24 Marzo 1944 – L’Eccidio di Malga Bala
Un luogo dimenticato, una data da non dimenticare
Ci sono date che la storia ufficiale tende a lasciare ai margini, e luoghi che il tempo sembra aver inghiottito. Malga Bala, sull’altopiano della Val Bausizza, al confine tra ciò che fu il Friuli orientale e la Slovenia, è uno di questi luoghi. Eppure, in quei giorni di fine marzo del 1944, tra la neve e il silenzio dei monti, si consumò una delle pagine più dolorose e meno conosciute del secondo conflitto mondiale in questa parte d’Italia.
Dodici uomini — militari della Guardia Nazionale Repubblicana, già Carabinieri Reali — perirono in circostanze di estrema violenza. Erano uomini comuni, figli di una nazione lacerata dalla guerra civile, che avevano scelto di restare al loro posto, a guardia di un impianto industriale in una valle di confine. Le loro spoglie riposano oggi in una torre medievale di Tarvisio, dimenticate, come recita con amarezza la stessa documentazione storica, «dagli uomini e dalle istituzioni».
Questo articolo non vuole riaprire polemiche storiografiche né alimentare contrapposizioni. Vuole fare ciò che è doveroso: ricordare.
La notte del 23 marzo 1944
Era una sera come tante. Quattro militari del presidio erano in licenza. Il Vice Brigadiere Dino Perpignano, comandante del distaccamento, e il Carabiniere Attilio Franzan si erano allontanati dalla casermetta per recarsi in paese, presso una locanda. Fu durante il loro rientro che vennero intercettati e catturati da elementi della banda partigiana «Alto Isonzo».
Con l’inganno e la coercizione, fu estorta la parola d’ordine che consentiva l’accesso alla caserma. Uno ad uno, tutti i militari presenti nell’edificio vennero catturati senza poter opporre resistenza organizzata. La centrale elettrica, la caserma e le dotazioni in armi furono messe fuori uso o requisite: il danno arrecato alle infrastrutture è attestato fin dai primissimi rapporti redatti dopo i fatti.
Ebbe così inizio una lunga marcia notturna che condusse i dodici prigionieri, a tappe forzate, prima verso la Valle Bausizza, dove furono rinchiusi in un fienile, e poi sempre più in alto, verso l’altopiano. Secondo alcune testimonianze, nel fienile fu loro somministrato cibo contaminato con soda caustica e sale nero, che provocò atroci dolori. La documentazione del tempo non permette di stabilire con certezza assoluta la sequenza precisa degli eventi, ma la sostanza di ciò che accadde è attestata da fonti concordanti.
La destinazione finale era Malga Bala (ora territorio sloveno). Ciò che accadde in quell’altopiano appartiene alla parte più buia di quella guerra. I rapporti militari redatti dopo il ritrovamento dei corpi — parzialmente corredati da fotografie — descrivono dodici uomini trovati con le sole camicia e mutande, con ferite multiple da arma bianca e da fuoco e tracce evidenti di sevizie. Le stesse carte attestano che i militari opposero resistenza, e che i loro avversari ebbero ragione di loro solo per la netta superiorità numerica e per l’effetto sorpresa.
— Dai rapporti militari redatti dopo il ritrovamento dei corpi, marzo 1944
I corpi martoriati furono in seguito legati con filo di ferro, trascinati sulla neve e fatti rotolare verso un grosso masso. Li trovarono i militari tedeschi, li trasportarono a Tarvisio e li esposero alla popolazione. Oggi le loro spoglie riposano in una torre medievale di quella città, in un luogo appartato che merita almeno di essere conosciuto.
«Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, unitamente ad altri commilitoni, veniva catturato da truppe irregolari di partigiani slavi, che, a tappe forzate, lo conducevano sull’altopiano di Malga Bala. Imprigionato all’interno di un casolare, subiva disumane torture che sopportava con stoica dignità di soldato, fino a quando, dopo aver patito atroci sofferenze, veniva barbaramente trucidato. Preclaro esempio di amor patrio, di senso dell’onore e del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio.»
