Il Tricolore che non fu mai ritirato
Un ammezzato in Galleria
La prima casa dell’Associazione Nazionale Alpini non fu una sede: fu un mezzanino stretto, concesso per cortesia dal caffè ristorante Grande Italia, dentro la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. Uomini appena tornati dalla Grande Guerra, poche risorse, molte carte da mettere da qualche parte. L’Associazione era nata l’8 luglio 1919, sulla spinta di reduci che non volevano disperdere ciò che si era formato sulle creste e nelle trincee.
La prima cosa che fecero, sistemati in quell’ammezzato, fu appendere a uno dei finestroni un ampio drappo tricolore. Non un arredo. Una dichiarazione: qui ci siamo noi, e questo è il simbolo per cui abbiamo perso dei compagni.
È da lì che comincia la storia di un pezzo di stoffa che oggi, dopo un restauro lungo e delicato, riposa in una teca nella sede nazionale di via Marsala, a Milano.
Una bandiera ricevuta in dono
Il 20 giugno 1920, nella sede della Società del Giardino a Milano, l’ANA inaugurò il suo primo Tricolore ufficiale. Non se lo comprò: lo ricevette in dono da un gruppo di donne milanesi, presieduto dalla Contessa Visconti di Modrone.
Vale la pena fermarsi su questo dettaglio, perché racconta più di quanto sembri. La prima bandiera degli Alpini nasce da un gesto civile, esterno all’Associazione. Sono le famiglie, le mogli, le madri, le sorelle di una città che aveva contato i suoi morti a decidere che quegli uomini meritavano un simbolo proprio. Il Tricolore dell’ANA nasce così, come un riconoscimento ricevuto, non come un’insegna auto-attribuita.
Da quel giorno accompagnò l’Associazione nelle manifestazioni più importanti. Restò in servizio fino al 1972, quando venne sostituito da un nuovo Tricolore, questa volta senza lo stemma sabaudo: la Repubblica aveva ormai da tempo cambiato la bandiera, e l’ANA adeguò il proprio vessillo. Il primo, però, non fu dismesso. Fu conservato.
Turni di guardia, anche di notte
I primi anni non furono facili. Nella Milano del dopoguerra il Tricolore esposto in Galleria dava fastidio a chi contestava l’idea stessa di Patria e derideva il sacrificio dei caduti. Un documento conservato nell’archivio del Centro Studi dell’ANA, ripreso dall’articolo La prima casa pubblicato su L’Alpino nel luglio 2019 e citato per esteso nello studio delle due restauratrici, ricorda che i dimostranti avevano più volte
«tentato di strappare o di dar fuoco al drappo tricolore, ma non cedemmo»
e che per difenderlo gli Alpini furono costretti a organizzare turni di volontari, anche durante la notte.
Uomini smobilitati da poco, con il lavoro da ricominciare e le famiglie da rimettere in piedi, che si davano il cambio al buio per sorvegliare una bandiera. Non fu un episodio simbolico o retorico: fu un presidio, ripetuto, faticoso, gratuito. E funzionò. Il Tricolore dell’ANA non venne mai ritirato.
Chi conosce la vita dei Gruppi sa che è esattamente così che funzionano ancora oggi le cose importanti: non con un gesto solo, ma con molti turni.
Com’è fatto
Il drappo misura circa 118 per 123 centimetri. È un tessuto a righe verticali nei tre colori, ricavato da una sola pezza. Al centro della banda bianca è ricamato lo scudo sabaudo, con la croce in tessuto bianco e il bordo azzurro montato su un’imbottitura di cartone, sormontato dalla corona anch’essa ricamata, in seta policroma e filato metallico dorato.
Alla bandiera è abbinato un fiocco in velluto blu di seta, lungo 127 centimetri: un grande nodo con due lunghi nastri pendenti, su cui corre in filato metallico dorato la scritta «ASSOCIAZIONE NAZIONALE – ALPINI», con stemmi ricamati alle estremità e frange dorate. Sotto il nodo, una piccola campanella permetteva di sospenderlo all’asta.
Non è, va detto con onestà, un capolavoro dell’arte tessile. Sono materiali di buona fattura ma non eccezionali, prodotti in serie. Il suo valore è tutto altrove.
