Alpini per un giorno, martiri per sempre: i cecoslovacchi di Nago

Doss Alto, 21 settembre 1918: il sanitario Karel Nováček e i legionari cecoslovacchi che morirono per una patria ancora da costruire

Sulle pendici del Monte Baldo, nell’ultimo autunno della Grande Guerra, un pugno di soldati cechi e slovacchi scrisse una delle pagine più tragiche e dimenticate del fronte italiano. Erano uomini che avevano scelto di disertare dall’esercito imperiale austro-ungarico per combattere a fianco dell’Italia, sapendo che se catturati sarebbero stati impiccati come traditori. Uno di loro, Karel Nováček, era un semplice contadino boemo, padre di quattro figli, arruolato come sanitario. Fu catturato disarmato mentre curava i feriti. Aveva la fascia della Croce Rossa al braccio. Non bastò.

Una nazione che non esisteva ancora

Nel settembre 1918, la Cecoslovacchia non era ancora uno Stato. Sarebbe nata ufficialmente solo il 28 ottobre di quell’anno, dalla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima guerra mondiale. Eppure centinaia di giovani cechi e slovacchi avevano già scelto da che parte stare — e stavano pagando quella scelta con la vita, molto prima che la loro patria avesse un nome, un confine, una bandiera.

Uno stato cecoslovacco esisteva a quel tempo solo nelle aspirazioni dei numerosi patrioti che desideravano l’indipendenza della Boemia, della Moravia e della Slovacchia dall’Impero. Comitati di patrioti cechi e slovacchi erano sorti subito dopo l’inizio del conflitto in Francia, negli Stati Uniti, in Russia, in Inghilterra. La Prima guerra mondiale aveva offerto a questi popoli l’opportunità concreta di tradurre il sogno in realtà, attraverso le armi — e attraverso il sangue.

1918
ottobre
La Legione Cecoslovacca in Italia fu la più giovane tra le legioni cecoslovacche che combatterono durante la Grande Guerra. Nacque il 21 aprile 1918 con il consenso del governo italiano. Il percorso si concluse con la solenne cerimonia del 24 settembre 1918 a Roma, con giuramento e consegna del vessillo di combattimento — tre giorni dopo i fatti del Doss Alto.

La nascita della Legione Cecoslovacca in Italia

La storia dei legionari cecoslovacchi sul fronte italiano iniziò in modo faticoso, tra diffidenza e pregiudizi. I soldati cechi e slovacchi che disertavano dall’esercito imperiale o che venivano fatti prigionieri e chiedevano di collaborare con gli italiani erano guardati con sospetto dai comandi. Erano pur sempre soldati nemici, e la tradizione militare dell’epoca non ammetteva tradimenti, per quanto motivati da ideali patriottici.

La svolta arrivò gradualmente. All’inizio del 1916 giunse in Italia, proveniente da Parigi, Milan Rastislav Štefánik — valente astronomo slovacco, pilota d’aerei e diplomatico — che avviò un’intensa propaganda in favore della causa cecoslovacca. I suoi sforzi ebbero presto effetto: le diserzioni dall’esercito imperiale si moltiplicarono, e i campi di concentramento del Sud Italia — Sulmona, Padula, Altamura, Salerno — si riempirono di volontari desiderosi di combattere contro Vienna. Erano già in quasi dodicimila quando fu siglato l’accordo decisivo.

▪ La formazione del Corpo armato cecoslovacco in Italia
Febbraio 1918 Costituzione dei battaglioni di lavoro di volontari. Gli ex prigionieri iniziano l’addestramento nei campi del Sud Italia.
21 aprile 1918 Il Consiglio Nazionale Cecoslovacco stipula una convenzione con il governo italiano per la costituzione di un Corpo armato autonomo: 350 ufficiali e 12.500 uomini di truppa.
Maggio 1918 Il Corpo viene inquadrato nella VI Divisione Cecoslovacca. I reparti si battono sul Piave durante l’offensiva austriaca di giugno, distinguendosi a Fossalta e sul Montello.
15 agosto 1918 I battaglioni del 33° e 34° Reggimento cecoslovacco prendono posizione sul settore dell’Altissimo, al bordo settentrionale del lago di Garda, uno dei punti più delicati del fronte.

