24 Marzo 1944 – L’Eccidio di Malga Bala

Un luogo dimenticato, una data da non dimenticare

Ci sono date che la storia ufficiale tende a lasciare ai margini, e luoghi che il tempo sembra aver inghiottito. Malga Bala, sull’altopiano della Val Bausizza, al confine tra ciò che fu il Friuli orientale e la Slovenia, è uno di questi luoghi. Eppure, in quei giorni di fine marzo del 1944, tra la neve e il silenzio dei monti, si consumò una delle pagine più dolorose e meno conosciute del secondo conflitto mondiale in questa parte d’Italia.

Dodici uomini — militari della Guardia Nazionale Repubblicana, già Carabinieri Reali — perirono in circostanze di estrema violenza. Erano uomini comuni, figli di una nazione lacerata dalla guerra civile, che avevano scelto di restare al loro posto, a guardia di un impianto industriale in una valle di confine. Le loro spoglie riposano oggi in una torre medievale di Tarvisio, dimenticate, come recita con amarezza la stessa documentazione storica, «dagli uomini e dalle istituzioni».

Questo articolo non vuole riaprire polemiche storiografiche né alimentare contrapposizioni. Vuole fare ciò che è doveroso: ricordare.

🏔️

Il contesto storico

Il Friuli nell’autunno della guerra

OZAV — 1943 / 1945

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente dissoluzione dell’esercito italiano, la Germania nazista occupò rapidamente il Friuli e le sue aree di confine. La zona di Tarvisio e delle valli circostanti entrò a far parte della Zona d’Operazioni delle Prealpi (OZAV) — comprendente le province di Bolzano, Trento e Belluno — di fatto annessa al Reich tedesco fino al maggio 1945, sottratta all’autorità della Repubblica Sociale Italiana e soggetta all’amministrazione militare germanica.

In questo quadro, le infrastrutture industriali del territorio acquisirono un valore strategico di primaria importanza. Le miniere di piombo e zinco di Cave del Predil (conosciute anche come Raibl), attive e produttive, dipendevano interamente dall’energia elettrica fornita da una rete di centrali idroelettriche disseminate nelle valli circostanti. Questi impianti erano fondamentali per l’economia bellica tedesca e, per questo motivo, costituivano obiettivi prioritari sia per le forze di occupazione che per le azioni di sabotaggio delle bande partigiane attive in zona.

Una di queste centrali si trovava a Bretto di Sotto, nella frazione di Bretto, in comune di Plezzo. Per proteggerla, il Comando militare tedesco di Tarvisio dispose, a partire dal 20 novembre 1943, un presidio fisso di dodici militari inquadrati nella 62ª Legione «Isonzo» della Guardia Nazionale Repubblicana. Si trattava in larga parte di ex Carabinieri Reali delle province di Udine e Gorizia, che avevano scelto di restare in servizio piuttosto che accettare la deportazione in Germania o il passaggio alla resistenza partigiana.

Nei mesi successivi, le azioni di sabotaggio si fecero sempre più frequenti e audaci. I partigiani — sia italiani che jugoslavi — colpivano sistematicamente le linee elettriche, i depositi e le installazioni a servizio delle miniere. Il piccolo presidio di Bretto di Sotto si trovava così in prima linea su un fronte silenzioso ma non meno pericoloso di quello convenzionale.

La notte del 23 marzo 1944

Era una sera come tante. Quattro militari del presidio erano in licenza. Il Vice Brigadiere Dino Perpignano, comandante del distaccamento, e il Carabiniere Attilio Franzan si erano allontanati dalla casermetta per recarsi in paese, presso una locanda. Fu durante il loro rientro che vennero intercettati e catturati da elementi della banda partigiana «Alto Isonzo».

Con l’inganno e la coercizione, fu estorta la parola d’ordine che consentiva l’accesso alla caserma. Uno ad uno, tutti i militari presenti nell’edificio vennero catturati senza poter opporre resistenza organizzata. La centrale elettrica, la caserma e le dotazioni in armi furono messe fuori uso o requisite: il danno arrecato alle infrastrutture è attestato fin dai primissimi rapporti redatti dopo i fatti.

Ebbe così inizio una lunga marcia notturna che condusse i dodici prigionieri, a tappe forzate, prima verso la Valle Bausizza, dove furono rinchiusi in un fienile, e poi sempre più in alto, verso l’altopiano. Secondo alcune testimonianze, nel fienile fu loro somministrato cibo contaminato con soda caustica e sale nero, che provocò atroci dolori. La documentazione del tempo non permette di stabilire con certezza assoluta la sequenza precisa degli eventi, ma la sostanza di ciò che accadde è attestata da fonti concordanti.

