I figli di Belluno in guerra

Il 7° Reggimento Alpini dal fronte occidentale all’8 settembre 1943

C’è una fotografia che molti anziani del Bellunese ricordano ancora: lunghe file di giovani con la penna sul cappello che partono dalla Caserma Salsa, percorrono il centro di Belluno tra ali di folla silenziosa, e salgono sui treni diretti verso un fronte lontano, sconosciuto, nemico. Erano i ragazzi del 7° Reggimento Alpini — il reggimento della città, dei battaglioni “Belluno”, “Feltre” e “Pieve di Cadore” — chiamati a combattere una guerra che l’Italia aveva dichiarato il 10 giugno 1940 con la stessa improvvisazione con cui si cambia un cappotto. Una guerra che li avrebbe portati dalla Francia alla Grecia, dal Montenegro alla Provenza, e che per molti si sarebbe conclusa non su un campo di battaglia, ma in un campo di prigionia tedesco, dopo il tradimento dell’8 settembre 1943.

Ripercorrere quella storia significa rendere onore non solo ai caduti, ma anche a chi è sopravvissuto portando dentro di sé il peso di anni che nessun dopoguerra ha mai davvero sanato.

La struttura del reggimento alle soglie della guerra

Il 7° Reggimento Alpini era stato costituito a Conegliano Veneto il 1° agosto 1887, ed era cresciuto con il territorio che lo nutriva. Nel 1910, quando la sua struttura definitiva prese forma, i tre battaglioni fondanti erano già quelli destinati a diventare leggenda: il “Feltre”, il “Pieve di Cadore” e il “Belluno”, quest’ultimo costituito con le compagnie 77ª e 78ª nella città capoluogo. Erano uomini di montagna — boscaioli, minatori, muratori stagionali, pastori — temprati da un ambiente che insegnava resistenza prima ancora che il Regio Esercito la pretendesse.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale il reggimento era inquadrato nella Divisione Alpina “Pusteria”, insieme al 5° Reggimento Artiglieria da Montagna con i Gruppi “Belluno” e “Lanzo”. Una struttura rodata, con una memoria di sangue risalente alla Grande Guerra che ancora parlava nelle famiglie, nelle osterie, nei cimiteri di montagna dove le croci di legno marcivano lentamente accanto a quelle di marmo.

Il fronte occidentale: la guerra breve che non fu gloriosa

Il 10 giugno 1940, quando Mussolini si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia, il 7° Alpini fu tra le unità mobilitate per l’attacco alla Francia già agonizzante sotto i colpi della Wehrmacht. Il battaglione “Belluno” fu impiegato il 23 giugno 1940 in un’azione dal Passo di Goretta, raggiungendo in giornata la Cabane Donadieu e il Lago Lauzanier settentrionale. L’armistizio con la Francia arrivò pochi giorni dopo, prima che lo scontro assumesse proporzioni significative. Non c’era gloria da raccontare. C’era soltanto la consapevolezza, che molti ufficiali già avevano, di un esercito mal equipaggiato e peggio diretto, lanciato in un’avventura che la storia stava già liquidando altrove.

Nei mesi seguenti, i battaglioni rimasero dislocati tra il Col della Maddalena, Cuneo e la Val Pusteria. Erano in attesa. E l’attesa, per un alpino, non è mai davvero riposo.

🔍 Per saperne di più

La guerra schifosa: cinque giorni sulle Alpi contro la Francia

Per i più giovani, persino la celebre capocciata di Zidane a Materazzi nel 2006 è ormai uno «scontro tra Italia e Francia» remoto. Figuratevi la guerra sulle Alpi, combattuta nell’estate del 1940.

1940 – Mussolini e Umberto di Savoia passano in rassegna gli Alpini
(foto Ufficio Storico dell’Esercito)

Eppure è bene ricordare cos’è accaduto in quei cinque ingloriosi giorni di giugno sui monti tra il Monte Bianco e il Mar Ligure. Libri come Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern hanno fatto conoscere a generazioni di italiani la catastrofe della campagna di Russia. Lo stesso vale per la guerra in Albania e Grecia. Ma la campagna contro la Francia — iniziata il 21 e terminata il 25 giugno 1940 — è rimasta nell’ombra.

