Quando gli ungheresi arrivarono sul Piave

La storia non si divide in buoni e cattivi. Si divide in uomini che la guerra ha messo gli uni contro gli altri, e che meritano tutti — da qualunque parte fossero — di essere ricordati.

C’è un posto, lungo il Piave, che chiunque abbia percorso la Strada Provinciale tra Quero e Alano conosce senza saperlo. Un catino stretto tra montagne alte, con il fiume che lo taglia nel mezzo e il Monte Tomba che incombe da ovest come una sentinella.

Un posto bello, oggi. Nel 1918, un posto terribile.

Lo chiamo così perché così lo chiamavano loro, gli ungheresi: egérfogó. La trappola per topi.

Era il nome che i soldati ungheresi avevano dato alla conca di Alano, dove le loro trincee erano esposte su tre lati al fuoco nemico, senza riparo, senza uscita. E quei soldati erano qui, sulle nostre terre, tra Quero, Alano e Fener, per quasi tutto il 1918.

Questa è la loro storia. Ed è anche la nostra.


Come gli ungheresi arrivarono sul Piave

Dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre 1917, il fronte italiano si era spostato di colpo fino al Piave. Le truppe austro-ungariche avanzarono di oltre cento chilometri in poche settimane, occupando interi territori italiani — tra cui proprio il Feltrino e il Quartier del Piave. Quero, Alano, Fener: paesi svuotati dalla popolazione civile, requisiti, occupati, bombardati. Distrutti…

Una giornata tranquilla sul Fronte del Piave (Sipos Gyula ed.: La storia del 17° reggimento di fanteria, Székesfehérvár, 1938.)

Fu in questo contesto che, nel gennaio 1918, la 20ª divisione di fanteria Honvéd dell’esercito austro-ungarico ricevette l’ordine di raggiungere il settore del Piave a sudovest di Belluno.

Erano reparti ungheresi: i reggimenti di Debrecen, di Nagyvárad (Oradea), di Budapest e di Székesfehérvár. Uomini venuti dalla pianura ungherese, dalle città della Puszta, a combattere su montagne che non avevano mai visto.

Avevano alle spalle mesi durissimi sull’Isonzo, la difesa del Monte San Gabriele, le battaglie logoranti della undicesima e dodicesima battaglia. Arrivarono sul Piave esausti, con equipaggiamento montano appena distribuito, a rilevare posizioni che erano poco più di tracce nel terreno.

IL comandante della 6ª Armata austro-ungarica · relazione, primavera 1918

“La zona è bella a vedersi. Un catino, circondato da alte montagne, attraversato nel punto più stretto dal Piave. Sulla riva sinistra, tra le fitte piantagioni, Segusino; sulla destra, su un basso colle, Quero, dirimpetto al Monte Tomba.

Il Monte Tomba è una stretta cresta montuosa che sporge di 2 chilometri davanti alle nostre posizioni. Da quella cresta, e dalla zona retrostante fino a Quero per 4-5 chilometri di profondità, il nemico vedeva tutto e dominava con il fuoco sia frontalmente che di fianco.

La fanteria non trova alcun riparo contro il fuoco di artiglieria e mortai.”

— Arciduca Giuseppe, 1918


La trappola per topi: le posizioni intorno ad Alano

Le posizioni che gli ungheresi dovevano difendere erano, in parole povere, indifendibili. La conca di Alano era circondata su tre lati da alture controllate dal nemico.

Il Monte Tomba — perduto dagli austro-ungarici il 27 dicembre 1917 — dominava dall’alto ogni movimento. I soldati italiani e francesi che presidiavano quelle cime potevano osservare e colpire qualunque cosa si muovesse nel fondovalle.

Non si costruirono trincee continue come sull’Isonzo. La natura del terreno lo impediva. Si usarono invece i tre torrenti stagionali — gli alvei dell’Ornigo, del Calcino e del Tegorzo — come schermo naturale, creando una serie di punti d’appoggio isolati e collegati tra loro.

Un sistema difensivo in profondità, moderno per l’epoca, ma che non cambiava la sostanza: chi stava in basso era in trappola.

I punti d’appoggio portavano nomi che erano memorie di battaglie passate: Dukla, Monte San Michele, Hudilog, Gabriele. I soldati ungheresi portarono con se’, anche qui sulle rive del Piave, i nomi dei loro morti precedenti.