La destinazione finale era Malga Bala (ora territorio sloveno). Ciò che accadde in quell’altopiano appartiene alla parte più buia di quella guerra. I rapporti militari redatti dopo il ritrovamento dei corpi — parzialmente corredati da fotografie — descrivono dodici uomini trovati con le sole camicia e mutande, con ferite multiple da arma bianca e da fuoco e tracce evidenti di sevizie. Le stesse carte attestano che i militari opposero resistenza, e che i loro avversari ebbero ragione di loro solo per la netta superiorità numerica e per l’effetto sorpresa.

«Tutti i corpi dei militari erano coperti con le sole mutande e la camicia e presentavano ferite multiple da arma bianca e da fuoco, nonché tracce evidenti di sevizie. I militari opposero valida resistenza agli aggressori, i quali ebbero ragione di loro soltanto perché numericamente di gran lunga loro superiori e perché poterono agire di sorpresa.»
— Dai rapporti militari redatti dopo il ritrovamento dei corpi, marzo 1944

I corpi martoriati furono in seguito legati con filo di ferro, trascinati sulla neve e fatti rotolare verso un grosso masso. Li trovarono i militari tedeschi, li trasportarono a Tarvisio e li esposero alla popolazione. Oggi le loro spoglie riposano in una torre medievale di quella città, in un luogo appartato che merita almeno di essere conosciuto.



🎖️  Onore ai caduti

I nomi di chi non deve essere dimenticato

I dodici Carabinieri martiri di Malga Bala

I dodici militari del presidio di Bretto di Sotto, caduti a Malga Bala tra il 23 e il 25 marzo 1944.

Il presidio era composto da dodici uomini, già Carabinieri Reali delle province di Udine e Gorizia, che avevano optato per restare in servizio nella GNR piuttosto che accettare la deportazione in Germania o il passaggio ai partigiani. Uomini di dovere, provenienti da ogni angolo d’Italia, accomunati da un destino che non meritavano. Li ricordiamo uno per uno.

1

Vice Brigadiere — Comandante del presidio

Perpignano Dino

Nato a Sommacampagna (Verona), 17 agosto 1921

Comandante del distaccamento di Bretto di Sotto. Fu il primo a essere catturato, durante il rientro dall’osteria del paese insieme al milite Franzan. Sotto coercizione, fu costretto a rivelare la parola d’ordine di accesso alla caserma. Secondo la motivazione della Medaglia d’Oro, affrontò prigionia e torture «con stoica dignità di soldato» fino all’estremo sacrificio.

2

Carabiniere

Dal Vecchio Domenico

Nato a Refronto (Treviso), 18 ottobre 1924

Tra i più giovani del gruppo, aveva appena vent’anni quando fu catturato e condotto a Malga Bala. Figlio della Marca Trevigiana, era ancora nella prima età della vita quando la guerra gli tolse ogni possibilità di futuro.

3

Carabiniere

Ferro Antonio

Nato a Rosolina (Rovigo), 16 febbraio 1923

Veneto del Polesine, aveva ventun anni al momento dei fatti. Come i suoi commilitoni, era lontano dalla terra natia, impegnato in un servizio di presidio in una valle di confine che non risparmiava chi vi era stato assegnato.

4

Carabiniere

Amenici Primo

Nato a Santa Margherita d’Adige (Padova), 5 settembre 1905

Il più anziano del presidio: aveva trentotto anni. Padovano della Bassa, era un uomo maturo che la storia ha strappato via con la stessa indifferenza riservata ai più giovani.

5

Carabiniere

Bertogli Lindo

Nato a Casola Montefiorino (Modena), 19 marzo 1921

Emiliano dell’Appennino modenese, aveva ventitré anni. Era probabilmente abituato alla montagna e alla fatica dei boschi. Qualcuno, da qualche parte, lo aspettava.

6

Carabiniere

Colsi Rodolfo

Nato a Signa (Firenze), 3 febbraio 1920

Toscano, ventiquattro anni, proveniva da Signa, piccolo comune alle porte di Firenze sull’Arno. Come molti suoi commilitoni, era lontano centinaia di chilometri da casa, assegnato a un presidio di confine in una guerra che non aveva scelto.

7

Carabiniere

Ferretti Fernando

Nato a San Martino in Rio (Reggio Emilia), 4 luglio 1920

Reggiano, ventitré anni. San Martino in Rio è un paese di pianura padana: quanto lontana doveva sembrare, in quella primavera di sangue sulle montagne della Slovenia, la sua terra piatta e silenziosa.

