Digan dónde están!

Bandiera argentina che sfuma in fotografie in bianco e nero di desaparecidos e nelle madri di Plaza de Mayo con i fazzoletti bianchi

Mezzo secolo fa, in Argentina, il golpe che inghiottì trentamila persone. La resistenza più efficace fu quella di un gruppo di madri con un fazzoletto bianco in testa. E in quella tragedia scorre anche sangue veneto.

Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, i carri armati entrarono a Buenos Aires e l’Argentina scivolò in una notte lunga sette anni.

La chiamarono, con il linguaggio anestetico dei regimi, «Processo di riorganizzazione nazionale». La storia l’ha chiamata con il suo nome vero: dittatura. E le ha dato una cifra che ancora oggi fa tremare la mano di chi la scrive: 30.000 (trentamila!) desaparecidos.

Desaparecidos. Scomparsi.

Non morti, non arrestati, non condannati: scomparsi. Era la perfezione del crimine: negare alle famiglie perfino il diritto al lutto, negare ai morti perfino la morte.

La NEGAZIONE NELLA parola del regime

«Il desaparecido è un’incognita. Non ha entità, non c’è. Né morto né vivo: è desaparecido.»

Gen. Jorge Rafael Videla, conferenza stampa, 1979

Le donne con il fazzoletto bianco

Fu contro questa incognita che si alzarono le madri.

Il 30 aprile 1977 — la dittatura era al suo apice, la paura regnava — quattordici donne si diedero appuntamento in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada, per chiedere notizie dei figli inghiottiti dal nulla. La polizia intimò loro di circolare: vigeva lo stato d’assedio, era vietato fermarsi in gruppo.

E allora quelle donne, con l’astuzia disperata delle madri, si misero a camminare. In cerchio, attorno alla piramide della piazza, due a due, a passo lento. Circolavano, come ordinato. E circolando resistevano.

In testa portavano un fazzoletto bianco: all’inizio era un pannolino di tela dei figli perduti, poi divenne il pañuelo ricamato con i loro nomi. Chiedevano una cosa sola, la più semplice e la più impossibile: «Diteci dove sono». Non vendetta, non ancora giustizia. Solo la verità: dove sono finiti i nostri figli.

Il regime le derise chiamandole «las locas», le matte di Plaza de Mayo. Poi, vedendo che le matte non si stancavano, passò dal disprezzo al terrore: nel dicembre di quello stesso 1977 la fondatrice del movimento, Azucena Villaflor, fu sequestrata insieme ad altre due madri e a due suore francesi. Finirono come tanti: sedate, caricate su un aereo militare e gettate vive nell’oceano. I «voli della morte». Il mare restituì i corpi sulla costa; solo decenni dopo, il DNA restituì loro il nome.

Le altre madri, il giovedì successivo, tornarono in piazza. E camminarono.

Cronologia essenziale

  • 24 mar 1976 — Golpe militare: la giunta guidata da Videla, Massera e Agosti depone Isabelita Perón. Inizia il «Processo di riorganizzazione nazionale».
  • 30 apr 1977 — Prima marcia: quattordici madri iniziano a camminare in cerchio in Plaza de Mayo. Torneranno ogni giovedì.
  • 10 dic 1977 — Sequestro di Azucena Villaflor e delle madri fondatrici: saranno uccise con i «voli della morte».
  • 1982–1983 — La disfatta delle Falkland/Malvinas travolge il regime. Il 10 dicembre 1983 torna la democrazia con Raúl Alfonsín.
  • 1985 — «Juicio a las Juntas»: i vertici della dittatura vengono processati. Videla e Massera condannati all’ergastolo.
  • 1986–1990 — Le leggi di «Punto final» e «Obediencia debida» e gli indulti del presidente Menem fermano i processi.
  • 2003–2005 — Congresso e Corte Suprema cancellano le leggi di impunità: i processi ripartono, centinaia di repressori finiscono in carcere.
  • 24 mar 2026 — Cinquantesimo anniversario del golpe. Ogni giovedì, in Plaza de Mayo, si cammina ancora.

Il sangue veneto nella piazza

C’è un dettaglio che a noi, gente di queste montagne, non può sfuggire.

Azucena Villaflor era nata De Vincenti: sangue italiano, come italiana era una parte enorme di quell’Argentina.