DAL DIARIO DEL comandante di battaglione del 17° reggimento honvéd di Székesfehérvár

“La conca di Alano assomigliava a una vera trappola per topi: montagne tutt’intorno alle nostre posizioni non ancora costruite nel catino, di fronte le linee difensive nemiche che si stendevano lungo tutta la cima del Monte Tomba.

Nel settore di Alano e Quero si poteva entrare soltanto passando per Quero.

Quero era naturalmente ridotta in rovine, le sue strade erano larghe appena 6 metri.

Attraverso di esse, di notte, avanzava il rifornimento di più reggimenti, entravano gli artiglieri con i cannoni; e in questa colonna stipata, nel buio più totale, spesso sotto acqua torrenziale, ci sparava dentro l’artiglieria nemica con le sue granate.”

“In queste condizioni lavoravano e combattevano i nostri soldati nelle postazioni avanzate, attraverso lunghe notti, per ricevere poi al mattino solo caffè, a mezzogiorno ancora caffè, e alla sera un po’ di brodo, una scatoletta di conserva e mezzo pane.”

— Capitano Festetich Sándor, diario di guerra, 1918


Vivere e morire a Quero: la vita nelle trincee

Vista del paese di Fener, dalla destra al Monte Tomba
(Sipos Gyula ed.: La storia del 17° reggimento di fanteria, Székesfehérvár, 1938.)

Per quasi sei mesi — dal gennaio al giugno 1918 — i reggimenti ungheresi si avvicendarono nelle posizioni intorno a Quero, Alano e Fener. La vita quotidiana era un misto di noia, pericolo costante e privazioni crescenti.

Di giorno, l’artiglieria nemica sparava senza sosta per ostacolare i lavori di rafforzamento delle posizioni. Di notte, le colonne di rifornimento cercavano di raggiungere le prime linee passando per le strade distrutte di Quero, sotto il fuoco intermittente del nemico.

Le perdite non venivano dalle grandi battaglie — che in quel periodo non ci furono — ma dal logoramento quotidiano: una granata qui, un cecchino là, una pattuglia che non tornava.

Il cibo era scarso. Molto scarso.

A supplire alle mancanze della logistica ci pensavano i muli. Erano loro a portare i rifornimenti nelle posizioni più avanzate, di notte, per strade bombardate. E avevano imparato — raccontano le cronache dell’epoca — a cercare da soli i punti riparati lungo le mura diroccate di Quero, senza bisogno che il conducente li guidasse.

i muli del 17° reggimento honvéd · Székesfehérvár

“Era particolarmente interessante osservarli a Quero. La strada era tortuosa e in più punti bisognava passare dall’altro lato per trovare riparo accanto ai muri rimasti in piedi delle case distrutte.

Nel buio i conducenti non dovevano cercare la strada: gli animali ci andavano da soli…

Anzi, sul lato pericoloso non si lasciavano condurre nemmeno quando il fuoco del giorno aveva cancellato ogni traccia battuta.”

— Album storico del 17° reggimento Honvéd, 1938


Chi erano gli Honvéd

Quando nei diari di guerra si legge di “reggimenti Honvéd” sul Piave, sul Carso, sul Monte Grappa, non si sta parlando di soldati austriaci. Si sta parlando di soldati ungheresi — con la propria lingua, la propria catena di comando, la propria bandiera e, soprattutto, la propria memoria.

Honvéd in ungherese significa letteralmente “difensore della patria”: dalla fusione di hon (patria, terra natia) e véd (difendere, proteggere). Non è solo un nome militare. È una dichiarazione d’identità.

Un’unità di ussari della Honvéd ungherese sul fronte italiano
(Foto: Imperial War Museums)

Il termine nacque durante la rivoluzione ungherese del 1848-49 contro gli Asburgo, quando un esercito di volontari si alzò per difendere l’indipendenza magiara. Furono sconfitti — ma il nome rimase. Per gli ungheresi, “Honvéd” non era una denominazione burocratica: era un simbolo di resistenza nazionale, di appartenenza a una terra e a un popolo.

Dopo il Compromesso del 1867 — che creò la doppia monarchia Austro-Ungarica — l’Ungheria ottenne il diritto di mantenere un proprio esercito separato da quello imperiale comune. Nacque così la Magyar Királyi Honvédség, l’Esercito Reale Ungherese: propri ufficiali, propria struttura, e — dettaglio non secondario — comandi impartiti in lingua ungherese, non in tedesco come nell’esercito imperiale comune.

