Le teleferiche della Grande Guerra: quando il Genio italiano conquistò le montagne

Le teleferiche della Grande Guerra: tecnologia e coraggio sulle montagne d’Italia

Nel 1917, mentre sui fronti montani si combatteva una guerra logorante e silenziosa, un’altra battaglia si svolgeva ogni giorno tra burroni, nevai e pareti rocciose: quella dei teleferisti del Genio, uomini straordinari che costruivano linee aeree per rifornire le trincee in quota. Un corrispondente de L’Illustrazione Italiana ne lascio’ una testimonianza preziosa e vivissima.

L’arma silenziosa: la teleferica in guerra

Sulle Alpi della Grande Guerra, dove le mulattiere tortuose erano spesso impraticabili per le valanghe e il fuoco nemico, l’Arma del Genio italiano mise a punto uno strumento straordinario: la teleferica da guerra. Carrelli silenziosi che volavano attraverso i burroni, sfioravano i pendii, sorvolavano le distese di neve — portando rifornimenti, munizioni, viveri e feriti lungo linee aeree tese con fatica immane tra le rocce.

I teleferisti del Genio erano nati nel glorioso reggimento minatori. Dove piu’ difficili erano gli accessi alle linee di cresta, salivano le loro squadre: con calma, fermezza e rigorosa attenzione, affrontavano le insidie della montagna e quelle del nemico.

1917
L’articolo originale apparve sul numero 21 de L’Illustrazione Italiana, rivista fondata a Milano nel 1873 da Emilio Treves. Per tutta la durata della Grande Guerra venne pubblicata regolarmente, offrendo ai lettori reportage e testimonianze dirette sul conflitto, ben diversi dalla propaganda di Stato dei quotidiani ordinari.

La voce di un corrispondente di guerra

Lasciamo la parola direttamente al corrispondente che nel 1917 segui’ da vicino il lavoro dei teleferisti. Le sue parole — pubblicate su L’Illustrazione Italiana — restituiscono con straordinaria vivezza il ritmo di quel lavoro, la fatica, il pericolo e l’orgoglio di quegli uomini.

Sulle mulattiere tortuose si snodano le colonne delle salmerie: dal fondo a valle, dal pianoro della conca salgono alle linee di cresta, dove vivono i soldati nelle trincee: e intanto, volando attraverso i burroni, sfiorando i pendii, scorrendo sopra le ampie distese di neve, passa il carrello della Teleferica, nella sua corsa regolare, silenziosa: solo un lieve stridore ne svela il passaggio.

Talvolta una valanga abbatte e travolge la strada, e sulla massa di neve, che e’ precipitata nel fondo, il carrello sorvola sempre, sicuro. Ma quelle due funi (quasi appena s’intravedono), su cui scorrono i carrelli, sono state distese con fatiche e con stenti; ma un febbrile lavoro e’ stato compiuto, per predisporre le stazioni, per issare i cavalletti; ed ora un’attenzione ansiosa e’ nei soldati motoristi, che vigilano dall’alto l’ascesa di un carrello e il ritorno a valle dell’altro.

La costruzione: un’opera di precisione sotto il fuoco

Il corrispondente descrisse con minuzia straordinaria ogni fase della costruzione di una linea teleferica in zona di guerra. Dal tracciato segnato dall’ufficiale, alle corvee’ notturne per portare le funi in quota, fino al varo finale e alla prima corsa del carrello.

▪ Le fasi della costruzione
Ricognizione L’ufficiale fissava i punti di partenza e arrivo in rapida ricognizione, spiando gli osservatori nemici e mascherando le baracche motore.
Sbancamento I minatori preparavano le piazzole, le strade d’accesso e i ricoveri. Le perforatrici lavoravano senza posa nella roccia.
Montaggio Stazioni a gabbia in tralicci di ferro, cavalletti in tubi incastrati, motori, meccanismi e rulli per le funi portanti e traenti.
Trasporto funi Di notte, lunghe colonne di soldati salivano lungo le mulattiere: ognuno portava a spalla un rotolo di fune, collegato a quello del compagno davanti e dietro.
Varo e collaudo Le funi venivate tese in catenaria, i carrelli agganciati, la linea telefonica stesa. Poi la prova: il primo carrello che sale, passa il burrone, arriva.

Il corrispondente descrisse anche la corvee’ notturna delle funi con parole che ancora oggi trasmettono la fatica e la solidarieta’ di quei soldati:

Nella notte, la mulattiera o per sentieri, una lunga colonna di soldati sale piano piano, a passo regolare, ed ogni soldato porta un rotolo a spalla, ed ognuno e’ unito al compagno che lo precede ed al compagno che lo segue, con breve tratto di fune che intercede fra i rotoli successivi. […] La corvee’ e’ finita: la fune e’ abbandonata in rotoli raccolti, e i soldati ripartono di corsa, scendendo a salti e scherzando.