I legionari cecoslovacchi sapevano perfettamente a cosa andavano incontro se catturati. Non erano soldati regolari combattenti per un esercito riconosciuto: agli occhi dell’Impero erano disertori, traditori della corona, e come tali venivano trattati. Processati sommariamente, condannati per alto tradimento, impiccati — proprio come gli irredentisti italiani Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro. Eppure combatterono lo stesso.

Il Doss Alto: la quota che controllava il Garda

Il Doss Alto di Nago è un’altura di 703 metri sulle pendici settentrionali del Monte Baldo, affacciata sul lago di Loppio e sulla piana del Sarca. Chi la controllava poteva osservare tutti i movimenti lungo le vie d’accesso al lago di Garda da nord — un punto di osservazione e di controllo di primaria importanza strategica per entrambi gli eserciti.

L’altura era stata conquistata dalle truppe alpine italiane nel dicembre 1915 e poi dotata di una lunga galleria difensiva scavata nella roccia, con feritoie, un piccolo cannone da montagna e un pozzo di aerazione che sbucava in superficie con osservatorio e postazione per mitragliatrice. La posizione però non rimase a lungo sicura: il 15 giugno 1918 gli austriaci la riconquistarono con un attacco a sorpresa. La perderono di nuovo il 3 agosto, quando i reparti d’assalto italiani, calandosi con grande audacia dal pozzo di aerazione, sorpresero e catturarono l’intera guarnigione della galleria.

Nei primi giorni del loro insediamento i legionari si dedicarono principalmente alla riparazione delle trincee danneggiate e all’attività di ricognizione. La presenza di questi «disertori» non sfuggì all’attenzione austro-ungarica: il Doss Alto e il vicino Doss Casino divennero subito bersagli privilegiati dell’artiglieria imperiale. Conoscevano quei soldati: avevano combattuto con loro, fino a poco prima.

Poi, il 15 agosto 1918, fu il turno dei legionari cecoslovacchi del 33° Reggimento a presidiare quella quota difficile e contesa. Erano soldati in uniforme italiana, ma con il cuore rivolto verso una patria che ancora non esisteva. Nei successivi giorni ripararono le trincee, eseguirono ricognizioni, si adattarono al terreno. E aspettarono.


La battaglia del 21 settembre 1918: il grande attacco

Il grande attacco austro-ungarico al Doss Alto scattò nelle prime ore del 21 settembre 1918. Cominciò con ore di bombardamento intenso e sistematico, concentrato sulle posizioni del 33° Reggimento fucilieri cecoslovacco. Quando l’artiglieria tacque, le fanterie imperiali si mossero all’assalto, ben organizzate e determinate a riprendersi quella quota.

Nella prima fase dell’attacco, le cose andarono male per i difensori. Le unità austro-ungariche occuparono rapidamente l’osservatorio avanzato di Roncola — la trincea strategica che controllava tutte le vie d’accesso al Doss Alto — e catturarono alcuni legionari. Il tenente Oldřich Trojánek, comandante del posto avanzato, si trovò di fronte a una scelta atroce: la resa, con la certezza dell’impiccagione come traditore, o la morte. Scelse la morte: si tolse la vita con un colpo di pistola piuttosto che cadere prigioniero.

▪ La difesa della caverna · 21 settembre 1918

Le unità austriache si aprirono la strada fino alle principali difese. I legionari si ritirarono nella caverna, che fu tenuta con determinazione sotto il comando del tenente Jindřich Varhaník. I razzi di segnalazione erano stati danneggiati dall’umidità e non rispondevano. Solo il terzo razzo, ancora integro, riuscì a chiamare il supporto dell’artiglieria italiana — e gli attaccanti furono costretti alla ritirata.