Il tempo, la luce e un eccesso d’amore
Mezzo secolo di uso, poi altri decenni appeso alla sua asta dentro una vetrina, avevano fatto il loro lavoro. La luce aveva degradato le fibre dall’interno: il rosso presentava tagli e lacerazioni, il verde un vistoso viraggio di colore lungo le pieghe dell’esposizione, e la banda bianca — la più fragile — era ormai lacerata in più punti, con vere e proprie lacune intorno allo stemma.
A un certo momento qualcuno, per continuare a portarla in piazza, aveva provato a salvarla come si salvano le cose care in casa: incollandole sopra una spessa pellicola adesiva in PVC, poi cucendo la banda bianca a sandwich tra due fogli di polietilene, infine chiudendo l’intera bandiera nello stesso modo. Quando le restauratrici la smontarono, trovarono il drappo inglobato in cinque pezzi di plastica di dimensioni diverse.
Dal punto di vista conservativo è un disastro. Dal punto di vista umano è un documento: nessuno avvolge nella plastica un oggetto che non gli interessa. Quell’intervento casalingo, sbagliato in tutto, dice quanto quella bandiera contasse.
Il restauro, in parole semplici
L’intervento è stato condotto dalle restauratrici Patrizia Labianca e Graziella Palei, che ne hanno presentato il resoconto al XIX Congresso Nazionale dell’IGIIC, il Gruppo Italiano dell’International Institute for Conservation, a Udine nel 2021.
La prima fase è stata la più delicata: togliere la plastica senza portarsi via la seta. Il PVC era rigido, il tessuto sottissimo. È stato rimosso a secco, meccanicamente, tagliando di volta in volta piccole porzioni già staccate e aspirando l’adesivo cristallizzato.
Restavano le macchie di colla invecchiata, impossibili da trattare con i metodi tradizionali senza compromettere ciò che restava del tessuto. La soluzione è arrivata da un materiale sviluppato per il restauro contemporaneo: gli idrogel Nanorestore Gel, fogli trasparenti capaci di trattenere il solvente al loro interno e di rilasciarlo solo sulla superficie di contatto. Caricati con solvente, tagliati in quadratini di tre centimetri, appoggiati con una leggera pressione e lasciati agire una ventina di minuti sotto una pellicola protettiva, hanno assorbito la colla senza che il liquido penetrasse nelle fibre. Dopo ogni passaggio, un tassello di gel caricato con sola acqua per reidratare la seta.
Poi il consolidamento, differenziato colore per colore. Le bande verde e rossa sono state racchiuse tra un supporto di organza di seta sul retro e un velo di crepeline sul davanti, entrambi tinti in tono e fissati con file di punti verticali ogni cinque centimetri. La banda bianca, troppo frammentata per reggere il solo cucito, ha richiesto un velo trattato con adesivo e fatto aderire a caldo, riavvicinando i margini di ogni strappo; sotto la croce dello stemma è stato inserito un taffetas di seta avorio, tinto apposta, per ricomporre visivamente le lacune.
Anche il fiocco è stato curato: aspirazione controllata, riposizionamento delle trame slegate della fodera, consolidamento a cucito. Sul velluto, troppo fragile, si è scelto di non intervenire chimicamente.
Infine il montaggio: un pannello di legno rivestito di tessuto morbido, la bandiera fissata con cuciture lungo i bordi, il fiocco e il puntale dell’asta accanto a lei, e una teca con il vetro distanziato di una decina di centimetri.
Un’ultima volta in alto
C’è un passaggio del progetto che merita attenzione, perché mostra che cosa succede quando un cimelio non è ancora un pezzo da museo.
L’Associazione aveva chiesto una cosa precisa: poter innalzare la bandiera restaurata un’ultima volta, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della fondazione. Non un’esposizione: un’ostensione vera, con la bandiera in alto, come si era sempre fatto. Le restauratrici hanno progettato l’intervento anche in funzione di quella richiesta, calibrando i consolidamenti perché il drappo potesse reggere ancora una volta il proprio peso.
Poi la teca, la Sala del Consiglio della sede nazionale, il riposo. Ma prima, un ultimo saluto in piedi.
Che cosa ci riguarda
Un cimelio non è soltanto ciò che resta del passato: è una memoria affidata alle generazioni future. È la lezione più chiara di questa vicenda, e non riguarda solo Milano.
