Nikolajewka, 26 gennaio 1943: la battaglia che aprì la strada agli Alpini

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Il 26 gennaio 1943, davanti al villaggio di Nikolajewka, la colonna in ritirata del Corpo d’Armata Alpino si aprì combattendo l’ultima strada verso ovest. Non fu una vittoria e non fu un’impresa: fu il passaggio obbligato di decine di migliaia di uomini che avevano davanti un abitato presidiato e alle spalle nessuna alternativa.

Come si arrivò alla ritirata

Nell’estate del 1942 l’Armata Italiana in Russia (ARMIR) era schierata lungo il Don. Il Corpo d’Armata Alpino, con le divisioni Tridentina, Julia e Cuneense, teneva il settore settentrionale, in una pianura che nulla aveva a che vedere con il terreno per cui quei reparti erano stati addestrati.

Fra dicembre 1942 e gennaio 1943 due offensive sovietiche successive travolsero i settori laterali. Quando l’ordine di ripiegamento raggiunse gli alpini le vie di uscita erano già state tagliate: la ritirata cominciò dunque dentro un accerchiamento già chiuso.

La marcia

La colonna procedette verso ovest per giorni, a temperature molto sotto lo zero, combattendo quasi a ogni villaggio da attraversare. Alla truppa inquadrata si aggiunse via via una massa di militari italiani, tedeschi e ungheresi separati dai propri reparti: gli sbandati, spesso disarmati e congelati.

Il 26 gennaio 1943

Davanti a Nikolajewka la colonna trovò il terrapieno della ferrovia e, oltre di esso, il villaggio tenuto da forze sovietiche. In testa era la Tridentina, l’unica divisione ancora in grado di manovrare come unità organizzata.

Il combattimento occupò l’intera giornata. Il varco si aprì nel tardo pomeriggio: alla spinta dei reparti ancora inquadrati si sommò quella della massa degli sbandati che premeva alle spalle. È l’immagine rimasta nella memoria alpina, e va detta per quello che è: non una manovra riuscita, ma un’ondata umana.

Storia, memoria e testimonianza

Su Nikolajewka convivono tre piani che conviene tenere distinti. La storia è ciò che i documenti permettono di stabilire. La testimonianza è il racconto di chi c’era, prezioso e parziale per definizione. La memoria è il modo in cui l’ANA e le comunità alpine hanno scelto di ricordare. Confonderli produce retorica; separarli rende giustizia a tutti e tre.

Che cosa cambiò, e che cosa no

Il varco di Nikolajewka permise a una parte della colonna di proseguire, ma non concluse la ritirata: la marcia continuò ancora per giorni prima che i superstiti raggiungessero le retrovie. Julia e Cuneense, che seguivano itinerari diversi, furono in larghissima parte perdute.

Il bilancio complessivo della Campagna di Russia per le truppe italiane si conta in decine di migliaia fra caduti, dispersi e prigionieri. Molti dei dispersi non ebbero mai una tomba e per le loro famiglie l’attesa durò anni.

Perché Nikolajewka è ancora centrale

Nella memoria alpina il 26 gennaio non è la celebrazione di una battaglia vinta. È la data in cui si ricorda che qualcuno tornò e moltissimi no, ed è per questo che nelle sezioni e nei gruppi ANA viene osservata ogni anno.

Molti reduci non parlarono per decenni. Il racconto della ritirata è arrivato tardi, spesso attraverso la letteratura e attraverso le testimonianze raccolte dai gruppi: anche su questo sito la Russia compare più volte nelle parole di chi c’era, da Visti dal nemico a Miracolo al Ponte di Perati. Il quadro generale del conflitto sta nella sezione Alpini nella Seconda guerra mondiale.

Fonti

  • Archivio storico dell’Associazione Nazionale Alpini
  • Esercito Italiano, documentazione sul Corpo d’Armata Alpino
  • Archivio Centrale dello Stato
  • Treccani, voci sulla Campagna di Russia e sull’ARMIR

Dal fronte greco-albanese del 1940 alla ritirata di Russia, dall’8 settembre alla Resistenza: per gli Alpini fu la prova più dura. Puoi leggere Grecia, Russia, 8 settembre e Resistenza.

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