A Salce se brusa la vecia!
Il rito della Vecia Cuca: tradizione, fuoco e memoria, nel cuore delle Dolomiti
Ci sono riti che attraversano il tempo senza consumarsi, custodendo nel fuoco il senso più profondo dell’identità di una comunità.
Il rogo della Vecia Cuca è uno di questi: un gesto collettivo, antico e liberatorio, che segna il passaggio, la purificazione, la speranza di un bene futuro. Ancora oggi, nelle nostre valli, questo rito conserva una forza simbolica straordinaria, capace di unire generazioni diverse attorno a un linguaggio condiviso fatto di fiamme, parole e memoria.
Per il Col Maòr proponiamo il prezioso contributo di Gianluigi (Luigi) Secco, che con rigore e sensibilità ripercorse le radici storiche e antropologiche dei riti di fuoco nel Veneto, collegando la Vecia Cuca ai culti celtici, alle tradizioni popolari, alle feste cristiane e ai complessi simboli del bene e del male. Il suo testo è una vera e propria mappa culturale che ci guida dal pan e vin alla Redosega, dalle ruote infuocate di San Giovanni fino alla Befana, rivelando continuità, trasformazioni e significati profondi.
Lo scritto che segue viene riportato integralmente e letteralmente, come atto di rispetto verso l’autore e verso una tradizione che merita di essere tramandata senza alterazioni.
Il rito della “vecia cuca” raccontato da Luigi Secco
Il rogo della veda cuca è oggigiorno, assieme a quello del pan e vin, il rito di fuoco più conservato del Veneto; tutti comunque paiono eredi degli antichi fuochi celtici propiziatori della nuova stagione verosimilmente dislocati lungo il tempo dell’anno e fermatisi in coincidenza delle vigilie di festa cristiane più sentite.
Dei Celti si sa che, giunti in questa regione, portarono il culto del dio Baleno personificante la luce e il calore che fa’ vivere la terra. Le cerimonie a lui dedicate avevano tutte lo scopo di invocare la «fertilità» nel senso più ampio della parola; fertilità come condizione primaria per il possibile raggiungimento di qualsiasi altro tipo di valore culturale, economico, sociale.
Riti di fuoco sembrano anche coincidenti con la monticazione delle bestie, come pure l’usanza di lanciare dalla sommità di monti e colli le zirele o zidele, piccole ruote di legno spalmato di resina, cui si dava fuoco. Testimonianze di quanto detto si trovano nei riti notturni della vigilia di San Giovanni (29 giugno), misteriosa di segni e presagi per la gioventù innamorata.
Nel Cadore e nell’Ampezzano i giovanotti lanciavano per i pendii le ruote infuocate gridando lo sceibà, un breve proclama in versi indicante il nome degli innamorati e narrativo, a volte in tono scherzoso, della loro vicenda amorosa. Il rito citato per San Giovanni si ritrova parzialmente modificato a inizio maggio e soprattutto ai primi di marzo.
Il canta marzo o tratomarzo (anche bati marzo poiché tra i festeggiamenti si usava fare la batarela, un concerto d’accoglienza fatto con strumenti d’ogni tipo) era la più popolare occasione di pubblicazione dei matrimoni o di altri messaggi. Riuniti attorno al fuoco si inneggiava al ritorno della primavera ed al rinnovarsi della vita nelle piante, nelle bestie e nell’uomo.
Parallelamente tutta una simbologia amorosa veniva adottata dai giovani per comunicare reciproche considerazioni di stima o di scherno che divenivano perciò pubbliche. Si lasciavano infatti dei «segni» fuori delle porte o sui cancelli di casa, ben visibili, indicatori del carattere o di situazioni particolari.
Alle ragazze poteva così capitare di ritrovasi donati i primi fiori (omaggio alla bellezza) o, malignamente, una lengua de vaca ad indicare facilità al pettegolezzo o peggio. Si utilizzava quel «linguaggio dei fiori o delle piante» che a tutt’oggi è ancora in parte conservato, pur avendo gli utenti perso il vero senso e dimenticato l’importanza della simbologia.
All’Epifania, il rito arcaico di purificazione è quello dei pan e vin conosciuti come pavaruoi nello zoldano, favaruoi o pavaruoi nel medio agordino, pearvò nell’ampezzano.
Grandi e piccoli falò, fatti con le sterpaglie e i rimasugli dei campi, vengono bruciati, la sera della vigilia, per indicare la via ai Magi e ai pastori. L’originale significato propiziatorio è tuttavia evidente: si brucia il passato (l’impurità) nella speranza di un futuro migliore (il nuovo raccolto) preparando contemporaneamente il campo alla semina di primavera.