8

Carabiniere

Franzan Attilio

Nato a Isola Vicentina (Vicenza), 9 ottobre 1913

Catturato insieme al Vice Brigadiere Perpignano la sera del 23 marzo, durante il rientro alla caserma. Trent’anni, vicentino: fu tra le prime due vittime dell’agguato della banda «Alto Isonzo», e la sua cattura all’esterno della casermetta rese possibile l’operazione che portò alla caduta dell’intero presidio.

9

Carabiniere

Ruggero Pasquale

Nato a Airola (Benevento), 11 febbraio 1924

Campano del Sannio, tra i più giovani del gruppo con i suoi vent’anni appena compiuti. Da Airola, paese alle pendici del Taburno, era arrivato fino alle Alpi Giulie seguendo il percorso obbligato di una generazione che la guerra aveva divorato prima ancora che potesse scegliere.

10

Carabiniere

Zilio Adelmino

Nato a Prozolo di Camponogara (Venezia), 15 giugno 1921

Veneziano della Riviera del Brenta, ventitré anni. Camponogara, con le sue campagne tra Venezia e Padova, era un mondo lontanissimo dai monti di confine dove perse la vita. Uno dei tanti veneti del presidio, in un gruppo che racconta di una regione su cui la guerra aveva impresso il suo peso più feroce.

11

Carabiniere Ausiliario

Castellano Michele

Nato a Rocchetta Sant’Antonio (Foggia), 11 novembre 1910

Pugliese dell’Appennino dauno, trentatré anni. Carabiniere Ausiliario, tra i più anziani del presidio. La sua provenienza dal profondo Sud d’Italia ricorda quanto quella guerra avesse mescolato e travolto uomini di ogni regione, portandoli a morire lontanissimo da casa.

12

Carabiniere Ausiliario

Tognazzo Pietro

Nato a Pontevigodarzere (Padova), 30 giugno 1912

Padovano, trentun anni, Carabiniere Ausiliario. Pontevigodarzere è oggi una frazione alle porte di Padova: nel 1944 era un paese di campagna veneta, lontano anni luce dai monti della Val Bausizza. L’ultimo nome di questo elenco, ma non per questo meno degno di essere ricordato.

Il 27 marzo 2009, sessantacinque anni dopo i fatti, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì a ciascuno dei dodici militari la Medaglia d’Oro al Merito Civile. Un riconoscimento giusto, atteso troppo a lungo, che non cancella il debito della memoria, ma almeno lo riconosce. Provenivano da dodici province diverse — dal Veneto alla Puglia, dalla Toscana al Sannio — e morirono insieme, lontani da casa, su un altopiano che oggi è territorio straniero.

«Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, unitamente ad altri commilitoni, veniva catturato da truppe irregolari di partigiani slavi, che, a tappe forzate, lo conducevano sull’altopiano di Malga Bala. Imprigionato all’interno di un casolare, subiva disumane torture che sopportava con stoica dignità di soldato, fino a quando, dopo aver patito atroci sofferenze, veniva barbaramente trucidato. Preclaro esempio di amor patrio, di senso dell’onore e del dovere, spinto fino all’estremo sacrificio.»

Motivazione della Medaglia d’Oro al Merito Civile — Presidente della Repubblica, 27 marzo 2009

Una storia di versioni inconciliabili

La strage di Malga Bala è stata negli anni oggetto di ricostruzioni storiche molteplici, spesso tra loro contraddittorie, prodotte sia da parte italiana che da parte slovena. Le versioni italiane più note sono state elaborate a partire dagli anni Ottanta da autori come Antonio Russo e Marco Pirina, e si differenziano in modo sostanziale sia nella ricostruzione della dinamica degli eventi che nell’individuazione dei responsabili e delle motivazioni.

Alcune ricostruzioni enfatizzano la premeditazione dell’azione e la sua dimensione propagandistica; altre la inquadrano nel contesto più ampio delle operazioni di sabotaggio militare alle infrastrutture delle miniere di Cave del Predil; altre ancora — di provenienza slovena — ricondurrebbero l’escalation di violenza a un tragico sfogo individuale, maturato nel clima di ritorsioni e lutti che insanguinavano quelle vallate, dove erano avvenute in precedenza stragi come quella di Malga Golobar.

Circolarono anche, nell’immediatezza degli eventi, voci diverse: che i militi avessero disertato a favore dei partigiani, o che i corpi fossero stati oggetto di una messinscena orchestrata per diffamare la resistenza. Voci che trovavano alimento nella scarsa fiducia riposta dai nazifascisti negli ex Carabinieri Reali e in alcune circostanze indiziarie non definitivamente chiarite.

