallo Collasardo», e sull’asfalto, ricordava, «sembravano tante signorine con i tacchi a spillo».

Il gennaio del 1965 fu particolarmente nevoso. La 50ª era appena rientrata da un’esercitazione con oltre due metri di neve, quando alle quattro di mattina la svegliarono di nuovo: la 37ª Batteria era bloccata sopra Asiago, con i muli e i mortai, senza cibo da più di ventiquattr’ore. Toni e i suoi compagni partirono con i badili e scavarono una «rotta» nella neve, facendo un passamano per gettarla oltre i cumuli, dalla mattina fino alle quattro del pomeriggio. Quando la raggiunsero, gli uomini della 37ª lasciarono basti e mortai e portarono i muli in salvo lungo il passaggio appena aperto. «Noi, stanchi ma soddisfatti per aver potuto dare una mano», scriveva Toni, «siamo arrivati ad Asiago che oramai era notte.»

Questo racconto è l’ultima cosa che Toni affidò al Col Maòr: il giornale lo pubblicò nell’ottobre del 2018, poco dopo la sua morte, con il titolo che lui aveva scelto, «Soccorso negli altipiani», e la sua firma, «L’Artigliere Antonio Tamburlin». Finisce con una frase che spiega molto di lui: «la naja, secondo me, è davvero una scuola di vita. Per me lo è stata.»
Il carretto della Befana
Tornato a casa, Toni mise su famiglia con Ada De Vecchi – si sposarono nella chiesa di Sedico il 22 giugno 1968, testimone Bruno Boito – e mise le mani, letteralmente, nella vita del Gruppo. Nel gennaio del 1981 il Col Maòr ringrazia «il nostro socio Toni Tamburlin» che «anche quest’anno» ha voluto dare «un saggio della propria bravura ed estro, allestendo un carro mascherato con una grande calza, sulla quale ha trovato posto la befana (viva)».
Da allora, per quasi quarant’anni, la Befana Alpina di Salce arriva sul carro di Toni. Nel 1983 è un fiore che sboccia; nel 1985 un carro con uno speciale meccanismo che porta alla ribalta le cassette di dolciumi; nel 1989 una scenetta con la «capra Marianna» e un muletto alpino, e dietro al mulo, scrive il giornale, c’è lui. Nel 1991 sul suo carro c’è un mulo di cartapesta: si smonta il carico, si monta un pezzo da 75/13 e il cannoncino «spara» coriandoli sui bambini. Nel 1997 il suo carretto addobbato è trainato dal trattore; nel 2010 il Col Maòr scrive semplicemente che, «come sempre», il carrettino è stato allestito da Toni Tamburlin. Nel 2017 l’assemblea lo premia «per tutti gli anni di impegno nell’organizzare la festa della Befana Alpina». «Bravo Toni!», aggiunge il giornale.
Aveva le mani di chi sa fare. Nel 1996 il Col Maòr lo presenta come contadino; nel 2012 racconta che si dedica con successo alla scultura e che ha ricostruito in scala lo storico 105/14. Per alcuni anni, aiutato dalla famiglia, curò anche l’allestimento del presepe.
Il gagliardetto
Nel novembre del 1981 Toni entrò nel Consiglio del Gruppo Alpini di Salce fra i «giovani», con Cesare Colbertaldo e Fulvio Bortot. Da allora il suo nome torna in ogni elenco del Consiglio che il Col Maòr pubblica, fino all’ultimo, nel novembre 2017, per un triennio che non avrebbe finito. Nel Consiglio del 1988 era «addetto Befana e gite»; nella fotografia del Consiglio Direttivo del 2004 sta in piedi fra Ennio Pavei e Bruno Boito, a due passi da Ernesto Barattin.
Il ruolo che lo rese riconoscibile arrivò nel 1992. Preparando l’Adunata nazionale di Milano, Mario Dell’Eva annota sul giornale: «Nel 1972 alfiere era Primo Da Rold “Pol” e quest’anno sarà Toni Tamburlin». Da quel momento, per vent’anni e più, il gagliardetto di Salce ha avuto il suo passo: Adunate, raduni, anniversari, cerimonie ai monumenti, funerali di soci. Nel 1996 una nota di redazione lo chiama «conducente, alfiere del Gruppo A.N.A. di Salce»; nel 2011 il Consiglio lo nomina «alfiere ufficiale» e il capogruppo Colbertaldo lo ringrazia pubblicamente «per le innumerevoli uscite fatte col gagliardetto del Gruppo». Nel 2012 la relazione morale scrive che «il merito primo delle tante presenze va sicuramente al nostro alfiere Antonio Tamburlin».
C’è una scena che riassume tutto. All’assemblea del 30 novembre 2003 il presidente della Sezione di Belluno, Arrigo Cadore, consegna a nome del Gruppo un piatto in ceramica ad Antonio Tamburlin, «per il suo impegno come alfiere». Nella fotografia Toni, con il cappello alpino e un gilet chiaro, stringe la mano al presidente e sorride.

