La montagna profanata

Storia degli Alpini12 min di lettura

Gli Alpini denunciavano l’overtourism già 100 anni fa

MEMORIA · Dall’emeroteca de «L’Alpino»

Nel 1929 Angelo Manaresi, presidente dell’Associazione Nazionale Alpini e vecchio ufficiale del battaglione «Feltre», scrisse «La montagna profanata». Due anni dopo la raccolse in un libro. Riletta oggi, davanti alle code sotto le Dolomiti, sembra scritta ieri.

Il libro ha la copertina chiara, un po’ consumata agli angoli. Tre alpini in panno verde, uno con la chitarra, cantano sotto una finestra. In alto, in un corsivo rosso che pare scritto a mano, il titolo di una canzone che ogni alpino conosce: «Quel mazzolin di fiori…». Sopra, il nome dell’autore, Angelo Manaresi. In basso: Roma, Edizioni de L’Alpino, 1931-IX.

A pagina 100 comincia un capitolo che non parla di guerra né di canzoni. Si intitola «La montagna profanata», e racconta una montagna invasa da gente che non la ama, che la usa come un salotto, che ci sale per farsi vedere. Lo si legge con un sorriso, poi il sorriso si ferma. Perché quasi cent’anni dopo, sulle Dolomiti, il problema ha cambiato nome ma non natura. Oggi lo chiamiamo overtourism.

Il volume ritrovato

«Quel mazzolin di fiori…» è una raccolta di scritti di Manaresi, illustrata dal pittore modenese Mario Vellani Marchi: 246 pagine, molti disegni in bianco e nero, la copertina a colori. L’esemplare da cui partiamo porta la dedica autografa dell’autore.

Il capitolo che ci interessa, però, è più vecchio del libro. Manaresi lo aveva pubblicato come articolo di fondo sulla prima pagina de «L’Alpino» del 1° agosto 1929, il giornale dell’Associazione di cui era presidente. Quel fascicolo, come tutti gli altri di quegli anni, si può sfogliare nella nostra emeroteca de «L’Alpino». È lì che il testo ha il suo suono originale: quello di una prima pagina d’estate, con le circolari per l’adunata sull’Adamello e i lavori del rifugio al Contrin.

Chi era l’uomo che lo scriveva? Bolognese, avvocato, appassionato di montagna fin da ragazzo. Nel 1915 si era fatto operare d’urgenza per essere arruolato volontario e aveva chiesto espressamente gli alpini. Lo mandarono a Belluno, al 7° Reggimento, e poi al battaglione «Feltre». Combatté in Valsugana, sul Cauriol, sul Grappa, dove fu ferito a un piede. Nel 1929 era presidente dell’ANA e sottosegretario alla Guerra nel governo Mussolini. Un alpino, un uomo del regime, un uomo di montagna: tutte e tre le cose insieme, e il testo le porta tutte e tre. Di come guidò il giornale dell’Associazione abbiamo raccontato in «L’Alpino»: da Balbo a Manaresi, la nascita di una voce comune.

Copertina del libro Quel mazzolin di fiori di Angelo Manaresi, con tre alpini in uniforme verde che cantano sotto una finestra, uno suona la chitarra
Copertina illustrata da Mario Vellani Marchi. Esemplare con dedica autografa di Angelo Manaresi.

Riquadro 1 · Il documento

«Quel mazzolin di fiori…», 1931

  • Autore: Angelo Manaresi (Bologna 1890 – Bologna 1965)
  • Editore: Edizioni de L’Alpino, Roma, 1931-IX
  • Illustrazioni: Mario Vellani Marchi
  • Pagine: 246, con disegni nel testo
  • I due capitoli: «La montagna profanata» (pp. 100–103) e «La montagna e lo snobismo» (dalla p. 104)

Il libro raccoglie articoli che Manaresi aveva scritto per «L’Alpino» negli anni della sua presidenza. I due capitoli sulla montagna uscirono sul giornale nel 1929: il primo il 1° agosto, il secondo il 15 ottobre. Il titolo del volume viene dalla canzone popolare che gli alpini hanno fatto propria, e la copertina lo dice con leggerezza: è un libro da leggere come si canta in compagnia.

