1917 – L’An de la Fan

L’Anno della Fame: il Veneto sotto l’occupazione austro-ungarica

C’e’ una parola in dialetto veneto-bellunese che pesa come la pietra: fan. Fame. Non la fame del capriccio o della dieta. La fame vera, quella che scava dentro, che rode le ossa, che spinge gli uomini a fare cose impensabili. Nel 1917, quella parola divenne il nome di un intero anno. Lo chiamarono l’An de la Fan. L’Anno della Fame. E non era una metafora.

 

Il fronte dell’Isonzo: undici battaglie per pochi metri

Soldati austriaci in trincea vicino a Castagnevizza (Slovenia), durante la Seconda battaglia dell’Isonzo (Foto Museo di Caporetto)

Per capire come si arrivo’ a questo punto, bisogna risalire di qualche centinaio di chilometri verso est, fino alle rive di un fiume che aveva gia’ bevuto abbastanza sangue: l’Isonzo.

Dal giugno 1915 all’agosto 1917, sull’Isonzo si combatterono undici battaglie. Undici offensive italiane per conquistare, al massimo, pochi chilometri di terreno. Trincee che si spostavano avanti e indietro come il respiro affannoso di un moribondo. Il generale Luigi Cadorna, al comando supremo del Regio Esercito, credeva nella forza del numero: mandava avanti le ondate di fanteria, le vedeva falciare, e ordinava un’altra ondata.

Dall’altra parte, l’Impero Austro-Ungarico era in crisi profonda. Gia’ dalla fine del 1916, con la morte del vecchio imperatore Francesco Giuseppe I, la coesione interna delle forze imperiali si era incrinata. Croati, Sloveni, Bosniaci, Ungheresi, Cechi: un esercito plurilingue e sempre meno motivato. Vienna chiese aiuto a Berlino. Il Kaiser Guglielmo II rispose: invio’ sette divisioni fresche, veterane del fronte orientale, con tattiche nuove e ufficiali brillanti. Tra questi, un giovane tenente del Württemberg di nome Erwin Rommel.

 

La notte del 24 ottobre 1917: la disfatta di Caporetto

E’ una notte piovosa, il 24 ottobre 1917. Nelle valli tra il Kolovrat e il Monte Nero, tra Plezzo e Tolmino, piove a dirotto. Alle due di notte Tedeschi e Austriaci sferrano l’attacco. Non e’ il solito assalto frontale: usano gas e proiettili a percussione ritardata, e poi avanzano per infiltrazione, aggirando le postazioni italiane anziche’ colpirle di petto.

Le truppe di Cadorna cedono. Non tutte, non ovunque — ci sono reparti che resistono con onore — ma il fronte si sfonda nel punto giusto e la valanga comincia. Molti soldati italiani si strappano di dosso la divisa per non essere riconosciuti. Fuggono su terreni accidentati, attraverso boschi e montagne, dopo mesi di trincea e di viveri ridotti.

La mattina del 27 ottobre, Cadorna ordina il ripiegamento sul Tagliamento. Ma e’ gia’ troppo tardi: il cedimento e’ divenuto rotta. Quella che passera’ alla storia come la Dodicesima Battaglia dell’Isonzo entrera’ nei libri di storia con un altro nome: la disfatta di Caporetto. La peggiore sconfitta della storia militare italiana.

▪ Nasce la Volpe del Deserto · Monte Matajur, 26 ottobre 1917

Il tenente Erwin Rommel, alla guida del Battaglione da Montagna del Württemberg, conquisto’ il Monte Matajur (1.641 m) in 52 ore, sbaraglio’ le brigate italiane «Arno» e «Salerno», fece circa 9.000 prigionieri e caturo’ 150 ufficiali. Le sue perdite: 6 morti e 30 feriti. Il segreto era la velocita’ e l’inganno: compariva alle spalle e ai fianchi degli italiani che aspettavano il nemico davanti. Per quelle gesta ricevette la Pour le Mérite, la massima decorazione militare tedesca. Sul fronte italiano aveva scoperto quello che sarebbe rimasto il suo marchio di fabbrica: la ricognizione accurata, l’attacco immediato e imprevedibile. Erano nati la tattica e la leggenda della futura «Volpe del Deserto».