Nel pomeriggio, le unità cecoslovacche rinforzate riconquistarono Roncola. In serata l’intero Doss Alto era di nuovo saldamente in mano legionaria. Era una vittoria, riconosciuta e apprezzata dal comando italiano. Ma il prezzo pagato fu alto: sette legionari caduti, trentuno feriti, cinque prigionieri. Le perdite austro-ungariche furono di gran lunga superiori — una cinquantina di morti, novanta feriti, sessanta prigionieri — ma erano perdite di soldati che combattevano per il loro imperatore, non di uomini che rischiavano l’impiccagione.

5
prigionieri
Dei cinque legionari catturati, quattro furono impiccati il giorno seguente. Il quinto, lo slovacco Martin Badinka, si salvò mentendo sulla propria età — dichiarandosi minorenne — e fu condannato a vent’anni di carcere, da cui fu liberato alla fine del conflitto.

Karel Nováček: il sanitario che curava i feriti

Karel Nováček ancora con l’uniforme austro-ungarica

Uno dei cinque prigionieri era Karel Nováček, sanitario della Pattuglia C. Non era un combattente nel senso stretto del termine: il suo compito era curare i feriti, non sparare. Di professione contadino, nato il 15 ottobre 1879 a Břežany, in Boemia meridionale, padre di quattro figli, era stato mobilitato e assegnato al Reggimento di fanteria imperiale n. 11 di Písek. Con quel reggimento era arrivato sul fronte italiano, dove nel novembre del 1916 era caduto prigioniero.

Rinchiuso nel campo di concentramento di Padula — l’antico complesso della Certosa di San Lorenzo, nel Cilento — Nováček aveva avuto il tempo di riflettere, di conoscere altri prigionieri cechi e slovacchi, di maturare la propria scelta. Nell’aprile del 1918 aveva presentato domanda per entrare nelle nascenti legioni cecoslovacche. Un mese dopo era assegnato al 32° Reggimento, poi alla 2ª Compagnia del 33° Reggimento, con cui in settembre era stato inviato a difendere le posizioni del Doss Alto.

Durante i combattimenti per Roncola, Nováček fu catturato disarmato, mentre fino all’ultimo continuava a svolgere la propria funzione di sanitario, curando i compagni feriti. Aveva la fascia della Croce Rossa ben visibile al braccio — simbolo che, secondo le convenzioni internazionali, avrebbe dovuto proteggerlo.

▪ Profilo · Karel Nováček · Legionario cecoslovacco
Nato 15 ottobre 1879 a Břežany, Boemia meridionale. Di professione contadino. Padre di quattro figli.
Mobilitato Assegnato al Reggimento di fanteria imperiale n. 11 di Písek. Catturato prigioniero sul fronte italiano nel novembre 1916.
Volontario Aprile 1918: domanda di arruolamento nel campo di Padula. Assegnato alla 2ª Compagnia del 33° Reggimento cecoslovacco come sanitario di pattuglia.
Catturato 21 settembre 1918, Roncola (Doss Alto). Disarmato, mentre prestava soccorso ai feriti con la fascia della Croce Rossa al braccio.
Giustiziato 22 settembre 1918, Via Prabi, Arco (TN). Impiccato a un ulivo. Ultima esecuzione di un legionario cecoslovacco dell’intero conflitto.

Il processo sommario e l’impiccagione

La sera stessa del 21 settembre, i cinque prigionieri furono trasferiti nottetempo a Ceniga e poi ad Arco, dove vennero processati da un tribunale militare campale. Il processo fu sommario, come sempre accadeva in questi casi: non si trattava di accertare fatti, ma di eseguire una condanna già scritta. Erano disertori dell’esercito imperiale, avevano combattuto a fianco del nemico. La sentenza era scontata.

Antonín Ježek, Karel Nováček, Jiří Schlegl e Václav Svoboda furono condannati a morte per impiccagione. Secondo le testimonianze raccolte in seguito, durante l’interrogatorio notturno si comportarono con calma e coraggio straordinari. Ma fu Nováček il più intrepido di tutti.

Nováček rispose in modo laconico alle domande dei giudici, protestò contro la propria detenzione e il processo, sostenendo che la sua cattura violava le convenzioni internazionali — e mostrava la fascia della Croce Rossa. Il tribunale non ne tenne conto. Il soccorso ai feriti non era un’attenuante: era pur sempre un nemico, un traditore, un disertore. La richiesta di grazia fu rigettata.