Ecco perché i nomi che i soldati della 20ª divisione Honvéd diedero ai loro punti d’appoggio sulle rive del Piave — Dukla, San Michele, Hudilog, Gabriele — non erano nomi austriaci. Erano memorie di loro battaglie, dei loro caduti. Portavano la propria guerra cucita addosso, dalla Galizia al Carso, dal Carso al Piave.

Note storiche · Gli Honvéd nella memoria ungherese

1848: la nascita del mito. Gli Honvéd della rivoluzione del 1848 erano guidati dal generale Artúr Görgei e ispirati dal poeta nazionale Sándor Petőfi, che morì combattendo nelle loro file. Quella guerra perduta contro gli Asburgo — con l’aiuto dello zar russo — diventò il grande mito fondativo dell’identità nazionale ungherese. Il nome Honvéd ne portò per sempre il peso.

1867: l’esercito del compromesso. Con il Compromesso austro-ungarico, l’Ungheria ottenne il proprio esercito nazionale. Ma era un compromesso, appunto: in tempo di guerra gli Honvéd erano subordinati al comando imperiale comune. Combattevano per Budapest, ma agli ordini di Vienna.

Sul Carso, 1915-1916. La 20ª divisione Honvéd difese il Monte San Michele per quattordici mesi consecutivi. Le perdite furono talmente elevate che il reparto dovette essere ricostituito più volte. Eppure il nome rimase: ogni nuovo soldato che arrivava a riempire i ranghi diventava Honvéd, difensore di una terra che non era la sua ma che era diventata la sua tomba.

Sul Piave, 1918. Nella primavera del 1918, con la guerra ormai perduta, i reggimenti ungheresi cominciarono a chiedere insistentemente di essere rimpatriati. Lo riportano le cronache austriache: i soldati volevano tornare a casa, dove l’Impero si stava sgretolando. Ma rimasero al loro posto, tra Quero e Alano, fino all’ultimo.

Oggi. Il termine Honvéd sopravvive nell’esercito ungherese moderno — la Magyar Honvédség è ancora oggi il nome ufficiale delle Forze Armate ungheresi. E il Budapest Honvéd FC, uno dei club calcistici più famosi d’Ungheria, porta quel nome dal 1909. Difensori della patria: sul campo di battaglia e sul campo da calcio.

Una riflessione

C’è qualcosa di toccante nel pensare che quei ragazzi ungheresi — i ragazzi di Debrecen, di Budapest, di Székesfehérvár — portassero sulle spalle non solo il peso dello zaino e del fucile, ma anche il peso di una storia nazionale fatta di ribellioni soffocate, di indipendenze negate, di patrie perdute e ritrovate.

Quando morirono sul San Michele, sul Piave, sul Grappa, morirono come Honvéd: difensori di una patria lontanissima, per un Impero che non era il loro ma che era diventato la loro prigione. Una contraddizione che la guerra, come sempre, non si preoccupò di risolvere.


Il 16 aprile 1918: l’esplosione di Campo San Pietro

Non tutte le perdite vennero dal nemico. Il 16 aprile 1918 — ma da alcune fonti sembra fosse il 14 aprile — a Campo San Pietro, vicino ad Alano, esplode il deposito munizioni del battaglione d’assalto.

Ventuno morti, settantadue feriti. Una catastrofe silenziosa, dimenticata dalle grandi storie della guerra.

Il tenente Andrássy Gyula, ufficiale della compagnia d’assalto del 1° reggimento Honvéd di Budapest, era lì.

Rimase ferito gravemente, perse l’occhio sinistro, trascorse un anno in ospedale prima di poter tornare a casa. Nel libro commemorativo del reggimento scrisse:

LA TRAGEDIA DI CAMPO SAN PIETRO · dall’album commemorativo del 1° reggimento honvéd

“Avevamo immagazzinato circa 4000 unità di munizioni di ogni tipo in una casa di pietra isolata sul bordo del paese, lungo la strada. Era una giornata di sole caldo. Poi, verso mezzogiorno, un soldato mi corse incontro gridando che il deposito aveva preso fuoco.