«La montagna profanata»

L’articolo comincia come uno sfogo. Chi gira per le montagne d’estate, scrive Manaresi, rischia di soffrire il mal di mare: non per l’altezza, ma per la stupida mondanità che ha riempito molti centri alpestri. Gli alberghi di fondovalle sono pieni di gente che ha in orrore ogni fatica. I giovani, che avrebbero gambe e salute, passano le giornate nelle sale da ballo, fra i balli alla moda, e dedicano alla montagna qualche minuto di passeggiata per moda, non per passione.

Poi la scena si sposta ai rifugi. Lì, nota l’autore con amarezza, passano più stranieri che italiani. Ci si fa beffe dei turisti tedeschi, dei loro calzoncini e delle loro signore vestite come uomini, ma intanto sono loro a salire, a faticare, a ripartire subito per un’altra cima. I nomi italiani nei libri dei rifugi sono sempre gli stessi: i ragazzi della SUCAI, qualche gruppo del Dopolavoro, pochi altri.

E alla fine arriva l’invito, rivolto ai giovani che stanno ai piedi dei monti. È la pagina più bella del capitolo, e vale la pena leggerla com’è stampata:

«…lasciate ai giovinetti clorotici e tisicuzzi i pantaloncini bianchi, le camicie di seta e i berrettini americani: con un buon paio di scarpe ferrate nei piedi e col sacco da montagna sulle spalle, azzannate anche voi con coraggio la montagna che è bella, è buona e vuol bene ai giovani».

Angelo Manaresi, «La montagna profanata», in «Quel mazzolin di fiori…», 1931, p. 103

I giovani eleganti e gli alpinisti veri

Il bersaglio di Manaresi non è il turismo in sé. È un modo di stare in montagna: vestirsi per essere guardati, restare dove si è visti, salire il meno possibile. Al giovane elegante contrappone il vecchio alpino che passa le domeniche oltre i duemila metri, innamorato della montagna «come della più cara morosa dei suoi giovani anni». E chiude con una massima che viene dalla sua guerra: il decalogo del «vecchio cane» scritto sulla Cima del Cauriol, fra una partita a dama col cappellano e una corsa al piccolo posto.

Il Cauriol non è un nome qualsiasi. Fra il 24 e il 27 agosto 1916 il battaglione «Feltre», con Manaresi tenente, lo conquistò in uno dei combattimenti più duri delle Alpi di Fassa; per quell’azione l’autore ebbe la prima medaglia di bronzo. Quella frase su una montagna «bella ma scomoda» la scrisse un uomo che quella scomodità l’aveva provata sulla pelle, con gli alpini bellunesi.

Disegno di un vecchio alpino con il sacco e il bastone che, di spalle, scrive su una roccia la frase La montagna è bella ma è scomoda
Disegno di Mario Vellani Marchi in chiusura del capitolo, p. 103.

Riquadro 2 · La montagna profanata

Bella, ma scomoda

Il disegno di Vellani Marchi riassume il capitolo meglio di qualsiasi commento: un alpino di spalle, sacco e bastone, scrive sulla roccia la massima del Cauriol. La fatica, nel testo di Manaresi, non è una punizione: è il prezzo d’ingresso. Chi non è disposto a pagarlo non conosce la montagna, la consuma.

«La montagna è bella ma è scomoda: cerca sempre di dominarla dall’alto».

Il «decalogo del vecchio cane», Cima del Cauriol

Da una parte l’alpinismo vissuto, fatto di scarponi ferrati e domeniche oltre i duemila metri; dall’altra il turismo mondano, fatto di sale da ballo e di passeggiate per farsi vedere. Il contrasto è netto, quasi caricaturale. Ma regge ancora.

Dal berrettino americano ai selfie

Basta cambiare qualche parola. Al posto dei pantaloncini bianchi e dei berrettini americani mettiamo l’abbigliamento tecnico comprato per una foto; al posto delle sale da ballo, la fila per lo scatto identico a quello visto mille volte sullo schermo. Il gesto è lo stesso: la montagna come sfondo, non come luogo.

Non era un’ossessione del solo Manaresi. Nel numero successivo de «L’Alpino», quello del 15 agosto 1929, il giornale pubblicò i consensi arrivati in redazione, con due vignette del pittore Ciotti; e altre lettere uscirono a settembre. La satira del villeggiante che misura la montagna in metri sul cartello, senza mai salirla, accompagnò a lungo la stampa e le cartoline del Novecento.

