San Fermo e il ponte di Val di Siva: un viadotto, due guerre e un bambino sotto le bombe

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📚 SALCE NEL CUORE

A San Fermo, fra i boschi di Socchieva, un viadotto ad arcate attraversa la valle del Siva. Armando Dal Pont ne ha raccontato la storia sul Col Maòr: una storia di treni, di guerra, di lavoro e di paura.

«Passò il treno e poi… le bombe!»

Era il primo pomeriggio di Santo Stefano del 1944, una giornata limpida. Armando Dal Pont aveva cinque anni ed era con i genitori sotto le case di Chiaramada di Salce, oltre il casello, quando un treno merci passò verso Belluno. Poi, dal Col Visentin, arrivarono i cacciabombardieri: «forse 5».

La madre se lo caricò sulla schiena, scivolò sul sentiero e si ferì a una gamba. Lui ne uscì illeso, e con il padre trovarono riparo in una buca del terreno. Gli aerei cercavano il ponte di Val di Siva, «che non venne però colpito (fu l’unico tentativo)». Dal Pont ha raccontato quel pomeriggio nel Col Maòr del 2009, e le carte gli danno ragione: il diario del Comitato Provinciale Protezione Anti Aerea registra, il 26 dicembre 1944, «sorvolo e sgancio bombe sul Ponte di Siva (Belluno)», con «lievi danni».

Di quel viadotto, che con le sue arcate attraversa la valle del Siva fra i boschi di Socchieva, Dal Pont ha poi ricostruito sul Col Maòr l’intera storia: una storia di treni, di guerra, di lavoro e di paura.

Un treno attraversa il viadotto ad arcate di Val di Siva fra i boschi, con le montagne sullo sfondo
Il ponte ferroviario di Val di Siva, visto dal parco di Villa Pagani-Gaggia a Socchieva di San Fermo. Foto Ada De Vecchi Tamburlin (Col Maòr n. 4/2009).

Una festa «del nobile e dell’artigiano»

Tutto comincia il 10 novembre 1886, con l’inaugurazione della ferrovia Treviso-Belluno. Dal Pont riporta le parole di don Bruno Bersaglio: fu una festa di tutti, «del nobile e dell’artigiano». Il viadotto sul torrente Siva sta «nelle adiacenze del Parco di Villa Pagani-Gaggia a Socchieva di San Fermo, ora Parrocchia di Salce».

Il primo ponte era di ferro. Una guida di fine Ottocento, citata da Dal Pont, lo descrive come un viadotto a travata metallica di tre campate su due colonne in ferro, lungo 120 metri e alto 47 dal fondo valle. Un’altra guida del tempo suggeriva la «passeggiata al Ponte sul Siva (un’ora e mezza)» e lo chiamava «forse il più bel manufatto della nostra linea ferroviaria».

L’ultimo treno

Trentun anni più tardi, racconta Dal Pont, quel ponte saltò. Dopo Caporetto, scrive Dal Pont, «tutti i ponti della ferrovia vennero fatti saltare». Un giornale dell’epoca annotava che a Feltre l’ultimo treno passò alle 9 di sabato 10 novembre 1917; poco dopo i ponti saltarono. Anche un volume tecnico del 1934, «Ponti italiani in cemento armato», scrive che il vecchio ponte in ferro fu «fatto saltare dal nostro Esercito nella ritirata del novembre 1917».

Prigionieri, donne e calcestruzzo

A guerra finita si ricominciò da capo. Il settimanale «L’Amico del Popolo» del 5 aprile 1919 chiedeva che ai prigionieri, al lavoro «nel fango e sotto la pioggia», fossero dati viveri e indumenti. Nel maggio 1919 i lavori furono affidati alla Società Odorico & C. di Milano, che aprì un piccolo cantiere a nord del viadotto: due baracche e due binari morti. Ci lavorarono «anche i prigionieri di guerra e le donne dei dintorni».

Il ponte nuovo fu costruito senza ponti di servizio. I materiali arrivavano con carrelli su una filovia tesa sopra la valle, mentre due teleferiche portavano la ghiaia presa dal Piave: un lavoro che, secondo Dal Pont, fu affidato a sole donne. Ne uscì un viadotto in calcestruzzo a cinque arcate a tutto sesto di 20 metri di corda, lungo 145,80 metri e alto circa 52 metri dal fondo del vallone. Nel settembre 1920 fu aperto al traffico. Una lapide ricorda ancora la ricostruzione dell’impresa Odorico.

Intorno al ponte

San Fermo non è solo il ponte. Il 28 ottobre 1934 vi fu inaugurata la casa dell’Opera Nazionale Dopolavoro, alla presenza del ministro Francesco Ercole: una fotografia porta la scritta «Inaugurazione casa Dop. S. Fermo 28 ott. 1934». Nel dopoguerra divenne circolo ENAL e ritrovo della frazione; soppresso l’ENAL, passò al Comune di Belluno e oggi, secondo il Libro del 60°, è abbandonata. Poco lontano c’è la Villa Pagani-Gaggia di Socchieva, con il suo parco e il laghetto. E dal 30 giugno 1986 la parrocchia di San Fermo, un tempo «parrocchia di Baldeniga», è unita a quella di Salce.

Il bambino di Chiaramada, da grande, la memoria del paese è andato a cercarla casa per casa. Alla mostra per i 40 anni del Gruppo, nel 2004, fra le circa trecento immagini di Salce e San Fermo raccolte da Armando Dal Pont c’erano anche le fotografie di queste vicende. Le arcate dell’impresa Odorico, intanto, sono ancora lì sopra la valle del Siva: le stesse che quel pomeriggio di Santo Stefano gli aerei non riuscirono a colpire.

Quando le fonti non coincidono

  • Chi distrusse il ponte, e quando. Dal Pont e il volume del 1934 parlano del nostro esercito in ritirata nel novembre 1917. Il Libro del 60°, con una cartolina d’epoca, scrive che il ponte fu distrutto dagli austriaci in ritirata, alla fine di ottobre 1918.
  • Il ponte provvisorio. Dal Pont colloca un ponte provvisorio in legno a monte, dopo la guerra; il testo del 1934 che egli stesso cita parla di travate provvisorie con cui «gli Austriaci avevano riattivato il traffico».
  • Il ministro Ercole. Il nome «Francesco Ercole» è documentato dalle didascalie della mostra del 2004; la sua carica nel 1934 va verificata.

Aiutateci a ricordare

  • Chi conserva fotografie del ponte in ferro o della ricostruzione del 1919-1920?
  • Chi ricorda la casa del Dopolavoro e il circolo ENAL di San Fermo?

Scriveteci dalla pagina Contatti: ogni contributo sarà verificato e, se confermato, entrerà in MEMORIA. Altri luoghi di Salce sono nella sezione Luoghi della memoria.

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