QUANDO GLI ALPINI SI RACCONTAVANO DA SOLI
Un altro piccolo tesoro ritrovato: Paolo Monelli racconta l’anima degli Alpini
Chi mi conosce lo sa: da oltre vent’anni scrivo e impagino il nostro bollettino trimestrale, quel Col Maòr che con tanta passione creò e riempì di storie sugli Alpini il compianto DEM (Mario Dell’Eva), e porto avanti, con passione, pazienza e un po’ di ostinazione alpina, una ricerca che non ha nulla di moderno o artificiale. Nessun richiamino costruito, nessuna scorciatoia digitale. Solo carta, memoria, vecchi libri e vecchie foto color seppia, articoli dimenticati, parole che odorano di inchiostro e di tempo.

È in questo modo che, quasi per caso ma non per fortuna, mi sono imbattuto in un altro piccolo tesoro: uno scritto del 1923 di Paolo Monelli (Fiorano Modenese, 15 luglio 1891 – Roma, 19 novembre 1984), penna acuta e appassionata, Alpino fra gli Alpini, capace come pochi di raccontarne l’anima senza retorica e senza pose.
Il testo che proponiamo qui sotto è una trascrizione letterale, rispettosa fino all’ultima inflessione, di un articolo in cui Monelli parla di un libro fondamentale per la storia del Corpo e appena pubblicato, nel lontano 1922, “I Verdi: cinquant’anni di storia alpina 1872-1922”, opera storica curata da Renzo Boccardi e pubblicata per celebrare il cinquantenario della fondazione degli Alpini.
Non si tratta di una semplice recensione. È un atto d’amore.
Monelli non analizza, non schematizza, non giudica dall’alto. Racconta. Racconta come si fa attorno a un fuoco, in una baita, con l’odore del mulo, della biada e della grappa che sale dal pavimento. Racconta gli uomini prima ancora delle battaglie, i caratteri prima delle decorazioni, la vita prima della storia.
Dentro queste righe c’è tutto: gli Alpini ostinati e brontoloni, i comandanti ruvidi e veri, i cappellani da trincea, le canzoni nate fra neve e silenzio, i muli — sempre loro — compagni muti e pazienti, le cime che non sono solo nomi ma luoghi di sangue, di fatica e di dignità.
Ho voluto proporre questo testo così com’è, senza “aggiustarlo”, senza addomesticarlo, perché è proprio nella sua lingua viva, talvolta scomposta, talvolta aspra, che sta la sua forza. È uno scritto che non chiede spiegazioni: chiede solo di essere letto con rispetto.
Per chi ama davvero la storia alpina, questa non è nostalgia. È radice.
E se oggi, a più di un secolo di distanza, possiamo ancora sentire vere queste parole, significa che quella storia non è finita. Cammina ancora con noi.
Buona lettura.
Michele Sacchet
“L’epopea delle fiamme verdi”
Un libro che bisogna leggere – Le canzoni degli alpini – Belle macchie – Muli decorati al valore – Sereni come i loro cieli.
Io ti esorto, lettore, anche se tu sia di quelli che hanno patito la guerra dagli uffici di un commissariato della Croce Azzurra: se vedi nella vetrina del libraio quella copertina bizzarra, quelle tre sagomette verdi con la penna da recluta e la baionetta innestata, precipitati senza indugio nella bottega e compra il libro, portalo a casa e mettilo alle cose, appunto alle cose più care.

Perché vedi, lettore, prima di tutto non è un libro di guerra, di cui tu e io – più tu che io, ma lasciamo correre – abbiamo piene le saccocce. Poi è un libro che va di palo in frasca e puoi leggerlo cominciando dall’ultima pagina per terminare alla prima, che la ti va sempre bene. E non è un libro di storia, nonostante il sottotitolo, e nemmeno di organica, e nemmeno di arte militare. E non incensa che i morti, ma è tutto strafottenza, orgoglio, passione. Presunzione anche, se vuoi, ma di quella di buona lega, che vale più della pinzoccheria dei falsi modesti.
E sfogliandolo capirai perché s’è vinta la guerra: chi erano i testardi, i caparbi, i muli che fermavano i tedeschi sul Rombon e i Kaiser-Jäger sul Grappa e i bavaresi alle Melette quando c’era chi gridava “il si salvi chi può”: che gesti c’erano dietro certi nomi che squillavano nei bollettini di guerra; Battaglion Val Pellice e Bassano e Val Varaila e Aosta, quando sugli ultimi sassi d’Italia si preparava la riscossa e ci si faceva bucare la ghirba per i maneggioni del dopoguerra. Compralo e leggilo, e ti dico io che effetto ti farà. Ti sembrerà che una sera il Diavolo zoppo ti porti via dall’ufficio o dal caffè e ti sbalestri in un attimo in una baita dove c’è un buon odore di mulo e di biada e di grappa, e attorno al fuoco ci sono colonnelloni solidi come querce e capitani secchi come larici, e certi pretoni da trinciar benedizioni e pance nemiche con la stessa vocazione; che chiamavan peccato veniale la bestemmia se non c’era l’intenzione, ma peccataccio da fuoco eterno marcar visita la mattina per accidia; e che hanno aiutato ad andare rassegnati in Paradiso tanti bravi figliuoli di mamma.