Vignetta: un signore elegante con bombetta e ombrello scrive Sua davanti alla parola Altezza su un cartello che indica 1500 metri, mentre due ragazzini lo guardano
«Sua Altezza m. 1500»: vignetta firmata Scarpelli. Il villeggiante che si sente arrivato in cima a quota millecinquecento.

Il confronto con l’overtourism, senza forzature

Qui serve onestà. Il turismo che Manaresi descrive era quello di pochi: famiglie benestanti che arrivavano in treno, alberghi di lusso, mesi di villeggiatura. L’overtourism di oggi è un fenomeno di massa, di automobili, di voli low cost e di social network, che concentra migliaia di persone negli stessi punti, alle stesse ore, per la stessa fotografia.

Su DolomitiBelluno.it, nell’inchiesta «Il peso dei troppi: l’overtourism sulle Dolomiti», abbiamo raccontato i numeri: le presenze nell’area delle Tre Cime, l’aumento degli interventi di soccorso, i paesi che si svuotano di residenti mentre si riempiono di affitti brevi. Nel 1929 nessuno di questi problemi esisteva in queste dimensioni. La scala è un’altra, l’impatto sull’ambiente e sulle comunità è un altro.

Eppure la domanda di fondo è la stessa. Che cosa andiamo a cercare in montagna? Un luogo da attraversare con fatica e rispetto, o un fondale da esibire? Manaresi rispondeva con gli scarponi ferrati. Noi possiamo rispondere scegliendo meglio dove, quando e come andare.

«La montagna e lo snobismo»

L’articolo fece rumore. Due mesi e mezzo dopo, il 15 ottobre 1929, Manaresi tornò sull’argomento in prima pagina, e nel libro questo secondo scritto segue subito il primo, a pagina 104:

«Il mio spregiudicatissimo articolo sulla “montagna profanata” mi ha procurato larga messe di consensi fra la gente in gamba e qualche critica velenosetta e acidula di alcuni malinconici elegantoni in ferie».

Angelo Manaresi, «La montagna e lo snobismo», in «Quel mazzolin di fiori…», 1931, p. 104

Segno, aggiunge, che l’articolo aveva colpito giusto. Poi annuncia ai «quarantamila lettori» del giornale un altro argomento. E qui il tono cambia.

Il 1929, l’Alto Adige e la retorica del tempo

Il secondo bersaglio non sono più i giovani pigri, ma gli italiani che arrivano in villeggiatura in Alto Adige e si vestono alla tirolese: calzoncini corti, giubbetti, cappellino di panno verde con la piuma, mogli e bambini in costume. Per Manaresi è una moda ridicola e, peggio, antipatriottica. Se si vuole riportare l’italianità in quelle valli, scrive, gli italiani devono essere fieri del proprio costume, e gli alpini devono esserne i custodi più intransigenti.

Va letto per quello che è: un testo del 1929, scritto da un sottosegretario del regime fascista. Dal 1923 lo Stato aveva avviato in Alto Adige una politica di italianizzazione forzata: nomi dei luoghi tradotti per decreto, scuole in lingua tedesca chiuse, l’italiano imposto negli uffici. La popolazione di lingua tedesca e ladina viveva quella politica come un’oppressione, e le ferite che lasciò sono durate decenni. Il «costume tedesco» che Manaresi derideva era l’abito di chi in quelle valli era nato.

Riproporre oggi queste pagine non significa sottoscriverle. Significa leggerle per intero, senza tagliare ciò che stona: anche questo è memoria. L’Alto Adige di oggi, con la sua autonomia e le sue tre lingue, è la risposta che la storia ha dato a quella retorica.

Disegno di tre escursionisti: a sinistra un uomo col sacco e il cappello alpino con la penna, a destra due uomini in abiti e cappelli alla tirolese che ridono
«Qui si parla della nostra mania di camuffarci da allogeni!». Disegno di Mario Vellani Marchi, p. 104.

Riquadro 3 · Lo snobismo e il contesto storico

Dalla moda alla politica

Nel disegno che apre il capitolo un escursionista col sacco e la penna guarda due compagni travestiti alla tirolese. La didascalia parla di «allogeni», la parola che il regime usava per le popolazioni di lingua tedesca e slava dei nuovi confini.

