NÓI ALPINI SÖMA I MÜI DL’ ESERCIT!
Sull’altipiano della memoria il raduno degli Alpini del 1923 tra orgoglio, lacrime e canto
C’è un luogo dove la montagna non è solo roccia, ma memoria viva. Dove ogni sentiero restituisce un nome, ogni sasso trattiene una voce. È l’Ortigara, ed è l’altipiano di Asiago che, nel maggio del 1923, vide risalire migliaia di Alpini per una grande Adunata che fu insieme festa, lutto, riconoscimento e preghiera.
Un’Italia che cercava di rialzarsi dalle macerie della Grande Guerra si ritrovò lassù, tra le ferite ancora aperte del terreno e quelle, più profonde, degli uomini. Settemila ex Alpini, soprattutto del 6° Reggimento, tornarono sui luoghi dove nel giugno del 1917 si era consumata una delle battaglie più tragiche e sanguinose del fronte alpino. Non per parata, non per retorica, ma per rivedersi, cantare, ricordare.
A raccontare quell’Adunata fu un articolo apparso su La Stampa di Torino il 13 giugno 1923. Un testo firmato P.M., che non può farci venire in mente che il mitico Paolo Monelli (che era in redazione a La Stampa proprio in quegli anni e aveva combattuto anche all’Ortigara), con un’anima inconfondibilmente alpina: passo sicuro, lingua schietta, ironia ruvida e una commozione mai esibita. Un ex “scarpone”, autore del libro Le scarpe al sole (1921), ambientato anche tra Valsugana e Altopiano di Asiago, capace ora di restituire il senso profondo di una festa “senza autorità e senza cerimonie”, disordinata quanto autentica.
È un racconto fatto di dettagli minuti e potentissimi: cappelli alpini schiacciati sugli abiti borghesi, penne dritte come allora, mamme in nero che salgono ai cimiteri bianchi, muli rimessi in corvée, fanfare ricostruite pezzo per pezzo. Il battaglione Monte Berico che suona per tre giorni, il Baldo che ricompone le salmerie, le bevute “sane”, i cori che riempiono le valli come un tempo facevano le cannonate.
Ma il cuore dell’adunata è l’incontro. Il riconoscersi a distanza, il dubbio negli occhi, la domanda che scioglie tutto: «Ti! Te se ti?» – «Sì, son me!». E poi gli abbracci, i racconti, i nomi dei compagni caduti pronunciati senza enfasi, come si fa con le cose sacre. Attorno ai vecchi comandanti si forma un cerchio umano che annulla gradi e ruoli: restano solo uomini che hanno condiviso paura, fame e fraternità.
Non c’è esaltazione della guerra, né indulgenza verso pacifismi di maniera. C’è la consapevolezza di chi la guerra l’ha patita davvero: dolore, sì, ma anche orgoglio, umiltà, un amore del prossimo che diventa quasi misticismo. Lo dice bene il testo, e lo ribadisce padre Bevilacqua, alpino e sacerdote, parlando dopo la messa sul Sisemol: parole semplici, gesti da alpino, capaci di rimescolare dentro anche i ricordi più aspri.
C’è spazio anche per il riso, perché – come scrive l’autore – in guerra chi l’ha fatta davvero ha riso molto. Aneddoti grotteschi e memorabili si mescolano al vino e alla nostalgia: la testa lucida che attira l’artiglieria, il generale che ferma una colonna allo sbando, l’alpino che porta al maggiore il suo “carico” prezioso. L’eroismo, quello vero, resta inciso nei monti: nelle Melette sconvolte, nell’Ortigara ancora arsa, ossario a cielo aperto.
Le comunità dell’altipiano, distrutte dalla guerra, non hanno aspettato aiuti o riconoscimenti: hanno ricostruito subito, con debiti e sacrifici, ritrovando un “senso romano della casa” che parte da un muro e da una lamiera. Asiago, Gallio, Arsiero tornano a vivere, puliti e ordinati, mentre le cicatrici restano nei prati.
E poi ci sono le mamme. Quelle che hanno capito il desiderio più profondo dei figli: riposare lassù, tra le montagne difese fino al sacrificio, lontano dai cimiteri cittadini. Una scelta di dignità, appartenenza, silenziosa grandezza.
Questa è la festa alpina. Poca forma, molta sostanza. Cori, messa, corone, fanfare, salmerie, e poi il ritorno alle proprie valli. Con una pena un po’ più leggera e un calore in più nel cuore. Perché l’Ortigara non è solo un luogo: è una voce che continua a chiamare per nome chi lassù ha lasciato una parte di sé.
Di seguito riportiamo integralmente l’articolo pubblicato su La Stampa di Torino il 13 giugno 1923.
L’articolo da La Stampa di Torino del 13 giugno 1923
Altipiano di Asiago, 12 maggio 1923.
Le stelle luccican dure come chiodi sopra una suola nuova. L’ultima cantata è roca e pigra, vino nelle gambe e tumulto di ricordi nel cuore rimescolati da tre giorni di rievocazione. La festa degli alpini per commemorare la battaglia dell’Ortigara del giugno 1917 è finita. Festa di alpini del Sesto, “reggimento special coi fiocchi”, ma anche festa degli alpini degli altri reggimenti, questa. É vera festa alpina.