Anche nei Gruppi, anche a Salce, esistono oggetti che valgono per le stesse ragioni: un gagliardetto, un cappello, una fotografia di gruppo con nomi scritti a matita sul retro, i registri, le annate del notiziario. Nessuno di questi oggetti è raro. Nessuno vale qualcosa sul mercato. Valgono perché qualcuno li ha portati, custoditi, tirati fuori nelle occasioni giuste e riposti con cura. Il loro valore non è nella stoffa: è nelle mani che li hanno tenuti.
Da qui discende un piccolo dovere pratico, poco solenne e molto concreto: sapere dove sono le cose, scrivere che cosa sono, evitare i rimedi improvvisati, chiedere consiglio a chi ne sa prima di incollare qualcosa. La plastica sul Tricolore dell’ANA insegna che anche l’affetto, senza competenza, può fare danni.
E resta un’ultima distinzione, che gli Alpini conoscono per esperienza prima che per teoria. Benedetto Croce, in uno scritto del 1944, osservava che l’amor di patria non è una versione attenuata del nazionalismo: ne è il contrario, come la tenerezza verso una persona è il contrario del possesso. Quella bandiera è stata difesa per la prima ragione, non per la seconda. Ed è per questo che, cent’anni dopo, vale ancora la pena raccontarla.
La bandiera in breve
- Primo vessillo ufficiale dell’Associazione Nazionale Alpini, inaugurato il 20 giugno 1920 nella sede della Società del Giardino a Milano.
- Donata da un gruppo di donne milanesi presieduto dalla Contessa Visconti di Modrone.
- Misura circa 118 × 123 cm; al centro della banda bianca lo scudo sabaudo ricamato, sormontato dalla corona.
- Completata da un fiocco in velluto blu di seta con la scritta dorata «ASSOCIAZIONE NAZIONALE – ALPINI».
- Usata nelle principali manifestazioni ANA fino al 1972, quando fu sostituita da un Tricolore privo dello stemma sabaudo.
- Restaurata da Patrizia Labianca e Graziella Palei: rimozione delle plastiche, pulitura con idrogel, consolidamento differenziato delle tre bande.
- Innalzata un’ultima volta per il centenario dell’ANA; oggi esposta in teca nella Sala del Consiglio della sede nazionale di Milano.
Fonti e approfondimenti
- Patrizia Labianca, Graziella Palei, Un cimelio e la sua memoria: il restauro della bandiera tricolore dell’Associazione Nazionale Alpini di Milano, in Lo Stato dell’Arte 19. Atti del XIX Congresso Nazionale IGIIC, Palazzo Garzolini di Toppo Wassermann, Udine, 16-18 settembre 2021, Nardini Editore — testo integrale. È la fonte di tutti i dati su misure, materiali, stato di conservazione, tecniche di restauro e collocazione attuale della bandiera.
- Nardini Editore, scheda del volume degli Atti Lo Stato dell’Arte 19 — nardinieditore.it
- AA. VV., La prima casa, in L’Alpino, luglio 2019, pp. 10-11. Il documento dell’archivio del Centro Studi ANA sui tentativi di strappare o incendiare il Tricolore e sui turni notturni di difesa è citato in questo articolo ed è riportato nello studio di Labianca e Palei.
- Associazione Nazionale Alpini, La storia dell’Ana — ana.it
- Associazione Nazionale Alpini, Centro Studi — ana.it
- L’Alpino, mensile ufficiale dell’ANA — lalpino.net
- IGIIC, Gruppo Italiano dell’International Institute for Conservation — igiic.org
- CSGI, Università di Firenze, Art Restoration: gli idrogel Nanorestore Gel e la nanoscienza applicata alla conservazione — csgi.unifi.it
- Benedetto Croce, Una parola desueta: l’amor di patria, in L’idea liberale. Contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti vari, Laterza, Bari, 1944. Citato nello studio di Labianca e Palei.
Crediti fotografici
Le immagini storiche e le fotografie del restauro sono tratte dal contributo di Patrizia Labianca e Graziella Palei, Un cimelio e la sua memoria: il restauro della bandiera tricolore dell’Associazione Nazionale Alpini di Milano, pubblicato negli Atti del XIX Congresso Nazionale IGIIC – Lo Stato dell’Arte 19, Udine 2021.
Gli Alpini nascono il 15 ottobre 1872 e da allora hanno attraversato due guerre mondiali, la Resistenza e le missioni di pace. Puoi leggere gli altri articoli di storia alpina.