E questi uomini raccontano quello che hanno veduto da permanenti: il colonnello e la sua battaglia, e il capitano e la sua azione di compagnia, e il prete certi gesti sublimi che solo lui conosce. E tu ascolti le parole semplici e ti pare di respirare un’aria diversa, di lucidar la pelle a un sole più sincero, come se l’anima spalancasse le finestre sopra un mattino rigido che odora di mentastri e di greggi.
Questo è il libro. C’è tutto della vita degli Alpini. Il giudizio di Cadorna; l’auto-esaltazione del conducente barbuto a cui si affitta in capo la frase di Cantore: “Caviglia, non sai che vale più un mio caporal maggiore conducente che un tenente colonnello di Stato Maggiore?”; e costruisce la sua scala gerarchica su quel paradosso. Cantore (“Cantore, lo sai che i soldati ti chiamano ghirba?” rispondeva il buon Caviglia) e Salsa, e Lequio.
Simboli ed eroi alpini; l’esagerazione dell’ufficiale che crede che la sua battaglia sia la più bella; e le lettere dei morituri imberbi; il Monte Nero conquistato con un miracolo da funamboli; il Pal Piccolo, vertigine di ghiaccio; il Pasubio, tana di vipere, cimitero di battaglioni del quarto, del terzo, del quinto, del sesto (“ma poi, tutte le artiglierie su quei caduti: dopo mezz’ora non sono rimasti nemmeno i morti lassù.”).
Il Cauriol che fumigò una domenica come una torcia, e dentro stavano a difenderlo i territoriali del battaglione Val Brenta. Ortigara intonacata di ossame. Il Grappa e le Melette, colonne d’Ercole. Tutte le cime su cui arsero con passione scontrosa, con coraggio brontolone, gli alpini come stiliti.
E ci sono dentro le canzoni create dai soldati, e quella perfetta del Monte Nero, con strofe di così alta poesia che null’altro di simile ne ha prodotto la guerra (giudizio di Guido Rey, che di poesia di montagna è maestro):
Il colonnello che piangeva,
a veder tanto macello,
fatti coraggio alpino bello,
che l’onore sarà per te.
E tutte le cante ove tornano, motivi puri, le stelle alpine, la neve, le roselline di Morena, l’innamorata che non hanno mai baciata questi soldatoni casti. Canzoni che aiutano a morir bene, come disse il capitano Rossi della 96 Speciale (tutte le compagnie alpine sono speciali per chi ne ha fatto parte).
Leggete l’episodio in quell’altro bel libro di alpini, “Con me e con gli alpini” dello Jahier, che metterete nella vostra biblioteca accanto ai “Verdi”, siamo intesi?
“La nostra fanfara suona sulle cascate di sassi in discesa, anche se il suo bombardino è scomparso a gambe levate. Suona quando ci sgraniamo uno per uno franando col bastone. Suona appena sottovento, in cima, e suonerà ancora, con i suoi ottoni terrosi nella notte tremenda, finché dura l’assalto. “Siccome”, ha detto il capitano Rossi della 96 Monte Antelao, “ora ha aiutato i vostri compagni a morire bene”. Non sono morti nel ringhio delle palle tedesche: sono morti negli squilli delle trombe italiane, riposano nell’inno degli alpini.”
Il libro, naturalmente, parla anche dei montagnini, gli artiglieri da montagna, alpini sacrosanti: “montagnini, fratelli di roccia e di caverna e di pena”.
Vedeteli all’opera nel giudizio di un alpino che sta anche lui lì attorno al fuoco a ciacolar: “Fra sassi e schegge, fra i rombi delle granate e i rabbiosi manrovesci degli shrapnells, una lunga fila di uomini e di muli bucava lentamente dalle trincee di partenza e lentamente saliva alla quota appena occupata con il suo carico di ferro e di fuoco. Dai ripari, dalle sterpaie ancora insidiate dai reticolati nemici, la folla ansiosa dei conquistatori guardava attenta e commossa la sfilata eroica, e seguiva con la fronte contratta e qualche imprecazione sul labbro. Le fasi dolorose della marcia: qualche uomo cadeva, qualche mulo si accasciava dibattendosi, ma la fila si snodava impavida, e i caduti erano raccolti e il carico prezioso recuperato. All’arrivo un’ovazione sottovoce: Bravi, bravi! “Suma sì!” annunciava l’ufficiale di punta, tutto sudato e soddisfatto. “Su presto, ragazzi, con quei pezzi.” Un’ora dopo: pam, pam, la batteria funzionava.”