 

150 chilometri in pochi giorni: il Bellunese occupato

Nel giro di pochi giorni, la linea del fronte si sposta di quasi 150 chilometri verso ovest. L’esercito italiano si attesta sulla linea Piave-Monte Grappa, e tutto il territorio a nord-est — Friuli, Veneto orientale, la provincia di Belluno — finisce sotto occupazione austro-ungarica e tedesca.

Chi puo’, fugge. Secondo le stime degli storici, oltre 30.000 bellunesi abbandonano le loro case in quelle settimane convulse, dirigendosi verso la Lombardia, la Toscana, l’Emilia. Nobili, famiglie benestanti, amministratori, funzionari pubblici: chi ha i mezzi e le relazioni per spostarsi lo fa. Ad accogliere il nemico restano i piu’ deboli: donne, vecchi, bambini, contadini, preti.

A Vittorio Veneto, nel Bellunese, nelle contrade del Feltrino e nei paesi della Val Belluna, si racconta la stessa storia. A Villabruna — piccolo paese sull’altopiano sopra Feltre — il 14 novembre 1917 arrivo’ una «fiumana» di soldati: austriaci, tedeschi, ungheresi, serbi, croati, turchi. Entravano nelle case, scacciavano gli abitanti, distruggevano e rubavano.

E’ il 10 novembre 1917 quando a Belluno fanno il loro ingresso le truppe austro-ungariche e tedesche. La citta’ viene consegnata a un regime di occupazione che durera’ esattamente un anno, fino al 1° novembre 1918. Un anno che restera’ nella memoria collettiva con un nome solo: l’an de la fan.


La tavola della disperazione: topi, serpenti e silenzio

Topi messi ad essicare nelle strade a Belluno

I documenti dell’epoca parlano con la freddezza burocratica dei numeri. Una comunicazione del sindaco Pietro Mandruzzato riferisce che al 18 maggio 1918 in citta’ erano completamente esauriti: frumento, fagioli, farina gialla e formaggio. Rimanevano soltanto 20 chili di farina per l’intero Comune, 10 di riso e 90 di conserva. Il razionamento era sistematico, totale, implacabile.

Gli occupanti requisivano tutto: case, bestiame, raccolti, attrezzi. Nelle contrade pedemontane, i contadini dovevano rubare di nascosto, dai propri campi, il frumento e il mais che avevano coltivato, eludendo la sorveglianza. I palazzi piu’ eleganti venivano assegnati agli ufficiali di alto grado; le abitazioni civili venivano occupate per alloggiare le truppe.

Prima scomparvero i cani e i gatti dalle strade. Poi non si videro piu’ le gru nelle paludi. Poi sparirono i serpenti nei fossi. Poi tocco’ ai topi. La fame e’ democratica: quando arriva davvero, abbatte ogni barriera del disgusto e della cultura.

 

A Belluno si sviluppo’ una vera e propria «cucina di guerra» a base di ratti. I topi venivano catturati con trappole artigianali, uccisi e messi ad essiccare al sole — le fotografie dell’Archivio Storico, dalla collezione Massenz Baldini della Biblioteca Civica, li ritraggono in file ordinate, appesi a essiccare. Poi si preparava una marinata per attenuare l’odore forte della carne. Infine venivano fritti in padella e serviti croccanti. Non era bizzarria locale: era sopravvivenza.

Una donna di Motta di Livenza era riuscita ad acquistare 20 chili di farina, dando tutto cio’ che possedeva. Al ritorno, ai gendarmi che le confiscarono la farina, non valsero ne’ le preghiere ne’ le lacrime. La donna si getto’ in un fiume, davanti ai loro occhi.

— Testimonianza raccolta dalla Reale Commissione d’Inchiesta sulle Violazioni dei Diritti delle Genti

La mortalita’ in quell’anno fu quasi tripla rispetto agli anni precedenti. Le punte piu’ alte si concentrarono nelle zone montane e nelle aree costiere. Migliaia di persone — soprattutto anziani, bambini, malati — morirono di stenti tra il 1917 e il 1918 nel Veneto occupato. La famigerata deportazione al campo di prigionia austriaco di Katzenau, presso Linz, colpi’ anche 150 abitanti di Marsure di Aviano: una punizione collettiva per presunte infrazioni alle regole degli occupanti.