Il gagliardetto, per Toni, non era un pezzo di stoffa. Nel 2013, all’assemblea, fu proprio lui a chiedere che il Gruppo ne acquistasse uno nuovo; l’anno dopo arrivò, offerto dalla famiglia Zaglio, «raccogliendo la proposta… dal nostro storico alfiere Antonio Tamburlin».
Gli artiglieri della 50ª
Di quella naja Toni non si liberò mai, e non volle farlo. Nel 2006 era a Bassano al raduno delle batterie 37ª, 38ª e 50ª, accosciato in prima fila fra i vecchi compagni. Negli anni seguenti diventò lui a tenerli insieme: la sesta rimpatriata degli artiglieri, il 15 marzo 2009 al Marcador di Mel, si deve all’«organizzazione puntuale del nostro alfiere Antonio Tamburlin», scrive il Col Maòr; quell’autunno, all’assemblea, il Gruppo gli regala una giacca impermeabile. Le rimpatriate continuano – il giornale le segue nel 2011, nel 2014, nel 2017 – e nel 2017 è ancora Toni a organizzare, e a ricordare da dove venivano la 37ª, la 38ª e la 50ª.

Ogni tanto scriveva. Una cronaca del raduno triveneto di Mestre, nel 1996, che la redazione lasciò volutamente alla «penna semplice ma chiara di un conducente»; una gita a Lipizza nel 2004; un reportage sul treno storico delle Dolomiti nel 2015, fotografato dal cavalcaferrovia; e infine il soccorso sugli altipiani del 1965. Nei suoi testi c’è sempre la stessa cosa: precisione, un filo di ironia e un occhio attento agli animali e alle persone.
San Fermo, la famiglia, la corale
Toni e Ada erano di San Fermo, il borgo del ponte di Val di Siva. Il Col Maòr ha seguito la loro famiglia per decenni: i venticinque anni di matrimonio «attorniati dai tre figli», le nozze della figlia Paola alla fine del 1992, i quaranta, i quarantacinque e infine i cinquant’anni di matrimonio, festeggiati a San Fermo il 23 giugno 2018. Nel 2001 li aveva colpiti il dolore più grande, la morte del figlio Gianpaolo, poco più che ventenne, volontario anche lui nella Protezione Civile del Gruppo. Toni cantava nella corale parrocchiale: anni dopo il Gruppo lo ricorderà fra «i nostri cantori alpini del coro parrocchiale».
Il 4 ottobre 2018
Toni morì il 4 ottobre 2018 in un incidente sulla Riva del Boscon. Era ancora consigliere del Gruppo. Il Col Maòr di quel mese non scrisse un necrologio lungo: porse le condoglianze alla moglie Ada, alle figlie e alla famiglia, e poi lasciò parlare lui, pubblicando il racconto della neve del 1965 che Toni aveva consegnato alla redazione.
È così che conviene ricordarlo: con i piedi nella neve sopra Asiago, primo a destra nella fotografia, il badile in mano dopo una giornata passata a scavare una strada per gli altri. O, qualche anno dopo, in testa al Gruppo, con il gagliardetto di Salce stretto fra le mani.