Montagnini o alpini, belle macchie ce ne sono state e ce ne saranno sempre, fra gli scarponi. I più bei tipi del passato li ritroviamo in questo breviario: quel capitano del Dui, per esempio, orso della montagna, che in quanto a toponomastica delle sue cime ricordava solo sei nomi: Bec Rouss, Bec Neir, Cima Plata e Cima Gussa, Pan Dur e Pan Mol; e quei sei nomi li applicava serenamente a tutte le punte che gli si presentavano davanti; Papà Fonio, così gloriosamente sordo che rispondeva “Salute!” ai colpi di cannone sparati accanto a lui, credendo che fossero starnuti del suo aiutante. Il capitano Feruglio, detto “il conducente”, tanto era scalcinato, che non portava il nastrino del bronzino perché diceva che non ci aveva merito e meritò lasciandoci la ghirba, la medaglia d’oro in Val Calcino; e Cantore, di nuovo, eroe sì, ma nostro, alla mano: Cantore che “sacramenta in genovese sputacchia a destra e a sinistra, fissa con mille che sotto le lenti sono punte neanche di spillo.”.
(Una parentesi. Per conoscere Cantore dovete leggere il terzo libro degli alpini che vi raccomando: il profilo che ne ha fatto Bisi nella collana degli Artefici della Vittoria. Vi salterà fuori tutto intero l’eroe, e vedrete come sono fatti gli eroi italiani veri: duri, scontrosi, iracondi, ma con un cuore grande così e un affetto geloso, pudico, per la patria, se ha tratto in fondo a quel cuore sano. Bisi ha fatto un libro che è una canzone, e squilla dentro con echi di campagne e di valanghe, e vi mescola le commozioni più scontrose).
E poi volevate che non ci fossero anche i muli nel nostro libro? Ci sono anche i muli, con quei nomi di monti e di valli, e quel muto arguto e quella pena paziente. Sapete che in Libia ce ne furono dei decorati al valore, decorazione commutata in biada? Sapete che sanno morire quando la granata li frega, come e meglio degli uomini, serii, bravi, senza un lamento? Sapete che col conducente, dopo un anno che sono assieme, si rassomigliano tanto che è impossibile vedere un mulo senza dire: “Toh, ma quello è il mulo di Deon”?
Quanto poi alle altre specialità dei muli: di mettersi sull’attenti e ridere e canzonare le cappelle. Queste sono cose che ormai sanno tutti, e i bocia (i soldati delle classi giovani nel gergo degli alpini veneti) guardano a bocca aperta.
Salmerie di anziani, massicci muli savoiardi, ammirazione dei “bocia”: Germanassa, Tomatico, Pelf, Alleghe, Civetta, Pelmo, Rondel, basti e carichi di due quintali, e calci di simpatia ai maggiori lavativi.
Leggilo tutto, borghese, questo libro disordinato e sincero, impetuoso e puro come un torrente di montagna. Ci sono degli errori di stampa e di proporzioni, delle citazioni latine sbagliate, dei refusi: tutte robe che fanno amare il libro di più, che lo fanno apparire più sincero. Si vede che son gente che non sono del mestiere, ma che fanno della letteratura per necessità. Se no, chi la farebbe per loro?
Lo stesso di quello che succedeva nelle compagnie alpine, dove si metteva il calzolaio a fare il furiere. E imparerai a conoscere il soldato alpino com’è, in pace e in guerra, sott la naja e da borghese.
“Crucciati e muti, oppure fragorosi e gai, in fraternità di spiriti e di corpi che nessun altro esercito ha e ognuno invidia; alteri oppure umili, ma non mai vani o mosci; pazienti, molto più dei loro muli; sereni come i loro cieli; irosi, rapidi e brevi come le loro tempeste.
E l’alpino passa, alla gloria sorride, ma non muta volto, e pensa pur sempre al campo e alla famiglia, al fiasco e alla cicca, che sono la sua piccola patria, ma che gli insegnarono quella grande.”
E adesso, Borghese, che hai comprato il libro, bevici sopra un rosso di quello sincero e canta con noi:
Pippa in bocca,
canto in core,
tocca a chi tocca,
quando si more.
Paolo Monelli
Chi vorrà continuare questo viaggio nella memoria alpina, fra parole vere, documenti dimenticati e frammenti di storia vissuta, potrà tornare a trovarci su www.gruppoalpinisalce.it.
Qui, con la stessa passione e lo stesso rispetto, continueremo a raccogliere e condividere altre chicche autentiche che raccontano gli Alpini per quello che sono stati e che continuano a essere: uomini, storie, montagne e memoria viva.