La sentenza fu eseguita all’alba del 22 settembre 1918 nel luogo detto Via Prabi, ad Arco, in una radura tra gli ulivi sotto il castello del paese. I quattro furono impiccati agli ulivi. Fu l’ultima esecuzione di legionari cecoslovacchi dell’intero conflitto. Mancavano trentasei giorni alla nascita dello Stato per cui erano morti.

▪ I quattro legionari impiccati a Prabi di Arco · 22 settembre 1918
Antonín Ježek Legionario della 2ª Compagnia del 33° Reggimento cecoslovacco. Catturato a Roncola il 21 settembre 1918.
Karel Nováček Sanitario della Pattuglia C. Catturato disarmato mentre curava i feriti. Il più coraggioso durante il processo: protestò mostrando la fascia della Croce Rossa.
Jiří Schlegl Legionario della 2ª Compagnia del 33° Reggimento cecoslovacco. Catturato a Roncola il 21 settembre 1918.
Václav Svoboda Legionario della 2ª Compagnia del 33° Reggimento cecoslovacco. Catturato a Roncola il 21 settembre 1918.

Non si trattò di un caso isolato. Le esecuzioni capitali di legionari cecoslovacchi negli ultimi mesi del conflitto furono circa sessanta, distribuite lungo tutta la linea del fronte: trentanove sul Piave, quindici a Conegliano, quattro qui ad Arco. I giovani venivano impiccati ad alberi secolari — gelsi, ulivi, ippocastani — come se la scelta di combattere per la propria libertà fosse il crimine più infame immaginabile.

LA STORIA DI KAREL NOVÁČEK È DOCUMENTATA SUL PORTALE VÁLEČNÉ HROBY — TOMBE DI GUERRA — DEL MINISTERO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA CECA

La memoria: da Arco a Praga, passando per Břežany

Nel gennaio del 1919, mentre l’Europa contava ancora i suoi morti e ridisegnava i propri confini, fu eretto a Prabi un monumento nel luogo stesso delle esecuzioni. Era un gesto immediato, quasi urgente, come se si capisse che quella storia rischiava di essere dimenticata troppo in fretta.

La radura degli ulivi di Prabi è oggi territorio della Repubblica Ceca — un piccolo lembo di suolo ceco in Italia, donato dal Comune di Arco in segno di rispetto e fratellanza. Ogni anno, in settembre, i Gruppi Alpini di Arco e di Nago, insieme a una delegazione diplomatica e militare di Praga, si riuniscono qui per la cerimonia commemorativa. È uno di quegli appuntamenti della memoria che resistono al tempo, che si tramandano, che non si lasciano sopraffare dall’indifferenza.

Nel 1921 le salme dei quattro legionari furono riesumate e riportate in patria. Il 24 aprile 1921 Karel Nováček, Antonín Ježek, Jiří Schlegl e Václav Svoboda furono tumulati con onore nel Cimitero d’onore dei legionari italiani nel cimitero di Olšany a Praga. A Břežany, paese natale di Nováček, un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale ricorda ancora oggi il suo nome.

1921
aprile
I legionari impiccati ad Arco non sono un ricordo solo italiano: la Repubblica Ceca li commemora ogni anno con una delegazione ufficiale. Il monumento di Prabi è curato con devozione dagli Alpini di Arco da oltre cent’anni — un esempio raro di memoria condivisa tra due nazioni.

Karel Nováček era un contadino quarantenne, padre di famiglia, che aveva scelto di credere in qualcosa di più grande: una nazione libera, ancora inesistente. Quando fu catturato stava bendando i feriti. Quando fu processato protestò mostrando la fascia della Croce Rossa. Quando fu impiccato, la Cecoslovacchia non era ancora nata.

Sarebbe nata trentasei giorni dopo.

Per non dimenticare il sacrificio di chi combatté per una patria ancora da costruire.

 

 

Legionari cecoslovacchi del 33mo reggimento in uniforme alpina italiana.

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