Ci sono guerre che finiscono con una firma su un trattato e guerre che non finiscono mai del tutto. La Prima guerra mondiale è terminata nel novembre del 1918, ma sulle Alpi continua a lasciare tracce materiali: un metro di neve in meno, una lingua di ghiaccio che arretra, un pendio detritico che si muove, e dalla montagna torna alla luce qualcosa che era stato sparato più di un secolo fa e non era esploso.
Non sono cimeli. Sono ordigni. E ogni estate qualcuno deve andarli a prendere, uno per uno, dove si trovano: a tremila metri, sul ghiaccio, sulle morene, in posti dove non arriva nessuna strada.
Oltre duecento ordigni in poche settimane
Lo ha reso noto l’Associazione Nazionale Alpini attraverso il proprio periodico L’Alpino: nelle ultime due settimane gli artificieri dell’Esercito hanno rinvenuto e disattivato oltre 200 ordigni risalenti alla Prima guerra mondiale. È l’avanzamento della campagna di bonifica dei residuati bellici in alta quota che il Genio alpino conduce ogni anno durante la finestra estiva, l’unica in cui è possibile lavorare in quegli ambienti con un margine di sicurezza accettabile.
Non è un numero isolato: è il ritmo ordinario di un lavoro che si ripete da decenni e che, stagione dopo stagione, continua a restituire le stesse cifre. La guerra combattuta in quota fu un’enorme quantità di materiale portata dove non sarebbe mai dovuta arrivare, e una parte di quel materiale è ancora lassù.
Dove hanno lavorato i guastatori
Le aree interessate dalle operazioni si trovano tutte in Trentino-Alto Adige, sui massicci e sui ghiacciai del settore occidentale dell’arco alpino italiano. Non sono le Dolomiti, ed è una precisazione che vale la pena fare: si tratta di montagne diverse per geologia, per storia e per forma del fronte.
- Carè Alto e Vedretta di Lares, nel comprensorio dell’Adamello-Brenta, in provincia di Trento;
- Val Martello, in provincia di Bolzano, sulla Cima Tre Cannoni;
- comprensorio dello Stelvio, sulle propaggini del ghiacciaio del Livrio.
Sono i luoghi della cosiddetta Guerra Bianca: il fronte più alto d’Europa, dove italiani e austro-ungarici si fronteggiarono per anni oltre i tremila metri, trascinando in quota cannoni, munizioni e uomini con mezzi che oggi sembrano inverosimili.
Che cosa riaffiora
Il materiale recuperato è quello tipico di quel fronte: colpi di artiglieria di vario calibro, bombe a mano e altri manufatti, di fabbricazione sia italiana sia austriaca. Materiale vecchio di oltre cent’anni, ma non per questo inerte.
Sul perché torni alla luce proprio adesso conviene essere precisi, senza semplificare. Le operazioni si svolgono, come documenta la fonte, tra ghiacciai in fusione e pendii detritici: l’arretramento dei ghiacci e il movimento dei versanti espongono ciò che era sepolto. Ma i ritrovamenti dipendono anche da dove si cerca, da quanto si cerca e da quanta gente frequenta oggi quelle quote. La fusione glaciale è un fattore documentato; non è l’unica spiegazione, e attribuirle automaticamente ogni rinvenimento significherebbe dire più di quanto i dati permettano.

Il 2° Reggimento Genio Guastatori Alpini
A occuparsene sono gli artificieri del 2° Reggimento Genio Guastatori della Brigata Alpina “Julia”. È un reparto che unisce due competenze che raramente stanno insieme: la conoscenza tecnica degli esplosivi e la capacità alpinistica di arrivare fin lassù portandosi dietro attrezzatura, procedure e responsabilità.
Un artificiere di pianura lavora in un cantiere, in un campo arato, in una cantina. Un artificiere del Genio alpino deve prima raggiungere l’ordigno: su ghiacciaio, su roccia, spesso in elicottero fino a un punto di sbarco e poi a piedi. E deve farlo sapendo che l’oggetto che sta andando a trattare è instabile per definizione.

Lavorare a tremila metri
Le difficoltà non sono solo tecniche. La finestra utile è breve e coincide con l’estate, quando la neve invernale si è ritirata e i versanti sono percorribili. Il meteo in quota cambia in poche ore. Il terreno è mobile: la morena si muove, il ghiaccio si apre, il detrito scivola. Ogni fase operativa va pianificata prima, perché improvvisare a quelle quote non è un’opzione.
Gli ordigni individuati vengono stabilizzati in sicurezza e, quando possibile, riportati a valle per essere distrutti in siti idonei. Quando la movimentazione è troppo rischiosa, il trattamento avviene sul posto. È un lavoro lento, ripetitivo e invisibile, che non produce notizie se non quando si tirano le somme di una stagione.