Tra i trentamila scomparsi ci furono centinaia di cittadini italiani e migliaia di figli e nipoti della nostra emigrazione — quella partita a fine Ottocento e nel Novecento anche dalle valli bellunesi e trevigiane, con la valigia di cartone e la fame alle spalle.

Erano andati «in Merica» a cercare pane e futuro; i loro nipoti, operai, studenti, sindacalisti, catechisti, furono inghiottiti dai centri clandestini di detenzione come la famigerata ESMA, la Scuola di meccanica della Marina.

I numeri del genocidio

30.000desaparecidos stimati dagli organismi per i diritti umani (8.961 casi documentati dalla CONADEP nel 1984) 340+centri clandestini di detenzione e tortura censiti in tutto il Paese
5.000prigionieri passati per l’ESMA: ne sopravvissero poche centinaia ~500neonati sottratti alle prigioniere e dati a famiglie del regime
130+«nietos» ritrovati finora dalle Nonne di Plaza de Mayo grazie al DNA 7 annidi dittatura: dal 24 marzo 1976 al 10 dicembre 1983

Fonti: rapporto CONADEP «Nunca Más» (1984), Abuelas de Plaza de Mayo, Secretaría de Derechos Humanos argentina.

Per i desaparecidos italiani si è celebrato un processo anche a Roma, con condanne all’ergastolo per i vertici della repressione.

Perché la giustizia, quando le madri non smettono di camminare, prima o poi arriva.

In Argentina arrivò nel 1985, con il processo alle Giunte voluto da Alfonsín; fu poi insabbiata dalle leggi del «punto finale» e dell’«obbedienza dovuta», e infine riaperta, negli anni Duemila, quando quelle leggi furono cancellate e i vecchi generali tornarono alla sbarra, uno dopo l’altro, fino a morire in carcere.

Le leggi dell’impunità

«Punto Final» (legge 23.492, dicembre 1986) — Fissò un termine di 60 giorni oltre il quale nessuna nuova azione penale poteva più essere avviata contro i responsabili dei crimini della dittatura. Chi non era incriminato entro la scadenza, non lo sarebbe stato mai più.

«Obediencia Debida» (legge 23.521, giugno 1987) — Stabilì che gli ufficiali di grado medio e basso avessero agito «per ordini superiori» e non fossero quindi punibili: un’assoluzione in blocco di quasi tutti i torturatori. Restava perseguibile il furto dei neonati, spiraglio che permise alle Nonne di Plaza de Mayo di continuare la loro battaglia.

Approvate da Alfonsín sotto la pressione delle rivolte militari, furono il prezzo pagato per salvare la giovane democrazia. Nel 2003 il Congresso le dichiarò nulle e nel 2005 la Corte Suprema le bollò come incostituzionali: i crimini contro l’umanità non possono essere amnistiati né prescritti.

Le nonne, i nipoti, la memoria

Accanto alle madri camminano da quasi mezzo secolo le Abuelas, le nonne di Plaza de Mayo.

Cercano un’altra categoria di scomparsi, forse la più straziante: i bambini nati nei centri di tortura da prigioniere poi assassinate, e regalati come bottino di guerra a famiglie del regime.

Più di centotrenta, a oggi, sono stati ritrovati: uomini e donne ormai adulti che un esame del sangue ha restituito alla propria storia e al proprio nome. Ogni «nieto recuperado» è una piccola resurrezione.

Perché ricordarlo qui, tra le nostre montagne

Qualcuno dirà: cosa c’entra l’Argentina con noi? C’entra, eccome.

C’entra per il sangue veneto sparso in quella tragedia.

C’entra perché la lezione delle madri è universale: che di fronte al potere che cancella le persone, la resistenza più efficace può essere una donna anziana che cammina in cerchio con un fazzoletto bianco in testa.

Nessun’arma, nessun proclama: solo la testardaggine dell’amore e una domanda ripetuta per cinquant’anni — «diteci dove sono» — che nessuna dittatura è riuscita a far tacere.

Le madri sono ormai quasi tutte novantenni, molte se ne sono andate. Ma ogni giovedì pomeriggio, alle tre e mezza, in Plaza de Mayo qualcuno cammina ancora attorno alla piramide.

Perché — lo hanno insegnato loro — l’unica vera sconfitta della memoria è smettere di camminare.

Nunca más. Mai più.

 

Michele Sacchet

admin

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