La voce dall’altra parte

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Un partigiano yugoslavo ricorda il fronte italiano in Erzegovina

Dalle memorie di Mirko Savo Sirovina, testimone della guerriglia del 1941


Nell’ottobre 1941, in un villaggio dell’Erzegovina a pochi chilometri da Dubrovnik, un ragazzo di sedici anni osservava da distanza una guerra che stava per diventare anche la sua. Si chiamava Mirko Savo Sirovina, nato nel 1925 nel piccolo borgo di Gorodashi, figlio di contadini poveri di una terra povera — montagne, capre, patate portate sulle spalle fino alla città. Sua madre era analfabeta. Suo padre era tornato a casa dopo la disfatta dell’aprile 1941 con un fucile sulle spalle, camminando per settimane sui sentieri di montagna per non essere fatto prigioniero dagli italiani.

Quasi settant’anni dopo, nel 2010, Mirko Sirovina — ormai anziano, residente a Chișinău in Moldova dopo una vita trascorsa nell’esercito sovietico — raccontò tutto questo in una lunga intervista al sito russo iremember.ru, un archivio di memorie di veterani della Seconda Guerra Mondiale. La sua testimonianza è uno dei pochi resoconti in prima persona, dal lato yugoslavo, delle prime fasi della guerriglia partigiana in Erzegovina: quella stessa guerriglia che i soldati italiani del Regio Esercito si trovarono ad affrontare nel 1941 senza averla davvero prevista, senza capirla, e spesso senza saperla gestire.


Il contesto: l’Italia in Erzegovina e Montenegro

Dopo la rapida capitolazione del Regno di Jugoslavia nell’aprile 1941 — undici giorni di combattimenti, poi la resa — il territorio venne spartito tra le potenze dell’Asse. Gli italiani controllavano la Slovenia, la Dalmazia, il resto della Croazia, l’Erzegovina con le divisioni Marche e Messina, e il Montenegro con le divisioni Emilia, Ferrara, Venezia e Taurinense.

Era, sulla carta, un’occupazione. Nella realtà, fu quasi subito una guerra. In Montenegro, la rivolta popolare explose il 13 luglio 1941 — appena tre mesi dopo la resa — e il Comando Supremo italiano fu costretto a trasferire in fretta sei divisioni sotto il generale Alessandro Pirzio Biroli. In Erzegovina, dove operava Sirovina, la situazione era analoga: una popolazione montanara, orgogliosa, armata dai residuati dell’esercito yugoslavo sbandato, che cominciava a organizzarsi in distaccamenti partigiani.

Il partigiano Sirovina ricorda con precisione come guardava gli italiani da bambino: «Quando arrivarono per la prima volta nel nostro villaggio, con grandi forze, andammo in montagna, e quasi tutti gli uomini rimasti furono arrestati immediatamente e portati a Lovrenac — la famosa fortezza di Dubrovnik trasformata in prigione. Dal nostro villaggio c’erano dodici-quindici uomini.» Suo padre e suo zio furono rilasciati solo grazie all’intervento personale di un funzionario croato della Dalmazia che aveva amicizie nel villaggio. Cinque compaesani non tornarono.


Ottobre 1941: l’imboscata sulla ferrovia

Il racconto di Sirovina si fa più preciso quando descrive i primi episodi della guerriglia organizzata nell’autunno 1941, quando lui aveva appena sedici anni e non era ancora un combattente.

«Nel mese di ottobre, gli italiani presero in ostaggio circa cinquanta persone di spicco della nostra zona. In risposta, il nostro popolo, sotto la guida di Božo Slavić, si riunì in un distaccamento di ottanta uomini e sulla sezione della ferrovia tra i villaggi di Zavala e Marev-Lut tese un’imboscata a un convoglio militare. Centoventì soldati italiani furono catturati.»

Quello che seguì è straordinariamente rivelatore del modo in cui si combatteva questa guerra nelle sue prime fasi: cinque giorni di negoziati, uno scambio di ultimatum, una trattativa che alla fine si concluse con lo scambio dei prigionieri. Le armi catturate restarono ai partigiani.

Dieci giorni dopo, una colonna italiana partì da Zavala per punire i guerriglieri. Per cinque giorni ci furono combattimenti sulle alture. Alla fine gli italiani si ritirarono. Il giovane Mirko, a cui il cugino Yovo — nella leadership del distaccamento — aveva categoricamente proibito di combattere, portava cibo e munizioni ai partigiani percorrendo cinque chilometri di montagna a notte fonda.


Novembre 1941: l’imboscata di Lastva

Il secondo episodio che Sirovina racconta è ancora più significativo, perché coinvolge due personaggi che sarebbero diventati figure leggendarie della resistenza yugoslava.

«Nel novembre 1941, un distaccamento di quarantacinque partigiani guidati da Sava Kovačević e Vlado Šegrt tese un’imboscata sulla strada di montagna vicino al villaggio di Lastva, al confine del Montenegro e dell’Erzegovina, alle unità motorizzate italiane. Questo piccolissimo distaccamento, utilizzando principalmente granate, riuscì a catturare ventinove veicoli corazzati leggeri e ventiquattro prigionieri.»

