4 novembre 1966: l’alluvione che travolse la provincia di Belluno, raccontata dal bollettino di Salce

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Ci sono date che, per chi le ha vissute, restano incise nella memoria di un’intera provincia.

Il 4 novembre 1966 è una di queste: in poche ore un’alluvione senza precedenti travolse un terzo della penisola italiana, e nessuna zona fu colpita quanto il Bellunese.

Il bollettino parrocchiale di Salce, nel numero di dicembre di quell’anno, ne diede ai suoi lettori un resoconto drammatico, che oggi possiamo rileggere con l’aiuto anche delle fonti storiche e scientifiche disponibili.

Copertina del bollettino parrocchiale di Salce, dicembre 1966

La copertina del bollettino parrocchiale di Salce del dicembre 1966, che raccontò ai lettori il disastro delle settimane precedenti.
Fonte: bollettinisalce.com

Il 4 novembre 1966: il giorno del disastro

Tra il 2 e il 4 novembre 1966 piogge eccezionali, che in alcuni punti superarono i 200 millimetri in 24 ore — l’equivalente di un mese di pioggia in un solo giorno — si abbatterono su gran parte del Nord e Centro Italia, dopo settimane di ottobre già molto piovoso.

Fiumi e torrenti esondarono quasi ovunque contemporaneamente: a Firenze l’Arno raggiunse livelli record, mentre a Venezia l’acqua alta toccò i 194 centimetri, un valore mai più eguagliato.

Ma fu tra le montagne del Veneto, del Trentino e del Friuli che il bilancio umano fu più pesante.

La provincia di Belluno sotto le acque

Nel solo Veneto le vittime dell’alluvione furono decine; in provincia di Belluno, secondo le ricostruzioni storiche più recenti, si contarono 26 morti, oltre 4.300 edifici danneggiati o distrutti, 528 ponti e 1.346 strade spazzati via da frane e piene. Interi paesi restarono isolati dal resto del mondo per giorni.

Il bollettino di Salce elencava ai suoi lettori i nomi dei paesi più colpiti, un elenco di sofferenza che vale la pena riportare integralmente:

  • Falcade
  • Rocca Pietore
  • Alleghe
  • Gosaldo
  • Cencenighe Agordino
  • Forno di Zoldo
  • Zoppè di Cadore
  • San Pietro di Cadore
  • Santo Stefano di Cadore
  • Sappada

Paesi dell’Agordino, dello Zoldano e del Comelico, travolti dalle piene del Cordevole, del Maè e del Piave e dai loro affluenti, spesso raggiungibili solo con difficoltà anche nei giorni successivi al disastro.

L’alluvione in provincia di Belluno, in cifre

26 vittime · oltre 4.300 edifici danneggiati o distrutti · 528 ponti crollati · 1.346 strade interrotte

Fonte: CNR IRPI – Polaris, «Le alluvioni del Novembre 1966»

Copertina de La Voce Amica, bollettino parrocchiale di Salce

Le pagine della memoria: un’altra copertina storica de «La Voce Amica», il bollettino parrocchiale di Salce.

📷 Immagine provvisoria, già presente sul sito — da sostituire con una fotografia storica dell’alluvione del 1966

Che cosa racconta il bollettino di Salce

Il resoconto pubblicato a dicembre 1966 non si limitava a un freddo elenco di luoghi. Parlava di case distrutte, di famiglie rimaste senza cibo né luce, «in balìa delle furie dell’acqua», di una desolazione che il parroco definiva senza precedenti «a memoria d’uomo e della storia».

Un linguaggio diretto, quasi cronachistico, che restituisce bene la gravità con cui l’evento fu vissuto anche da chi, come i lettori di Salce, non era stato colpito nella stessa misura.

La solidarietà tra i paesi

Proprio in quei giorni, la vicinanza tra le comunità della provincia si rivelò essenziale: raccolte di viveri, indumenti e aiuti furono organizzate un po’ ovunque nel Bellunese per sostenere i paesi isolati, in un’epoca in cui i mezzi di soccorso erano ben più limitati di oggi e gran parte del lavoro di prima emergenza ricadeva sulla solidarietà spontanea tra vicini di valle.

Soccorso in montagna, foto storica

La solidarietà in montagna: quando le comunità di valle si aiutavano a vicenda nei momenti di emergenza.

📷 Immagine provvisoria, già presente sul sito — da sostituire con una fotografia storica dell’alluvione del 1966

Gli Alpini in soccorso

Il 4 novembre 1966 una rovinosa alluvione sconvolge buona parte della provincia di Belluno, provocando una trentina di morti e ingentissimi danni.

Tutti, Penne Nere in prima linea, si impegnano nell’opera di soccorso nei luoghi colpiti, con iniziative collettive e personali.

Le cronache dell’Associazione Nazionale Alpini raccontano diversi episodi di questo impegno nelle valli bellunesi.

Cencenighe
Una delle località più colpite, semisepolta da metri di detriti. Il capogruppo della sezione locale, Luigi Manfroi, è impegnato per giorni in un’instancabile opera di sgombero e ripristino delle comunicazioni.

Voltago e Frassenè
Qui vengono spazzati via 4 ponti, che il locale gruppo Alpini e altri volenterosi ricostruiscono provvisoriamente in legno.

Alpago
Parecchia gente è stremata dal freddo, dalla fatica, dall’insonnia e dalla paura. L’alpino Giuseppe Bertolazzi, gestore di un albergo, dona tutto il vestiario di cui dispone a chi ha perduto ogni avere.

Val del Biois
Gli alpini di Falcade e la popolazione, in appena otto giorni, liberano il paese dai detriti, ripristinano le comunicazioni e ricostruiscono un ponte lungo 12 metri, con una portata fino a 300 quintali.

Fonte: cronache dell’Associazione Nazionale Alpini sull’alluvione del novembre 1966. Il numero delle vittime nella provincia di Belluno riportato dalle fonti scientifiche (CNR IRPI – Polaris) è di 26; le cronache alpine dell’epoca parlano di «una trentina» di morti.

Salce e l’alluvione: che cosa arrivò fin qui

Dalle pagine del bollettino non risulta che Salce abbia subito danni paragonabili a quelli dell’Agordino o del Comelico: la frazione, più vicina al capoluogo, fu una delle comunità che poterono raccontare, e forse anche sostenere, la sofferenza di chi stava peggio.

È un dettaglio che vale la pena sottolineare: la memoria di un evento come questo non riguarda solo chi lo ha subito direttamente, ma anche chi lo ha vissuto da vicino, attraverso le notizie, la preoccupazione per parenti e conoscenti nelle valli colpite, e la partecipazione agli aiuti.

Una memoria da non perdere

A distanza di quasi sessant’anni, l’alluvione del 4 novembre 1966 resta uno degli eventi più gravi della storia recente della provincia di Belluno, ancora oggi ricordata nelle cerimonie e negli studi dedicati al rischio idrogeologico in montagna.

Rileggere come ne parlò, a caldo, il piccolo bollettino di un paese di montagna è un modo per non perdere quella memoria, e per capire meglio quanto la nostra comunità sia sempre stata parte di una storia più grande, quella dell’intera provincia.

Fonti e approfondimenti

Foto di copertina: la piazza di Arsiè all’indomani del 4 novembre 1966.

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