Il passaggio è evidente: il primo articolo criticava un costume, il secondo lo trasforma in una questione nazionale. Siamo nel pieno della politica di italianizzazione dell’Alto Adige, iniziata nel 1923 con la traduzione dei toponimi e la chiusura delle scuole tedesche. Manaresi scrive da dentro quella politica e ne usa il linguaggio.

Oggi possiamo tenere la parte del suo discorso che resiste al tempo, il rispetto per la montagna e per la fatica, e riconoscere l’altra come documento di un’epoca. Il rispetto vale anche per la cultura di chi abita le valli, compresi gli abiti che Manaresi derideva.

La montagna come patrimonio

Se c’è un’idea che il secolo ha rafforzato invece di smentire, è che la montagna non è solo panorama. È un ambiente fragile, una storia, un lavoro, delle comunità. Le Dolomiti sono patrimonio dell’umanità UNESCO dal 2009, ma sono anche i pascoli di qualcuno, i sentieri tracciati da qualcun altro, i cimiteri di guerra, le chiesette, i rifugi costruiti dalle sezioni del CAI e dell’ANA. Chi arriva entra in casa d’altri.

Su DolomitiBelluno.it lo abbiamo scritto in «La montagna non è nostra: come vivere le Dolomiti con libertà e rispetto»: la montagna è di tutti proprio perché non appartiene a nessuno. Manaresi lo diceva con altre parole, e con un tono che oggi non useremmo. Ma il senso del suo «azzannate la montagna» era questo: andarci davvero, non soltanto farsi vedere.

Due escursionisti con lo zaino camminano su un sentiero di ghiaia verso le Tre Cime di Lavaredo sotto un cielo con nuvole bianche
Il sentiero verso le Tre Cime di Lavaredo in una giornata senza folla.

Riquadro 4 · Dal 1929 al 2026

Tre cose diverse

Il turismo di moda è quello che Manaresi prendeva in giro: pochi, ricchi, interessati a farsi vedere più che a salire. L’overtourism è un’altra cosa: migliaia di persone negli stessi punti, alle stesse ore, con effetti misurabili su sentieri, traffico, case e soccorso. Il turismo responsabile è la risposta possibile: scegliere luoghi meno battuti, stagioni e orari diversi, fermarsi più a lungo, rispettare chi ci vive.

Su DolomitiBelluno.it trovi due proposte concrete: «Dolomiti senza overtourism: 10 luoghi spettacolari nel Bellunese» e «Dolomiti al fresco, senza nuovi hotspot».

Che cosa resta ai giovani

Manaresi scriveva ai giovani, e li strapazzava. Oggi forse li strapazzeremmo meno: molti di loro la montagna la frequentano con più consapevolezza dei loro nonni villeggianti, e sono spesso i primi a chiedere limiti, regole, rispetto. Ma la sua indicazione pratica è ancora buona. Scarpe adatte, uno zaino, la voglia di fare fatica. E, se capita, qualche vecchio alpino che nei punti più aspri ti dà una mano.

È quello che fanno ancora le penne nere: i Gruppi alpini che tengono puliti i sentieri, restaurano i rifugi e i luoghi della memoria, accompagnano i ragazzi nei campi scuola. Non è nostalgia. È un modo di stare in montagna che si impara camminando insieme.

La massima del Cauriol

Quasi cent’anni dopo, la frase scritta su una roccia del Cauriol fra una partita a dama e un turno di guardia funziona ancora come un piccolo regolamento per chi va in montagna. La montagna è bella. È scomoda. E chi la ama la guarda dall’alto solo dopo averla salita, passo dopo passo, senza chiederle di diventare un’altra cosa.

Il resto, i berrettini americani di allora e i selfie di oggi, passa di moda. La montagna resta.

Fonti e collegamenti

Gli Alpini nascono il 15 ottobre 1872 e da allora hanno attraversato due guerre mondiali, la Resistenza e le missioni di pace. Puoi leggere la sezione dedicata alla storia degli Alpini.

2 commenti su “La montagna profanata”

  1. molto interessante, bravo l’ autore e bravi coloro che riportano in vita saggi insegnamenti su come amare e vivere la montagna

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