Senza autorità e senza cerimonie, se Dio vuole, disordinatissima, tutto al contrario del programma, ma con cuori gonfi di commozione e di rievocazione che battevan tutti all’unisono, sotto per quattro come i morti del Battaglion “Vicenza”, se ricordate la canzone. Qualche corona ai morti, una messa sul Sisemol e cori che riempivan le valli e bevute sane. Queste sono le feste alpine, borghesi.
Caporali e soldati.
Niente di simile a certe parate cittadine. Fra quello scenario di montagne che han più buchi di granata che fili d’erba e più sangue han bevuto che pioggia, sotto un sole glorioso, la grande folla umile, mamme medagliatissime davanti agli altri, tutte le lacrime e passioni, contesse e montanare.
Poi qualche generale, qualche colonnellone, molti ufficiali, ma soprattutto una quantità innumerevole di ex soldati. Ognuno col suo cappello alpino schiacciato e bisunto sul vestito da borghese e tutti allegri e commossi di ritrovarsi coi compagni e di poter ricordare quegli altri che hanno avuta scalogna e sono stati beccati dalla pallottola o dalla granata. E si raccontano dove han trovato lavoro e quanto han pagato la vacca nuova, e mostrano il ritratto dei fioli che hanno messo al mondo dopo il congedo. Sono venuti per i monti a piedi, dal Cadore, da Feltre, in autocarri da Trieste e da Verona, a spese loro, naturalmente. E c’è chi si è tirato dietro anche la femmina e i bocia.
Pacifisti umanitari, avete ragione. La guerra è orrenda, la pace è divina. Ma non venite a infinocchiarci, come vi fece comodo qualche volta, che il ricordo della guerra nel vero soldato è dolore, è sdegno, è ribellione. Non è così.
Il ricordo della guerra in chi l’ha realmente patita è sacrosanta commozione, è umiltà, è orgoglio insieme, è un prepotente amore del prossimo. In certi momenti è misticismo purissimo. Ma a questa sagra che ha ricordato i carnai dell’altopiano e l’inferno dell’Ortigara, e certi bombardamenti che disfacevano battaglioni in dieci minuti, sono venuti settemila ex alpini, sergenti, caporali e soldati.
Naturalmente per ragioni geografiche in massima parte veci del sesto reggimento che ha avuto quasi cinquemila morti e più di diecimila feriti. Povera gente, senza ambizioni e senza ideologie, che non ebbero bisogno di troppa propaganda per venir su. E a cui non fu promesso altro festeggiamento che una messa al campo e una visita ai cimiteri.
Fanfare e salmerie ricostruite.
Quelli che erano al battaglione “Monte Berico” hanno ricostruito la loro fanfara. Sono venuti su, vecchi e giovani, con trombe e bombardini e hanno solfeggiato le arie alpine per tre giorni di seguito. I reduci del battaglione Baldo hanno rifatto addirittura le salmerie, quelli che posseggono un mulo si sono messi insieme, si sono fatti dare i basti dalla finanza, sono venuti su in corvè come ai tempi che portavano reticolati e cartucce. Ma stavolta era roba da mangiare e da bere per i compagni. E pensate voi se i muli eran carichi.
Ma io sono sicuro che anche le brave bestie rimulinavano nei ricordi di guerra fra le orecchie e gli occhi furbi e a certi squilli di tromba pareva si mettessero sugli attenti. Gli altri, voglio dire gli alpini… ma voi sapete che quello scarpone piemontese diceva mezzo come cruccio, mezzo con orgoglio:
«Nòi alpini söma i müi dl’ esercit!»…
badavano a ritrovarsi pronti all’urlo, al balzo, all’abbraccio.
«Ti! Te se ti?»
«Sì, son me!».
E giù bacioni e scambi di ricordi. Ma se vedano il vecchio comandante, gli ronzavano attorno, ne cercavano un cenno, uno sguardo, e poi balzavano incontro con tutta la mano aperta.
«Se ricordelo? Sergente Ceccon, quel che lu el gà sgnacà a la preson quela volta de la sbornia.»
Ma certo che il colonnello si ricorda. E Ceccon riceve la sua stretta di mano tutto rosso, il cappello di traverso e la penna dritta (“penna che domanda la cinquina”*) sugli abiti da minatore.
Paesi e cimiteri.
Perchè Ceccon rifà più giù la strada che le cannonate hanno guastato. Questi alpini che non ci han rimesso la vita o la gamba ci hanno avuto rovinata, in ogni modo, la regione, spianata la malga, bruciata la casa. Alla guerra si finiva col riderci sopra, come si fa alla lunga di cose anche più dolorose. I soldati canzonavano il sergente Villabruna, da Gallio, che se voleva andare a casa sua doveva andarci di pattuglia.
Quando li hanno fatti borghesi e si son tirate su di nuovo in fretta le loro case.
«Mi basta di trovare un tòco di muro della mia casa, comincio a metterci una lamiera sopra e ci dormo. Poi perfezionerò a mano a mano.»
