Non erano angeli…

Nella foresta di Kočevje, la Slovenia fa i conti con il suo “grande cimitero a cielo aperto”

Nella vasta foresta di Kočevje, nel sud della Slovenia, un luogo di dolore e memoria riemerge con tutta la sua forza: una foiba considerata tra le più orribili dell’area, dove, secondo le ricostruzioni, sono stati riesumati 3.540 corpi. La stragrande maggioranza delle vittime era slovena.

Si trattava in molti casi di persone che avevano combattuto al fianco delle potenze dell’Asse durante la Seconda guerra mondiale: non “angeli”, come sottolineano i testimoni, ma uomini che, terminato il conflitto, si erano arresi alle forze britanniche. Da lì, la consegna ai partigiani jugoslavi fedeli a Tito e la fine brutale: l’infoibamento.

Il bilancio, nelle stime riportate sul posto, è agghiacciante: circa 15.000 sloveni uccisi, tra cui 2.000 civili, soprattutto nel periodo successivo alla fine delle ostilità. Le vittime venivano trascinate sul ciglio della dolina e precipitate nella cavità naturale.

Quando la mattanza cessò, gli esecutori cercarono di cancellare le tracce con la dinamite, livellando l’area. Quella che un tempo era una depressione carsica, “praticamente piatta” a forza di mine, è divenuta una superficie apparentemente muta. Sotto, però, resta la storia.

In questo scenario di orrore non mancano spiragli umani che sfidano l’impossibile: alcuni infoibati sarebbero sopravvissuti, riuscendo ad arrampicarsi fuori dal ventre della terra e a fuggire.

Non tutti, però, trovarono salvezza. Uno di loro, dopo essersi nascosto, decise di consegnarsi nuovamente: fu ucciso, “eliminato due volte”, secondo la crudezza del racconto.

Un altro sopravvissuto era il padre di Janez Janša, figura centrale della politica slovena post-indipendenza, più volte primo ministro del Paese. È anche grazie a testimonianze come la sua che l’odierna commissione governativa ha potuto lavorare con metodo e continuità.

La preghiera dei condannati

Dal racconto di Alojz Pozelnik – Taborišče Servigliano, 12 ottobre 1945

“Venturini, Ludvik, del 1909, dalla piccola Slevica presso Velike Lašče, aveva perso ogni speranza. Supplicò il capitano partigiano di avere pietà per sua moglie e i suoi figli, dicendo che non aveva fatto nulla di male, che durante tutta la rivoluzione era stato nella sua falegnameria. Legato, il capitano gli rispose con un calcio in testa. L’uomo svenne. Poi lo cacciarono brutalmente fuori dalla stanza. Quando riprese i sensi, lo legarono insieme a suo fratello e lo assegnarono al nostro gruppo.

Durante la legatura, il sottotenente Tone Jelenc di Velike Lašče iniziò a cantare l’inno mariano: ‘Maria, aiutaci’. Tutti noi domobranci ci unimmo al canto. Noi domobranci pregavamo… Anche a Kočevje nessuno ci interrogò!”

Documento originale conservato negli archivi sloveni (www2.scnr.si)

La Commissione governativa

La Commissione Dežman, creata per mappare i luoghi della violenza sommersa, ha censito oltre 700 siti: foibe, fosse comuni, grotte, cave. Un arcipelago di punti neri su una mappa che diventa, per usare l’immagine degli inquirenti, “un grande cimitero a cielo aperto”.

Non è solo un esercizio di memoria: ogni luogo individuato apre domande legali, etiche e storiche. Chi erano le vittime? In quali circostanze furono uccise? Quale catena di responsabilità portò a quelle esecuzioni di massa nell’immediato dopoguerra?

Francia Dejak in divisa

La foresta di Kočevje, con il suo silenzio denso e la sua topografia ingannevole, è lo specchio di una memoria nazionale tormentata.

L’infoibamento, nella sua crudezza, rappresenta un simbolo di violenza politica e resa dei conti, un capitolo tragico che attraversa confini e identità dell’ex Jugoslavia.

Oggi, l’azione istituzionale tenta di restituire nome e dignità alle vittime, di comporre, per quanto possibile, un mosaico frantumato tra omissioni, paure e rimozioni.

Il lavoro sul campo è minuzioso: ricognizioni, scavi, verifiche documentali, incrocio di testimonianze dirette.

È una corsa contro il tempo, perché la generazione dei testimoni oculari si assottiglia. Ma è anche una corsa contro l’oblio, che in questi luoghi ha trovato per decenni il suo alleato nella geografia carsica e nella volontà, politica e sociale, di non vedere.

L’ultima lettera dal treno della morte

Dal racconto di France Dejak – Sopravvissuto alla fossa di Macesnova Gorica

“L’8 settembre 1943, quando capitolò l’Italia, i partigiani mobilitarono me e mio fratello Nace. Nace fu catturato alla fine di ottobre da qualche parte sul Krim e mandato a Lubiana, dove entrò nelle forze domobranske. Io ero nella brigata Tomšič e andai con i partigiani da Ribnica attraverso Dobro Polje… Verso la fine di ottobre, quando iniziò l’offensiva tedesca, tornammo verso la Notranjska, verso i Bloke, da dove una notte, durante una marcia, scappai con altri due partigiani…

Intorno al 6 gennaio 1944 arrivarono i partigiani di notte. Erano ben informati su chi era a casa nel nostro villaggio. Volevo restare a casa, ma non era possibile…”

Testimonianza pubblicata in “Ušli so smrti” (Sono sfuggiti alla morte)

Mohorjeva založba, Celovec, 1998

L’eco di quelle storie individuali

L’uomo che si salva e scompare nei boschi, quello che torna e muore, il padre di un futuro leader politico che riemerge dalla voragine — restituisce la dimensione umana di una tragedia collettiva.

Ogni numero, ogni stima, ogni sito sulla carta parla di vite spezzate, famiglie senza tomba, comunità segnate.

La Slovenia di oggi, nell’Europa del dopoguerra ormai maturo, prova a mettere ordine tra i fantasmi. Non per riaprire ferite, dicono i promotori delle ricerche, ma per chiuderle finalmente con la forza della verità documentata.

La foresta tace, ma le doline parlano: sta alla coscienza civile ascoltarle, e alle istituzioni trasformare l’ascolto in riconoscimento, giustizia e memoria condivisa.

Solo così la terra smossa dalle mine potrà, un giorno, restituire pace a chi non l’ha avuta.

 

Michele Sacchet

 

 

 

Nella foto partigiani montenegrini fucilati dai militari italiani durante l’occupazione.

 

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