UNA FOTO, UNA STORIA
Una fotografia mandata alla redazione del Col Maòr nell’inverno delle Olimpiadi, e un «grazie» a un consigliere di settantotto anni
Nel marzo 2006 Belluno aveva appena visto passare la fiaccola olimpica di Torino, e il Col Maòr le aveva dedicato la prima pagina. A pagina 5 dello stesso numero, sotto un articolo sugli spaventapasseri delle campagne di Salce, c’era un riquadro dal titolo «Impara l’arte…». Dentro, una fotografia: un orto chiuso da una rete, alberi in autunno e alcune piante di granoturco così alte da superare di parecchio la recinzione.
La fotografia l’aveva mandata alla redazione Ernesto Barattin, consigliere del Gruppo, per mostrare «la sua recente produzione».

«Impara l’arte…»
Il riquadro, firmato con le iniziali «M.S.», giocava con l’attualità. «Siamo in tempi olimpici», scriveva, e quindi era meglio non indagare troppo sui metodi; ma la redazione sarebbe stata davvero curiosa di sapere che cosa desse «il buon Ernesto alle sue pannocchie, per farle crescere così a dismisura».
Quelle piante facevano tornare in mente le «canne gargane» del «mitico “Ceri” Sommacal»: un ricordo che il Col Maòr dava per noto ai lettori del paese e che oggi andrebbe ricostruito. E siccome l’articolo accanto parlava di spaventapasseri, la battuta veniva da sé: se dovessero essere della stessa misura del raccolto, a Ernesto servirebbe una concessione edilizia.
Poi, scherzi e «antidoping» a parte, il tono cambiava. Il Col Maòr faceva i complimenti a Ernesto per il suo campo e per la passione che, nonostante l’età, metteva «non solo nell’arte della campagna, ma anche in tutte le nostre attività di gruppo». E chiudeva così: «Grazie, “nòno”!!!».
Il «nòno» del Gruppo
Quando uscì quel numero Ernesto aveva settantotto anni: era nato il 28 ottobre 1927. Era consigliere del Gruppo dal dicembre 1993 e lo sarebbe rimasto a lungo, fino a diventare consigliere emerito nel 2014. Il soprannome di «nòno», usato con affetto dalla redazione, gli è rimasto anche nelle pagine che il Gruppo gli ha dedicato dopo la sua morte, nel 2016.
Le cronache del Col Maòr lo mostrano spesso con le maniche rimboccate: nei lavori dei «veci muratori», nelle feste, nelle iniziative del Gruppo. La fotografia del 2006 aggiunge un tratto diverso e familiare: un uomo che, a quasi ottant’anni, coltivava ancora la terra con cura e ne era abbastanza orgoglioso da volerlo mostrare agli amici.
Il granoturco nella memoria di Salce
Il riquadro su Ernesto stava accanto a un articolo che raccontava gli spaventapasseri di Salce, dal «pupot» delle Vare di Canzan al cacciatore «Cirillo» costruito nel campo di Angelo Carlin in località Spin. «Ora che le culture di frumento si sono quasi estinte», notava l’autore, gli spaventapasseri erano diventati una rarità.
Il granoturco, invece, a Salce ha lasciato molte tracce: nelle puntate di «Quando tuti se avea ’na vacheta», e nelle fotografie raccolte per il libro del 60° anniversario del Gruppo, dove una didascalia ricorda, nel 1967, la raccolta di pannocchiette di mais da inviare all’estero. Quasi quarant’anni dopo, la foto di Ernesto mostra quella coltura ancora viva e coltivata con passione.
Aiutaci a completare la storia
Non sappiamo dove fosse quell’orto né chi abbia scattato la fotografia. Non sappiamo nemmeno chi fosse il «Ceri» Sommacal delle «canne gargane». Se ricordate l’orto di Ernesto, se conservate altre fotografie del suo raccolto o sapete qualcosa di quelle canne leggendarie, potete scrivere al Gruppo Alpini Salce. Ogni ricordo verrà raccolto e verificato.
📚 Dalle carte della memoria
- M.S., «Impara l’arte…», e A.D.P., «L’arte spontanea dei campi», Col Maòr n. 1, marzo 2006, p. 5.
- Per la biografia: Ernesto Barattin, nelle pagine Persone di MEMORIA, e le fonti lì citate.
Dietro ogni penna nera c’è una persona: ritratti, biografie e testimonianze raccolte dal Gruppo Alpini di Salce. Puoi leggere gli altri volti raccontati qui.