Una catena di collaborazioni
Nessuna di queste operazioni è opera di un reparto solo. Accanto ai guastatori lavorano:
- il reparto elicotteristi del 4° Reggimento AVES “Altair” dell’Esercito, con sede a Bolzano;
- il Nucleo elicotteri del Corpo permanente dei Vigili del Fuoco della Provincia autonoma di Trento;
- assetti della Protezione Civile della Provincia autonoma di Trento;
- il Corpo militare della Croce Rossa Italiana;
- i nuclei del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza.
Ogni fase è pianificata dal Comando Territoriale Nord dell’Esercito, di stanza a Padova, e coordinata con i Commissariati del Governo per le province di Trento e Bolzano. È, in piccolo, il modello di cui si parla sempre quando si parla di montagna: nessuno ce la fa da solo, e la sicurezza è una catena in cui ogni anello vale quanto gli altri.

La montagna come archivio materiale
C’è un modo di guardare a questi ritrovamenti che va oltre la cronaca. La montagna alpina è, di fatto, il più grande archivio materiale della Grande Guerra. Non conserva solo i documenti: conserva gli oggetti, le posizioni, i camminamenti, i resti delle baracche, i cavi, i chiodi, i tralicci. E conserva anche ciò che quella guerra ha lasciato di pericoloso.
È un archivio che non si consulta in sala di lettura e che, a differenza di una carta, può ferire. Per questo il lavoro dei guastatori non è in contraddizione con la memoria: ne fa parte. Chi mette in sicurezza un versante rende possibile che su quel versante si continui a salire, a raccontare, a ricordare.
Di quella capacità di portare l’impossibile in quota abbiamo scritto raccontando le teleferiche della Grande Guerra e il genio italiano che conquistò le montagne: le stesse linee che portarono su i cannoni sono la ragione per cui, oggi, lassù si trovano ancora i proiettili.
E Belluno?
Le operazioni di cui parliamo non si sono svolte nel Bellunese: si sono svolte in Trentino-Alto Adige, e va detto con chiarezza. Ma il legame c’è, ed è di due tipi.
Il primo è storico. Il Bellunese fu a sua volta terra di prima linea e di retrovia, e le sue montagne raccontano la stessa guerra combattuta in quota: è la materia di cui si occupa la nostra sezione dedicata alla Prima guerra mondiale. Gli itinerari della Grande Guerra che attraversano le Dolomiti bellunesi sono percorsi da migliaia di escursionisti ogni estate, e le regole di prudenza descritte qui sopra valgono esattamente allo stesso modo.
Il secondo è di tradizione. Belluno è città alpina e sede del 7° Reggimento Alpini, parte della stessa Brigata Alpina “Julia” cui appartiene il reparto del Genio impegnato in queste bonifiche. Non risulta, e non lo affermiamo, che il 7° Alpini abbia preso parte a queste specifiche operazioni: il collegamento è territoriale e di appartenenza, non operativo. È però lo stesso mondo, la stessa scuola e lo stesso modo di stare in montagna — quello che raccontiamo, per esempio, nella storia del Rifugio 7° Alpini, dei muli e della Schiara.
Custodire la memoria significa proteggere chi cammina
Come Gruppo Alpini di Salce ci occupiamo per vocazione di memoria: nomi, date, fotografie, storie di uomini che sono andati avanti. Ma la memoria non è un museo chiuso a chiave.
Duecento ordigni tolti da un ghiacciaio sono duecento ragioni per cui un escursionista tornerà a casa stasera senza sapere di aver corso un rischio. Non ci sarà una cerimonia per questo, e non ci sarà un nome inciso. È esattamente il tipo di lavoro che gli Alpini hanno sempre fatto: farlo bene, farlo in silenzio, e lasciare che a parlare sia il risultato.
Custodire la memoria della montagna significa anche proteggere chi quella montagna la vive e la percorre oggi. Il resto sono parole.
Fonte principale
L’Alpino — «I guastatori della Julia hanno bonificato 200 ordigni in alta quota», Redazione ANA, 11 settembre 2026.
Le indicazioni del riquadro «Cosa fare se trovi un possibile ordigno» seguono le raccomandazioni diffuse dalle autorità di protezione civile e dalle forze dell’ordine in materia di rinvenimento di residuati bellici. Questo articolo è un contenuto originale del Gruppo Alpini «Gen. Pietro Zaglio» di Salce e non riproduce il testo della fonte.
Dal maggio 1915 al novembre 1918 gli Alpini combatterono sul fronte più alto d’Europa, e il Bellunese non fu retrovia ma prima linea. Puoi leggere tutte le storie della Grande Guerra.