Eppure non era uno scherzo. Mussolini l’aveva dichiarata il 10 giugno da Piazza Venezia, schierando 315.000 uomini sulla frontiera alpina. L’ambasciatore francese, alla lettura della nota ufficiale, parlò di una «pugnalata nella schiena». In quei giorni l’esercito francese era già travolto dalla Wehrmacht, eppure gli attacchi italiani furono bloccati quasi ovunque — dal Col de la Seigne al Monginevro, dai valichi cuneesi all’Ubaye. Per prendere Mentone, a quattro chilometri dal confine, ci vollero due giorni. La parata che il Duce sognava a Nizza non ci fu mai.

Il prezzo di quella «gloria» fu 631 morti, 616 dispersi e 2.631 tra congelati e feriti. Sette anni dopo, De Gaulle presentò il conto: la Val Roya, la Valle Stretta, qualche chilometro di confine al Piccolo San Bernardo, al Moncenisio e al Monginevro.

Ogni estate migliaia di escursionisti visitano i forti e le trincee del Pasubio e delle Dolomiti. In pochi invece cercano le trincee del Col de la Seigne o salgono allo Chaberton — l’«invincibile» forte italiano schiantato in poche ore dall’artiglieria francese. È un errore. Anche quelle pietre parlano.

«Quella contro la Francia è stata una guerra schifosa» scrisse Mario Rigoni Stern, che l’aveva combattuta tra gli alpini. Lo si scopre anche al Col de la Seigne, dove alle casermette e ai bunker fa da sfondo la meraviglia del Monte Bianco.

Approfondimento redazionale — fonti: Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve; storia militare italiana 1940.

Albania e Grecia: la disfatta e il sacrificio

Il Col. Rodolfo Psaro

A fine novembre 1940 il 7° Reggimento Alpini fu imbarcato per l’Albania, inquadrato nella “Pusteria” che andava a rinforzare un fronte greco-albanese già in crisi profonda. La divisione, ancora incompleta e priva di salmerie, fu gettata in linea quasi subito, sul Monte Chiarista e sul Monte Timori. La situazione era disperata: al 9 dicembre 1940, con soli 2.500 uomini, la “Pusteria” teneva 25 chilometri di fronte.

I battaglioni bellunesi si trovarono su direttrici diverse: il “Feltre” e il “Pieve di Cadore” seguivano il comando di reggimento nella Valle dell’Osum, mentre il “Belluno” operava alle dipendenze del 1° Gruppo “Valle” in Val Zagorias, dove rimase fino al marzo 1941 partecipando a numerose operazioni di contenimento.

Fu in quei giorni di dicembre, tra il fango gelato e le montagne albanesi battute dal vento, che il 7° Reggimento perse il suo comandante. Il colonnello Rodolfo Psaro, nato a La Spezia nel 1892, nominato comandante del reggimento solo il 21 settembre precedente, cadde in combattimento l’8 dicembre 1940 in località Ciafa Gallina, mentre coordinava di persona l’azione dei suoi battaglioni sotto il fuoco nemico. La motivazione della Medaglia d’Oro alla sua memoria recita: «Con i suoi battaglioni Feltre e Cadore sosteneva valorosamente e vittoriosamente l’urto di preponderanti forze nemiche». Gli sono state intitolate vie a Belluno, a Feltre e a Brescia. La sua morte, come quella di tanti altri, fu il prezzo di una guerra iniziata male e condotta peggio.

Al termine della campagna di Grecia — conclusasi il 23 aprile 1941 con l’armistizio — ciascuno dei quattro battaglioni del 7° ricevette una medaglia d’argento al valor militare per la condotta tenuta in quelle montagne, ereditate dai greci e rese ancora più ostili dal gelo e dalla scarsità di rifornimenti.

Montenegro: la guerriglia che logorava

Nel giugno 1941 il reggimento fu trasferito in Montenegro, dove la guerriglia partigiana slava rendeva ogni giornata un’incognita. Non era la guerra frontale dei fronti regolari: erano imboscate sulle mulattiere, villaggi bruciati, colonne attaccate nei passaggi obbligati. Una guerra spietata, diversa da tutto ciò per cui gli alpini erano stati addestrati.