Le date
| 1943 | Nasce; alla leva è «del 1° scaglione, aggregato però al ’42» |
| novembre 1963 | Parte per il servizio militare: CAR a Boves, artigliere da montagna, servente al pezzo; poi Bassano (50ª Batteria, Gruppo «Pieve di Cadore») e Alto Adige |
| gennaio 1965 | Con la 50ª va in soccorso della 37ª Batteria bloccata dalla neve sopra Asiago |
| 22 giugno 1968 | Sposa Ada De Vecchi nella chiesa di Sedico |
| 1971 | Alla marcia «Un fiore al Visentin» con Toni Fratta e Bepi Savaris |
| gennaio 1981 | Il Col Maòr ringrazia per il carro della Befana: lo allestisce già da prima |
| novembre 1981 | Entra nel Consiglio del Gruppo; il suo nome torna negli elenchi del Consiglio fino al 2017 |
| 1992 | Alfiere del Gruppo all’Adunata nazionale di Milano |
| 1996 | Firma la cronaca del raduno triveneto di Mestre |
| 1998 | Conta sul Col Maòr le 39 uscite annuali del gagliardetto |
| 30 novembre 2003 | Riceve un piatto in ceramica «per il suo impegno come alfiere» |
| 2006 | Al raduno di Bassano delle batterie 37ª, 38ª e 50ª |
| 15 marzo 2009 | Organizza la sesta rimpatriata degli artiglieri |
| 29 novembre 2011 | Nominato «alfiere ufficiale» del Gruppo |
| 2013-2014 | Propone un nuovo gagliardetto, offerto dalla famiglia Zaglio |
| 25 novembre 2017 | Premiato per gli anni di impegno nella Befana Alpina; rieletto consigliere |
| 23 giugno 2018 | Cinquant’anni di matrimonio con Ada |
| 4 ottobre 2018 | Muore in un incidente sulla Riva del Boscon |
Nel grafo di MEMORIA
- La Befana Alpina di Salce: il carro e il carretto erano opera sua
- Antonio «Toni» Fratta, compagno di Consiglio e della marcia al Visentin del 1971
- Ernesto Barattin, «Nòno Ernesto», accanto a lui nella fotografia del Consiglio 2004
- Mario Dell’Eva, che nel 1992 annunciò sul Col Maòr il nuovo alfiere
- San Fermo e il ponte di Val di Siva, il borgo di Toni e Ada
- Il Col Maòr, dove Toni ha scritto e dove è rimasta la sua storia
Le fonti di questa storia
- Col Maòr n. 3/1971; n. 1/1981; n. 1/1982; n. 1/1983; n. 1/1985; n. 6/1987; n. 1/1989; n. 6/1990; n. 1/1991; n. 2/1992; n. 1 e 6/1993; n. 5 e 6/1996 («Raduno triveneto a Mestre – Divagazioni di un conducente»); n. 1/1997; n. 1/1998 («Lettera di un socio»); n. 6/1999
- Col Maòr dicembre 2003, p. 10; n. 2/2004; n. 4/2006, p. 2; n. 2/2008, p. 5; n. 2/2009, p. 10; n. 4/2009; n. 1/2010; n. 4/2011; n. 1, 2, 3 e 4/2012; n. 1/2013, p. 13 («Come eravamo»); n. 2 e 4/2013; n. 2 e 4/2014; n. 2/2015; n. 3 e 4/2017; n. 2/2018
- Col Maòr n. 3/2018, p. 6, «L’ultimo racconto di Toni» e «Soccorso negli altipiani»
- Relazioni morali del Gruppo 2012 e 2014; libro del 60° anniversario del Gruppo Alpini di Salce (2024)
- Fotografie: archivio del Gruppo Alpini di Salce e del Col Maòr
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