Senso romano della casa. Oggi Asiago, Gallio, Arsiero e molti altri son paesi e borghi lindi, puliti, rinati dalle macerie. Della guerra rimangono le tracce solo sui prati ulcerati da mille granate.
Non hanno aspettato i soldi del governo, come in guerra non aspettavano che finisse il tempo del convalescenziario per tornar su al loro battaglione. Non per ostentazione d’amor patrio, ma perché quel battaglione dove si soffriva e si moriva insieme era una famiglia, la sola ormai. Hanno fatto un debito alle banche, pagano, ma han detto interessi gravosi. Ci vuole perciò più duro lavoro e sacrifici più gravi. La vita non è una cosa agevole, ma per questo gli anniversari che rimediano sui compagni di trincea e i vecchi ufficiali sono giorni di allegria e ricantar le canzoni del battaglione e portar fiori di papavero ai morti sono cose che mettono caldo nel cuore e consolano nella nuova pena.
I morti, più fortunati forse, non hanno più pensieri. Sono qui dopo la battaglia, allineati nei cimiteri bianchi in terra consacrata. Vengono su le mamme, insieme con i compagni del figlio morto, a pregare sulle tombe.
Brave mamme queste, che han capito il desiderio più forte del loro perduto: riposare per sempre qui, fra i vivi che furono della sua razza, fra le montagne che ha difeso fino al sacrificio, in tanta purezza selvaggia di cielo e di rocce, lontano dai cimiteri cittadini, dove mettevano gli imboscati morti d’indigestione.
Queste cose ma molto meglio le ha dette dopo la messa sul Sisemol padre Bevilacqua, tenente degli alpini in guerra e decoratissimo, e sacerdote piissimo, che ha il linguaggio e ha i gesti degli alpini e quando parla ci rimescola dentro i ricordi più scontrosi.
Inconveniente della calvizie di guerra.
Altri ricordi, sublimi e ridicoli, furono evocati col facile aiuto di un litro di recioto nelle numerose assemblee. Nomi di battaglie che fan tremare ancora, nomi di posizioni famigerate, di noti cucuzzoli, di quote maledette. Ad Asiago il generale Graziani, a capo tavolo d’un gruppo di ufficiali che aveva a suo tempo pipato in tutte le regole, raccontava con parole d’una semplicità omerica come salvò una volta la linea e l’Italia, arrestando con pochissima scorta un reggimento che si sbandava. «E quando la colonna fu ferma, io vidi che un caporale mi puntava contro il fucile. Allora io andai verso di lui e gli dissi: “Tu non devi spararmi. Adesso invece andrai in fondo alla colonna e marcerai di pattuglia verso il nemico”.»
E il caporale abbassò la testa e disse: «Signor sì!», e andò.
Poi c’è un alpino del 7° che racconta quando portò a mezzanotte il mulo nel baracchino del suo maggiore perché aveva sentito dire dal suo maggiore che bisognava bere sopra a tutte le disgrazie e lui una sera ne aveva avute parecchie e ci aveva sempre bevuto sopra finché, divenuto ben ben allegro e disposto a commozione, gli venne in mente di far vedere al suo amato maggiore con che cura gli teneva il mulo.
E c’è il capitano calvo come un ginocchio che narra questa: che la sua testa pelata attirava l’artiglieria nemica brillando al sole dei ghiacciai come un eliografo. Onde s’era tinta la testa con la tintura di iodio ed era così orgoglioso del successo che continuò a darsene per un pezzo finché tutta la pelle del cranio gli venne via a strisce.
Già, tutti aneddoti del genere, perché in guerra, chi l’ha fatta davvero, s’è riso molto. Tutte storielle comiche, le cose eroiche le narrano senza bisogno di postille i monti: le Melette sconvolte, la tremenda Ortigara ancora arsa e incenerita con le ferite interne del bombardamento, con il suo ossame calcinato, ara di martirio, crogiolo da cui doveva uscire la bronzea fama di ventiquattro battaglioni alpini.
P.M.
Ci dispiace non aver potuto conoscere Paolo Monelli (Fiorano Modenese, 15 luglio 1891 – Roma, 19 novembre 1984), autore di questo articolo, perché avremmo desiderato dirgli, a lui ex Scarpone, tutta la nostra riconoscenza da Scarponi e tutto il nostro ringraziamento, perché abbiamo avuto attraverso questo articolo una prova di quanto ci ha amato e quanto ha amato e stimato tutti i combattenti.
Combattenti che condividevano spesso e con invidia il pensiero di questo vecio, nato a Fiorano Modenese nel 1891, che diceva mezzo con cruccio e mezzo con orgoglio: «Nòi alpini söma i müi dl’esercit!».
M.S.
* penna che domanda la cinquina – L’espressione “penna che domanda la cinquina” appartiene al gergo ironico degli Alpini. Allude alla penna nera troppo dritta e visibile, che in guerra avrebbe attirato i colpi come un bersaglio. È il sorriso amaro di chi può raccontare il pericolo solo perché ne è tornato vivo.