La sovrapposizione tra il vecchio e il nuovo non stride coincidendo la speranza cristiana del Salvatore e quella materiale del futuro buon raccolto nella fiducia totale verso un Dio buono e paterno. La presenza del Male è comunque testimoniata dalla Redosega (Derosega) o Redodesa, conosciuta in alcune zone come Donaza, Stria, vecia Marantega (forse da Mater-antiqua), Mantovana, Raina dodese, Aredodese, Tagherona o di doni ai bambini buoni. Ciò forse per simpatia al rito del dono dei Re Magi o a ben più antichi rituali propiziatori.
E arriviamo dunque al rito di metà quaresima. In questo caso si brucia il simulacro della veda cuca, della vecchiaccia, della strega cui si addossano tutte le colpe del passato siano esse causa di disgrazie economiche che di salute o sentimentali.
La pubblicizzazione avviene attraverso la lettura della accusa (non sempre presente) e del testamento; il tutto è fatto in chiave ironica e per voce collettiva cioè anonima.
Il rito diventa, analogamente ai precedenti descritti, un fatto liberatorio di massa assai simile a quello delle mascherate carnevalesche, necessario strumento di comunicazione operante a vari livelli attraverso tutta la società e perciò funzionante come canale connettore tra i diversi strati sociali e generazionali.
Anche qui, con la vecchia, si vuol bruciare il Male propiziando così il Bene futuro. Si intravvedono chiaramente i legami con la Redosega, di cui la «veda cuca» potrebbe rappresentare una trasposizione temporale. Spesso infatti, sopra il pan e vin, si colloca il suo simulacro intonando canti .
Non si esclude altresì un richiamo alle streghe, tenute assai di conto nella tradizione popolare ben oltre il tempo del famoso Concilio di Trento; presenti fino ai nostri giorni in superstizioni rimaste o meglio come Befana. La sua descrizione è molto severa: uno spirito maligno sotto forma di vecchia strega che, proprio nella notte dell’Epifania, si manifesta per dar sfogo alla sua cattiveria prima che l’arrivo del nuovo giorno la porti via assieme ai suoi malefici.
Con il pan e vin (il fuoco) si cercava dunque di cacciare la Redosega ovvero il Male. Nel tempo la sua immagine è sbiadita pian piano mutandosi in quella che oggi riconosciamo nella Befana, la … Epifania!
L’anziana «signora», smessa addirittura la scopa da strega, si è affiancata a Santa Lucia, a San Nicolò e a «Babbo Natale» (quest’ultimo in realtà è un altro San Nicolò o Nicolaus mutatosi in Santa Klaus nei paesi nordici) quale dispensatrice poco modificatesi.
Quale rimedio migliore, quindi, che esorcizzare il male mettendo al rogo la marantega strega, la decrepitezza, la morte!
Così, interrompendo la penitenza quaresimale, anche quest’anno la festa si rinnova a riportare un segno, la testimonianza di una umanità che pare fortunatamente inesauribile nei suoi valori.
GIANLUIGI SECCO
A Salce la tradizione continua
Se queste pagine ci ricordano quanto antiche e profonde siano le radici di questo rito, è altrettanto importante ricordare come tali tradizioni continuino a vivere grazie all’impegno delle comunità locali. Fortunatamente, il Gruppo Alpini di Salce è da anni instancabile portatore di queste usanze da tramandare alle nuove generazioni.
Come ogni anno, in collaborazione con i giovani del paese, con la Compagnia del Sorriso e con gli Amici dell’Asilo di Salce, gli Alpini si prodigano per organizzare il tradizionale falò del “Se brusa la Vecia”, momento atteso e partecipato da tutta la comunità.
L’appuntamento di quest’anno è fissato per sabato 21 marzo alle ore 20:30, presso l’Asilo di Salce, dove verrà acceso il grande falò accompagnato dalla rappresentazione, da parte della “Compagnia del sorriso”, del “Testamento della vecia MINA da Cortina”.
Come vuole la tradizione dei testamenti della Vecia Cuca, quest’anno lo spettacolo sarà ricco di allegri e pungenti particolari, con ironici riferimenti a politici e personaggi legati sicuramente alle recenti Olimpiadi Milano‑Cortina 2026.
Del resto, proprio questa era la funzione originaria del rito: nel momento del rogo della vecchia si recitava il suo testamento, un espediente teatrale e popolare che permetteva alla comunità di prendere bonariamente in giro anche i potenti e i signorotti del luogo, dando voce – tra risate e satire – al sentimento collettivo.
Un modo antico, ma ancora attualissimo, di celebrare insieme la fine dell’inverno e di rinnovare, nel segno del fuoco e della convivialità, il legame tra tradizione, comunità e memoria.
Michele Sacchet
Le foto sono dell’edizione 2012 del “Brusa la vecia” di Salce