Il mio primo pensiero fu di mettere in sicurezza gli uomini. Poi con pochi fidati mi lanciai verso il deposito per tentare l’impossibile: spegnere l’incendio.

In quel momento il fuoco sopito prese aria e l’intero deposito esplose. La pressione dell’aria mi scaraventò oltre un muro di un metro d’altezza come un fantoccio, e rotolai per un bel tratto, finché mi trovarono a circa 20 metri di distanza.

Cosa aveva causato l’esplosione? Probabilmente l’opera di spie italiane, o forse il senso patriottico della popolazione locale rimasta in zona.”

— Tenente Andrássy Gyula, album commemorativo del 1° reggimento Honvéd – Budapest

Leggendo queste parole, mi fermo a pensare a Campo San Pietro — una località che chi abita da queste parti conosce bene. Una strada, qualche casa, la montagna intorno. E sotto quei sassi, in quel terreno che abbiamo attraversato mille volte, la memoria di ventuno ragazzi ungheresi morti in un’esplosione, in un pomeriggio di aprile del 1918.

Nessun campo di battaglia solenne. Nessuna carica eroica. Solo la guerra nella sua forma più banale e crudele: un magazzino che prende fuoco, una corsa per spegnerlo, un’esplosione.

E ventuno famiglie, da qualche parte in Ungheria, che non videro tornare il loro figlio.


Prima del Piave: il San Michele, la montagna sacra degli Honved

Le rovine del villaggio di Quero nella primavera del 1918

Per capire chi erano quegli uomini che nel 1918 presidiavano le nostre terre tra Quero, Alano e Fener, bisogna tornare indietro di due anni. Bisogna andare sul Monte San Michele, sul Carso, dove la 20ª divisione Honved aveva scritto — col proprio sangue — una delle pagine più atroci dell’intera guerra.

Dal giugno 1915 all’agosto 1916, per quattordici mesi consecutivi, le truppe ungheresi del VII° Corpo d’Armata dell’Arciduca Giuseppe — la stessa divisione che poi arriverà sul Piave — difesero quella collina carsica elevata al rango di montagna. Contro di loro si lanciò la Terza Armata italiana del Duca d’Aosta in sei battaglie successive, in ondate umane che non si contavano più.

Il bilancio finale fu di oltre 100.000 caduti italiani e almeno 50.000 austro-ungarici. Non c’era un metro di terreno tra il San Michele e San Martino del Carso che non fosse stato bagnato dal sangue magiaro.

Era la loro montagna. La loro tomba. E lo sapevano.

L’ultimo assalto al Monte San Michele

Mattina del 9 agosto 1916. La Sesta battaglia dell’Isonzo e’ appena finita con la perdita di Gorizia e del San Michele. Il VII° Corpo d’Armata è in ritirata verso la seconda linea difensiva. L’alto comando non ha dato nessun ordine di attaccare.

Eppure il 4° reggimento Honved — formato da rumeni e ungheresi — attacca da solo il Monte San Michele, ormai saldamente in mano italiana e difeso da quattro brigate. Nessun fuoco di sbarramento della propria artiglieria. Nessuna copertura. Solo uomini che risalgono le balze rocciose sotto il fuoco italiano.

Arrivano fino alla cima orientale. La conquistano di slancio, travolgendo i reparti italiani. La vittoria dura mezz’ora: la controffensiva è immediata, e gli Honved devono ridiscendere per l’ultima volta dal San Michele, abbandonati, senza copertura, in territorio nemico.

Ma la loro azione ha permesso la ritirata indisturbata dell’intero VII° Corpo d’Armata. Centinaia di Honved si sono immolati. Non invano.

— Cronaca storica della Sesta battaglia dell’Isonzo, 9 agosto 1916

Una riflessione

Erano pazzi o eroi? La cronaca storica non lo dice esplicitamente. Ma la risposta, a distanza di un secolo, sembra chiara: erano uomini che avevano lasciato su quella collina carsica i loro amici, i loro commilitoni, pezzi della propria giovinezza. E quando era arrivato il momento di abbandonarla, non ce la facevano.

Quando gli stessi uomini — o i loro successori nella stessa divisione — arrivarono sul Piave nel gennaio 1918, portavano con sè tutto questo. Le battaglie del San Michele, i nomi dei caduti, il peso di una guerra che durava da tre anni

Quero e Alano non erano per loro una conquista. Erano l’ennesima trappola in cui erano finiti, lontano da casa, su montagne che non conoscevano, con il Piave davanti e il Monte Tomba che li guardava dall’alto.