L’episodio è confermato dalle fonti storiche: il 26 novembre 1941, Sava Kovačević guidò un’imboscata contro una colonna motorizzata italiana sulla rotabile tra Bileća e Vilusi, catturando tre carri armati italiani con i quali costituì il primo reparto corazzato delle forze di liberazione della Jugoslavia. Il 26 novembre sarebbe diventata, dopo la guerra, la giornata commemorativa del corpo dei carristi dell’esercito popolare yugoslavo.

Vlado Šegrt, attivo fin dal settembre 1941, aveva già ottenuto diverse importanti vittorie contro gli italiani e gli ustascia nella zona di Trebinje. Entrambi questi comandanti erano destinati a diventare figure centrali della resistenza yugoslava: Sava Kovačević sarebbe caduto nel 1943 durante la battaglia della Sutjeska, proteggendo i feriti della sua divisione mentre i tedeschi stringevano l’accerchiamento — e Sirovina, che combatteva nella stessa divisione, fu testimone diretto di quel sacrificio.


Come gli italiani vedevano questa guerra

Mirko Sirovina con i compagni

La testimonianza di Sirovina offre uno sguardo prezioso anche sulla percezione reciproca tra italiani e partigiani yugoslavi in questa fase iniziale.

«Volete sapere cosa pensavamo degli italiani come soldati? Anche se eravamo solo cinquanta uomini, con i pezzi pesanti potevamo affrontare cinquemila italiani senza paura, perché non erano combattenti. Ottimi ladri, sì — quando entravano nei villaggi saccheggiavano quasi tutto — ma come soldati era tutta un’altra cosa rispetto ai tedeschi.»

È un giudizio duro, ma non privo di sfumature. Sirovina riconosce che con gli italiani, a differenza che con i tedeschi, era possibile trattare: «Con gli italiani si potevano fare negoziati. Con i tedeschi era impensabile.» E ricorda che l’operazione che gli salvò la vita dopo una ferita grave fu eseguita da un medico militare italiano prigioniero, di cui non dubitò mai della buona fede.

Questo corrisponde a ciò che le fonti storiche descrivono come una caratteristica dell’occupazione italiana: meno sistematicamente brutale di quella tedesca nei confronti dei civili, ma militarmente incapace di gestire una guerriglia che si sviluppava a una velocità imprevista. Le autorità italiane nei loro documenti diedero credito al presunto ruolo decisivo dei comunisti nell’insurrezione montenegrina, ma in realtà il ruolo più importante fu assunto dai contadini che si unirono in massa alla ribellione e dagli ex ufficiali dell’esercito yugoslavo.


Un destino tra due mondi

Mirko Sirovina si arruolò formalmente nel settembre 1942, a diciassette anni, nella 10ª Brigata della 3ª Divisione. Scalò rapidamente i gradi fino a comandante di compagnia. Combatté alla battaglia della Neretva, sopravvisse alla Sutjeska, assistette alla liberazione di Belgrado con l’Armata Rossa nel 1944 — dove perse il cugino Gojko.

Poi, nel 1948, quando Tito ruppe con Stalin, scelse di restare in Unione Sovietica. Si formò all’Accademia Frunze di Mosca, servì come ufficiale sovietico fino al 1974, andò in pensione a Chișinău come tenente colonnello. Quando fu intervistato aveva ottantacinque anni. Parlava russo senza accento.

«Volete sapere cosa mi ha aiutato a sopravvivere? Non Dio — non ci credevo. Sapevo adattarmi nelle circostanze più difficili. Ricordo che stavo in trincea sotto la neve, con un cappello di neve in testa, e non mi muovevo. I compagni mi guardavano stupiti. Se ti muovevi, il cecchino ti prendeva.»


Una memoria che vale la pena custodire

Per chi si occupa di storia alpina e militare del Novecento, la testimonianza di Sirovina è un documento raro: la voce di chi stava dall’altra parte, raccontata senza odio ma con grande lucidità.

Gli italiani che compaiono nella sua memoria sono soldati impauriti, funzionari corruttibili, medici onesti, ufficiali che trattano — e anche carnefici. Come in ogni guerra.

Le divisioni italiane che operarono in Erzegovina e Montenegro — Marche, Messina, Venezia, Taurinense — portarono con sé migliaia di ragazzi italiani, molti del Nord, molti delle regioni alpine, strappati alle loro famiglie e gettati in una guerriglia di montagna che non capivano.

Anche loro, a modo loro, sono vittime di quella storia. Una storia che la testimonianza di Mirko Savo Sirovina aiuta a guardare con occhi nuovi.

Michele Sacchet

 

 


Fonte principale: intervista a Mirko Savo Sirovina, archivio iremember.ru, 2010. Intervistatore: N. Čobanu.


 

Dal fronte greco-albanese del 1940 alla ritirata di Russia, dall’8 settembre alla Resistenza: per gli Alpini fu la prova più dura. Puoi leggere la sezione dedicata alla Seconda guerra mondiale.

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