Motivazione della Medaglia d’Oro al Merito Civile — Presidente della Repubblica, 27 marzo 2009
Una storia di versioni inconciliabili
La strage di Malga Bala è stata negli anni oggetto di ricostruzioni storiche molteplici, spesso tra loro contraddittorie, prodotte sia da parte italiana che da parte slovena. Le versioni italiane più note sono state elaborate a partire dagli anni Ottanta da autori come Antonio Russo e Marco Pirina, e si differenziano in modo sostanziale sia nella ricostruzione della dinamica degli eventi che nell’individuazione dei responsabili e delle motivazioni.
Alcune ricostruzioni enfatizzano la premeditazione dell’azione e la sua dimensione propagandistica; altre la inquadrano nel contesto più ampio delle operazioni di sabotaggio militare alle infrastrutture delle miniere di Cave del Predil; altre ancora — di provenienza slovena — ricondurrebbero l’escalation di violenza a un tragico sfogo individuale, maturato nel clima di ritorsioni e lutti che insanguinavano quelle vallate, dove erano avvenute in precedenza stragi come quella di Malga Golobar.
Circolarono anche, nell’immediatezza degli eventi, voci diverse: che i militi avessero disertato a favore dei partigiani, o che i corpi fossero stati oggetto di una messinscena orchestrata per diffamare la resistenza. Voci che trovavano alimento nella scarsa fiducia riposta dai nazifascisti negli ex Carabinieri Reali e in alcune circostanze indiziarie non definitivamente chiarite.
Non è compito di questo articolo — né sarebbe rispettoso verso le vittime — trasformare la loro memoria in un campo di battaglia storiografica. Ciò che sappiamo con certezza è che dodici uomini morirono lontano da casa, in condizioni di estrema violenza, dopo aver subito sofferenze che nessun essere umano avrebbe dovuto patire. Quella certezza è sufficiente per ricordare.
Perché ricordare
La memoria di Malga Bala non appartiene a una sola parte politica, né a una sola nazione. Appartiene alla storia di questa terra di confine, che nel Novecento ha conosciuto guerre, occupazioni, stragi e violenze di ogni provenienza e di ogni segno. Le valli del Friuli orientale furono teatro di una guerra nella guerra: una guerra di confine, di identità, di sopravvivenza, in cui le linee tra occupanti e occupati, tra combattenti e civili, erano spesso tragicamente sfumate.
Ricordare questi dodici uomini non significa ignorare il contesto, né negare la complessità di una guerra combattuta in modo feroce da ogni parte. Significa riconoscere che dodici persone — con un nome, una famiglia, un volto — persero la vita in modo atroce, e che il loro sacrificio merita di essere sottratto all’oblio.
Come Alpini, come custodi della memoria storica di queste montagne, sentiamo il dovere di tenere accesa questa piccola fiamma. Non per alimentare odio o divisione, ma perché la memoria è l’unica forma di giustizia che possiamo ancora rendere a chi non è più tra noi.
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Che la terra sia lieve a tutti loro.
Gruppo Alpini Salce — Memoria e Identità delle Nostre Montagne
Michele Sacchet
Fonti e riferimenti
Documentazione d’archivio relativa ai fatti del marzo 1944; motivazione della Medaglia d’Oro al Merito Civile conferita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 27 marzo 2009; pubblicistica storica italiana e slovena relativa alla Zona d’Operazioni delle Prealpi (OZAV) nel secondo conflitto mondiale. Si segnalano in particolare: Antonio Russo, Planina Bala (2005); Arrigo Varano, documentazione originale pubblicata dal 2010; Franc Črnugelj, ricostruzione slovena (1993). La complessità storiografica della vicenda è riconosciuta da fonti di entrambe le nazionalità coinvolte.