Quando nella primavera del 1918 le cronache ungheresi descrivono i soldati della 20ª divisione Honved affamati, demoralizzati, riforniti a stento attraverso le strade distrutte di Quero — quegli stessi uomini avevano già alle spalle il San Michele, il Carso, tre anni di guerra.

Il 4° reggimento Honved che presidiò le posizioni intorno ad Alano era lo stesso che nell’agosto 1916, da solo e senza ordini, era risalito per l’ultima volta sulla sua montagna.

Forse è per questo che, nonostante tutto, tennero le posizioni fino all’ultimo. Non per obbedienza. Per abitudine alla resistenza.


Verso il giugno 1918: la grande offensiva che non riuscì

Il Comandante di Divisione, Árpád Tamásy di Fogaras

Per tutto il maggio 1918 la 20ª divisione Honvéd preparò la grande offensiva che il comando austro-ungarico stava pianificando su tutto il fronte del Piave. I preparativi erano febbricitanti: si costruivano ponti galleggianti, si ammassavano munizioni, si addestravano reparti d’assalto.

Il problema più grande era tenere il segreto. In quel periodo il numero dei disertori era aumentato sensibilmente: soldati che attraversavano il Piave e si consegnavano agli italiani, raccontando tutto quello che sapevano. Le nostre montagne — Quero, Alano, Fener — erano diventate un colabrodo di informazioni.

Il 15 giugno 1918, all’alba, l’offensiva scattò. Sul Piave e sull’Altopiano di Asiago, l’esercito austro-ungarico lanciò il suo ultimo grande attacco della guerra.

Qui, nel settore di Quero e Alano, i reggimenti ungheresi attraversarono il fiume sotto il fuoco italiano. Alcune posizioni vennero conquistate. Ma il Piave era in piena — le piogge primaverili avevano gonfiato il fiume — e i ponti costruiti con fatica venivano spazzati via dall’acqua e dai bombardamenti.

In pochi giorni l’offensiva si esaurì. Le truppe che avevano attraversato il Piave si ritrovarono isolate, senza rifornimenti, sotto attacco. Dovettero ripiegare.

Fu la fine di ogni speranza militare per l’Austria-Ungheria. Da quel momento, la guerra su questo fronte era perduta.

I NOSTRI PAESI IN GUERRA

Quero, Alano, Fener. Sono i paesi dove siamo cresciuti, dove andiamo a fare la spesa, dove conosciamo ogni curva della strada.

Eppure sotto quei nomi familiari si nasconde una storia che pochi conoscono: per sei mesi del 1918, queste terre furono occupate da un esercito straniero, i nostri paesi erano macerie, i nostri abitanti erano profughi lontano da casa.

E gli ungheresi che erano qui — i ragazzi di Debrecen, di Budapest, di Székesfehérvár — non erano mostri. Erano soldati esausti, affamati, intrappolati in una conca che loro stessi chiamavano “la trappola per topi”. Combattevano per un impero che stava crollando, su montagne che non conoscevano, lontani da casa quanto noi lo eravamo da casa nostra.

La storia non si divide in buoni e cattivi. Si divide in uomini che la guerra ha messo gli uni contro gli altri, e che meritano tutti — da qualunque parte fossero — di essere ricordati.

Michele Sacchet
Gruppo Alpini Salce

 


Fonti: Nagy Háború Blog (nagyhaboru.hu) · testo originale di Stencinger Norbert, 26 maggio 2022 · Sipos Gyula (a cura di): 17-esek a világháborúban, Székesfehérvár 1938 · HM Hadtörténeti Intézet és Múzeum, Hadtörténelmi Levéltár.

 

Per continuare questo viaggio nella memoria storica: www.gruppoalpinisalce.it

admin

One thought on “Quando gli ungheresi arrivarono sul Piave

  1. Mi viene un nodo in gola nel leggere queste righe di storia e penso che adesso, un centinaio di anni dopo quei fatti “nostrani”, si ripropone in altre parti del mondo lo stesso scenario. L’uomo non riesce a imparare dall’esperienza storica, è proprio una bestia stupida.

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