 

Gli «striaci»: un esercito plurinazionale gia’ sconfitto dentro

Prigionieri austriaci in fila a Belluno, presso la sede di distribuzione alimentare della Croce Rossa (Piazza dei Martiri – Angolo Via Carrera)

Li chiamavano striaci, termine veneto per «austriaci», ma in realta’ erano ben altro. Quello che occupo’ il Veneto era l’esercito piu’ cosmopolita d’Europa: Sloveni e Bosniaci, Ungheresi e Tedeschi, Serbi e Croati, Turchi e Bulgari. Un mosaico di lingue e uniformi che i civili locali faticavano a distinguere, e che spesso nemmeno si capivano tra loro.

Paradossalmente, quell’esercito vittorioso era gia’ sconfitto dentro. Rauchensteiner, il maggior studioso austriaco della Grande Guerra, ha definito Caporetto «una vittoria di Pirro». Le catene di rifornimento erano al collasso, l’Austria stessa stava andando a pezzi. Gia’ all’inizio del 1918, la popolazione delle zone montane in Austria sopravviveva con una razione settimanale di farina di 110 grammi a testa. Il vincitore era quasi altrettanto affamato del vinto.

Eppure questo non mitigo’ le violenze. La Reale Commissione d’Inchiesta documento’ stupri, saccheggi, deportazioni arbitrarie, uccisioni sommarie. Nel dicembre 1917, nel solo comune di Oderzo si contarono cinquanta gestazioni illegittime, quasi sempre frutto di violenze o ricatti alimentari. Una storia che i libri di scuola hanno a lungo ignorato.


Un anno esatto: la resistenza silenziosa

L’occupazione duro’ esattamente un anno. Un anno durante il quale le autorita’ militari austriache amministrarono anche la «giustizia»: comandi militari si insediarono in ogni comune, tribunali di guerra sentenziarono rapidamente, la deportazione era la punizione preferita per chi osava ribellarsi.

A fare da contrappeso, la resistenza silenziosa. I preti che continuarono a celebrare, i maestri che insegnarono ai bambini anche sotto occupazione. A Villabruna, Egidio Pilotto e Antonio Facchin aprirono una scuola elementare clandestina durante l’occupazione, per non lasciare i bambini in balia della barbarie. Si affiggevano cartelli in tedesco sulle porte delle camere da letto per evitare che gli ufficiali le occupassero. Si cercavano escamotage quotidiani per conservare un brandello di normalita’.

Il 4 novembre 1918, con la firma dell’armistizio a Villa Giusti del Giardino presso Padova, la guerra fini’. Il 1° novembre 1918 Belluno era gia’ libera, con un giorno di anticipo sulla firma. Ma la liberazione porto’ con se’ un’ulteriore beffa: i proprietari terrieri che erano fuggiti in esilio tornarono pretendendo la quota mezzadrile anche per l’anno dell’invasione, quando i raccolti erano stati rubati dagli austriaci.

La guerra era finita. La fame, per molti, no.

Per non dimenticare

Ci sono storie che una comunita’ non puo’ permettersi di dimenticare. Non per acrimonia verso chi non c’e’ piu’, ne’ per alimentare rancori che non appartengono a queste generazioni. Ma perche’ il ricordo di cio’ che e’ stato sopportato dice qualcosa di essenziale su chi siamo.

L’An de la Fan non fu solo carestia. Fu l’incontro brutale di un territorio di frontiera con la guerra totale: quella guerra in cui le popolazioni civili diventano parte del campo di battaglia, dove il cibo e’ un’arma, dove la sopravvivenza diventa atto di resistenza. Il Veneto del 1917-1918 subı’ questa violenza con una durezza che le foto dei topi essiccati al sole di Belluno raccontano meglio di mille parole.

Quelle fotografie, custodite nell’Archivio Storico di Pietro De Cian e nella collezione Massenz Baldini della Biblioteca Civica di Belluno, sono un documento storico e umano di straordinaria potenza. Sono la testimonianza visiva di come un intero popolo seppe tenersi in vita quando tutto sembrava impossibile.

GUARDA LE FOTO STORICHE DI BELLUNO NEGLI ARCHIVI AUSTRIACI

Ricordarlo e’ un dovere. Non solo verso chi ha vissuto quell’anno, ma verso chi verra’ dopo di noi.

 

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