Il battaglione “Belluno” pagò il prezzo più alto in un episodio rimasto nella memoria del reparto. Una compagnia diretta da Prijepolje a Pljevlja fu attaccata da oltre quattrocento partigiani attestati su posizioni dominanti il passaggio di Rikavce. Il combattimento durò sei ore e si concluse con l’annientamento quasi totale della compagnia: quarantotto morti, tra cui dodici feriti soppressi dopo la cattura, e cinquantadue prigionieri, quasi tutti barbaramente uccisi nei giorni seguenti. Sopravvissero solo il medico e altri sette alpini che riuscirono a fuggire. Era il frutto avvelenato di una strategia coloniale che aveva generato odio, e di un impiego delle truppe alpine — nate per la montagna di casa — in teatri lontani e ostili che le consumava senza costrutto.

Il rimpatrio avvenne nell’agosto 1942. Due mesi dopo, il reggimento ripartiva per la Francia, dislocato in Provenza con compiti di presidio. Sembrava quasi una tregua.

L’8 settembre 1943: il tradimento e la fine

Il 3 settembre 1943, con la firma dell’armistizio di Cassibile — reso pubblico solo l’8 settembre — il Regio Esercito si trovò improvvisamente senza ordini, senza una linea di condotta, senza una catena di comando che reggesse all’urto di quegli eventi. Il 7° Reggimento Alpini, che si trovava in Provenza, aveva già avviato un ordinato movimento di rimpatrio quando i tedeschi passarono all’azione.

A Cuneo, il reggimento fu accerchiato. La maggior parte degli uomini — migliaia di alpini bellunesi, feltrinesi, cadorini — fu catturata e deportata in Germania, avviata ai campi di internamento come Internati Militari Italiani (IMI). Senza lo status di prigionieri di guerra, privi di protezioni internazionali, obbligati a scegliere tra collaborare con i nazisti o sopportare la fame e i lavori forzati. Molti scelsero di non collaborare. Molti non tornarono.

Il reggimento fu sciolto il 12 settembre 1943. Alcuni dei suoi uomini aderirono alla Resistenza, altri alla Repubblica Sociale Italiana; molti furono semplicemente travolti dalla storia, consumati da una guerra che aveva perso ogni senso e ogni direzione. Bisognò aspettare il 1° luglio 1953 perché il 7° Reggimento Alpini fosse ricostituito a Belluno, nella sua città, nella Brigata Alpina “Cadore” appena formata.

Una memoria che non si chiude

La vicenda dei battaglioni bellunesi nella seconda guerra mondiale non è una storia di eroi nel senso retorico del termine. È la storia di uomini normali — contadini con la penna sul cappello — trascinati in guerre che non avevano scelto, su fronti che non conoscevano, a combattere per ragioni che spesso non capivano. Eppure lo fecero, con la tenacia e il senso del dovere che la montagna insegna. E quando tutto crollò, nell’infamia dell’8 settembre, molti trovarono anche la forza di scegliere: scegliere la libertà, scegliere la resistenza, scegliere il silenzio dignitoso dei campi di prigionia piuttosto che la compromissione.

Il colonnello Rodolfo Psaro cadde a Ciafa Gallina tenendo in pugno il suo reggimento. I quarantotto del battaglione “Belluno” morirono a Rikavce senza resa. I deportati di Cuneo sopravvissero — o non sopravvissero — nei campi tedeschi senza tradire. Sono nomi che meritano di essere detti ad alta voce, perché quella voce è l’unica cosa che la storia non può portarci via.

Nelle nostre valli, nelle nostre famiglie, in qualche cassetto polveroso c’è ancora una cartolina scritta a matita dalla Grecia, o una fotografia in divisa scattata prima della partenza. Sono testimonianze fragili. Raccoglierle, raccontarle, tenerle in vita è il compito di chi viene dopo.

 

Michele Sacchet

 


 

Fonti principali: Esercito Italiano — Storia del 7° Reggimento Alpini; vecio.it — Battaglione Alpini Belluno; Istituto del Nastro Azzurro — 7° Reggimento Alpini; Wikipedia — Rodolfo Psaro; A.N.A. Sezione di Firenze — La Campagna di Grecia.

 

Foto di copertina: truppe alpine in Francia nel 1940.

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