I numeri di un’impresa colossale: 2.000 teleferiche, 2.300 chilometri di fune

Carrello portaferiti in attesa del carico

Immaginatelo: un puntino scuro che si sposta silenzioso sul fianco innevato di una montagna, tra l’eco sordo delle artiglierie. Poi un altro puntino che scende veloce, portando sul fondo del carrello un soldato ferito, disteso, aggrappato alla vita. Cosi’ le teleferiche militari lavorarono migliaia di volte tra il 1915 e il 1918 — su e giu’, senza sosta, tra le nuvole e le rocce delle Alpi italiane.

Non erano uno strumento nuovo. Le teleferiche industriali si erano gia’ affermate in Italia in campo minerario: basti pensare alla linea Savona–San Giuseppe di Cairo, lunga oltre 12 chilometri, inaugurata appena tre anni prima dello scoppio della Grande Guerra. Ma cio’ che l’Arma del Genio dovette inventare per la guerra fu qualcosa di diverso: un sistema piu’ semplice, piu’ veloce, smontabile. Un impianto che un centinaio di alpini potesse montare in 72 ore e smontare in poche ore di piu’, seguendo l’avanzata o la ritirata del fronte.

2.000
impianti
Sul fronte italiano furono assemblate oltre 2.000 teleferiche per uno sviluppo totale di circa 2.300 km di linea — una cifra straordinaria per le possibilita’ tecniche dell’epoca. Una sola teleferica faceva ogni giorno le veci di circa 1.200 bestie da soma.

La tecnica era standardizzata. Ogni impianto era basato su un sistema a doppia fune: una fune portante, su cui scorreva il carrello, e una fune traente, chiusa ad anello tra le due stazioni, che garantiva il moto a va e vieni dei due carrelli in senso opposto. Il motore a scoppio stava alla stazione di monte; i contrappesi a valle mantenevano le funi in tensione. I cavalletti di sostegno erano tubolari, componibili, trasportabili a spalla.

▪ Come funzionava l’impianto militare standard
Fune portante La rotaia aerea su cui scorreva il carrello, tesa in catenaria tra i cavalletti di sostegno.
Fune traente Chiusa ad anello, mossa dal motore di monte: trainava un carrello su mentre l’altro scendeva, in un moto continuo.
Motore A scoppio, collocato alla stazione di monte. I contrappesi a valle garantivano la tensione delle funi.
Montaggio Circa 100 alpini, 72 ore di lavoro. La fase piu’ rischiosa era lo srotolamento manuale delle funi, che esponeva i soldati al tiro nemico.

C’era pero’ un’eredita’ straordinaria che questa guerra stava costruendo senza saperlo. Dallo sviluppo frenetico delle teleferiche militari — quella tecnologia nata per sopravvivere, per portare pane e proiettili su per le pareti — sarebbe nata in Italia, dagli anni Trenta in poi, l’intera industria degli impianti a fune.

Quegli stessi cavalletti tubolari, quelle stesse funi portanti e traenti, sarebbero diventati le funivie e le seggiovie che avrebbero trasformato le montagne italiane in mete turistiche. I soldati del Genio, senza saperlo, stavano costruendo anche il futuro delle nostre Dolomiti.


Il primo viaggio del carrello

Il momento culminante — il collaudo della linea appena costruita — e’ descritto dal corrispondente con la stessa emozione che dovevano sentire quei soldati dopo giorni di lavoro estenuante:

▪ Il momento del collaudo · 1917

«Una rapida ispezione ai cavalletti, una riprova della linea telefonica, che frattanto e’ stata stesa, e via! Il carrello sale: passa il primo cavalletto, attacca la campata rampante, e sul mezzo del burrone, sale sempre: e’ arrivata! E l’altro carrello e’ sceso la’, in basso.»

E con il primo servizio regolare, finalmente, i rifornimenti cominciavano a salire: sacchi di viveri, materiale da costruzione, casse di proiettili per le artiglierie. Su, in alto, nelle trincee, i soldati che avevano seguito con ansia le difficoltà dell’opera salutavano con entusiasmo il suo compimento.

L’orgoglio dell’Arma del Genio

Il corrispondente chiuse il suo articolo con parole che risuonano ancora oggi come un omaggio a tutti quei soldati anonimi che costruirono, pezzo per pezzo, il sistema logistico della guerra in montagna:

Nei soldati teleferisti, ai quali e’ affidata sempre la cura dell’impianto, e’ la soddisfazione più viva, per la nuova affermazione dell’Arma del Genio, che alle altre Armi si accompagna, vigile, attenta, nella fratellanza che unisce con vincolo indissolubile i soldati italiani.

Per non dimenticare il sacrificio e l’ingegno di chi combattè sulle nostre montagne.

 

 

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