Non è compito di questo articolo — né sarebbe rispettoso verso le vittime — trasformare la loro memoria in un campo di battaglia storiografica. Ciò che sappiamo con certezza è che dodici uomini morirono lontano da casa, in condizioni di estrema violenza, dopo aver subito sofferenze che nessun essere umano avrebbe dovuto patire. Quella certezza è sufficiente per ricordare.



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I luoghi del massacro

La geografia di una tragedia

L’eccidio non fu un evento circoscritto a un unico luogo: si svolse lungo un percorso di cattura, prigionia e marcia forzata attraverso le valli del Friuli orientale di confine, tra Italia e Slovenia.

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Bretto di Sotto (Plezzo / Bovec)

Sede della centrale idroelettrica a servizio delle miniere di Cave del Predil e della caserma del presidio. Fu qui che, la sera del 23 marzo 1944, il Vice Brigadiere Perpignano e il milite Franzan vennero catturati durante il rientro. Poco dopo, con la parola d’ordine estorta, tutta la caserma fu svuotata dei suoi occupanti. La centrale subì danni che ne compromisero il funzionamento.

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Valle Bausizza

Dopo una marcia di circa due ore, i prigionieri furono rinchiusi in un fienile nella Valle Bausizza. Fu qui, secondo alcune testimonianze, che fu loro somministrato cibo contaminato. La valle segnò la prima tappa della loro via crucis, il punto di passaggio tra il fondo valle e le quote più alte dove si sarebbe consumato l’eccidio.

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Malga Bala (altopiano, Slovenia)

Destinazione finale della marcia forzata. Sull’altopiano della Val Bausizza — nella zona compresa tra Cima Plessevizza, Cresta del Cavallo e Monte Bellez — i dodici militari trovarono la morte. I loro corpi furono ritrovati nei pressi di un grosso masso dalle truppe tedesche che li cercavano. L’altopiano è oggi territorio sloveno.

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Cave del Predil — Raibl (comune di Tarvisio, Udine)

Le miniere di piombo e zinco che costituivano il principale obiettivo strategico dell’economia bellica tedesca in questa zona di confine. La loro dipendenza dalla rete di centrali elettriche locali — tra cui quella di Bretto di Sotto — spiega la presenza del presidio militare e, indirettamente, la ragione dell’azione partigiana che portò all’eccidio.

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Tarvisio (Udine)

I corpi martoriati furono trasportati a Tarvisio dai tedeschi ed esposti alla popolazione. Ancora oggi le spoglie dei dodici militari riposano in una torre medievale della città: un luogo appartato, lontano dai circuiti della memoria pubblica. Un luogo che meriterebbe almeno una lapide degna e una visita annuale.



Perché ricordare

La memoria di Malga Bala non appartiene a una sola parte politica, né a una sola nazione. Appartiene alla storia di questa terra di confine, che nel Novecento ha conosciuto guerre, occupazioni, stragi e violenze di ogni provenienza e di ogni segno. Le valli del Friuli orientale furono teatro di una guerra nella guerra: una guerra di confine, di identità, di sopravvivenza, in cui le linee tra occupanti e occupati, tra combattenti e civili, erano spesso tragicamente sfumate.

Ricordare questi dodici uomini non significa ignorare il contesto, né negare la complessità di una guerra combattuta in modo feroce da ogni parte. Significa riconoscere che dodici persone — con un nome, una famiglia, un volto — persero la vita in modo atroce, e che il loro sacrificio merita di essere sottratto all’oblio.

Come Alpini, come custodi della memoria storica di queste montagne, sentiamo il dovere di tenere accesa questa piccola fiamma. Non per alimentare odio o divisione, ma perché la memoria è l’unica forma di giustizia che possiamo ancora rendere a chi non è più tra noi.

Che la terra sia lieve a tutti loro.


Gruppo Alpini Salce — Memoria e Identità delle Nostre Montagne

Michele Sacchet

 

 

Fonti e riferimenti

Documentazione d’archivio relativa ai fatti del marzo 1944; motivazione della Medaglia d’Oro al Merito Civile conferita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 27 marzo 2009; pubblicistica storica italiana e slovena relativa alla Zona d’Operazioni delle Prealpi (OZAV) nel secondo conflitto mondiale. Si segnalano in particolare: Antonio Russo, Planina Bala (2005); Arrigo Varano, documentazione originale pubblicata dal 2010; Franc Črnugelj, ricostruzione slovena (1993). La complessità storiografica della vicenda è riconosciuta da fonti di entrambe le nazionalità coinvolte.

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