A Belluno la Festa della Repubblica 2026
2 Giugno 2026 – Ottant’anni di Repubblica: Belluno celebra con il cuore
Ottant’anni. Una vita intera. Il tempo di chi, nato il giorno del referendum, porta oggi i capelli bianchi e forse era in piazza anche stamattina, a Belluno, sotto un cielo non proprio da inizio estate, per ricordare il giorno in cui gli italiani scelsero.
La mattina del 2 giugno 2026 ha restituito alla città una di quelle cerimonie in cui il rito civile ritrova il suo senso più autentico: non la formalità di un appuntamento nell’agenda istituzionale, ma il gesto collettivo di un popolo che si ferma, si riconosce, ricorda da dove viene.
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Al monumento ai Caduti, il silenzio che precede tutto
La cerimonia ha preso avvio davanti al Monumento ai Caduti in Viale Fantuzzi, nel tratto di città racchiuso tra il Palazzo di Giustizia e la Questura – luoghi che, nella loro stessa presenza, ricordano quanto costata sia la legalità che oggi diamo per scontata. Numerose le autorità militari e civili presenti; su tutte, il Prefetto di Belluno, dott. Antonello Roccoberton, la figura che più di ogni altra ha dato il tono istituzionale alla giornata.
A fare da filo conduttore dell’intera manifestazione, in ogni sua fase, gli uomini del 7º Reggimento Alpini, presenti anche con il picchetto d’onore. Una presenza militare che non era cornice decorativa, ma sostanza: il reggimento che porta nel nome e nel simbolo la montagna ha scandito i tempi della cerimonia con quella disciplina silenziosa che, quando c’è davvero, si vede e si sente.
Gli inni, la posa della corona d’alloro, il momento di raccoglimento nel ricordo dei caduti di entrambe le guerre mondiali. Un silenzio che non è vuoto, ma pieno di nomi.
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La Fanfara apre il corteo, e la città segue
Poi la Fanfara di Belluno ha riempito l’aria e ha aperto il corteo. È lì che accade qualcosa di bello, forse la cosa più bella: il pubblico presente non è rimasto a guardare. Si è aggiunto. Ha seguito. La fila si è allungata naturalmente, come fanno le cose vere, senza organizzazione imposta.
Il percorso non era casuale – e non solo per ragioni storiche. La città era in parte blindata per una concomitanza che difficilmente si dimentica: la Crono Belluno-Nevegal, quarta tappa del Giro d’Italia femminile, aveva trasformato Piazza dei Martiri in percorso di gara. Un incastro che avrebbe potuto creare interferenze, e che invece ha contribuito a una felice coincidenza: due manifestazioni di segno diverso, entrambe capaci di richiamare la gente in strada, entrambe all’altezza della giornata. Il tricolore sulle maglie delle cicliste e il tricolore sull’asta in Piazza Duomo, nello stesso pomeriggio, nella stessa città.
Il corteo ha dunque seguito il tracciato reso possibile dalla viabilità disponibile: Viale Fantuzzi verso il basso, Piazza Piloni, Via Carrera, Piazza Santo Stefano, e poi il passaggio sotto Porta Dojona – l’ingresso medievale che da secoli filtra chi entra e chi esce dal centro storico – fino al cuore di tutto: Piazza Duomo, proprio sotto il Palazzo della Prefettura.
Un percorso obbligato dalla logistica, ma non per questo meno suggestivo: dalla memoria della guerra alla piazza della vita civile, passando per le pietre di un centro storico che racconta sette secoli di storia bellunese.
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In Piazza Duomo: l’alzabandiera e le parole del Presidente
In Piazza Duomo l’alzabandiera è stato eseguito dal corpo speleo-alpino-fluviale dei Vigili del Fuoco di Belluno – quegli uomini che portano il tricolore anche nelle grotte e nei torrenti, dove la Repubblica non fa passerelle ma servizio. Un dettaglio non secondario, in una giornata dedicata a chi serve.
Il momento più alto è arrivato con la lettura del messaggio del Presidente della Repubblica, affidata in prima persona al Prefetto di Belluno. Non un funzionario delegato, non uno schermo: le parole del Capo dello Stato lette da chi rappresenta lo Stato sul territorio, davanti a una folla numerosa e attenta. C’è ancora qualcosa di solenne, in questo gesto. E fa bene che ci sia.
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Il Gruppo di Salce c’era. Gli altri?
Il Gruppo Alpini di Salce era presente con il proprio gagliardetto. Come sempre. E come sempre, la presenza non è stata solo simbolica: è stata fisica, visibile, puntuale. Perché quando si tratta di stare sotto una bandiera, gli Alpini di Salce ci sono.
Ma c’è un dato che non si può ignorare, e che sarebbe disonesto tacere: in una cerimonia di questa portata – 80° anniversario della Repubblica, giornata nazionale, presenza del Prefetto, folla numerosa – i gagliardetti di gruppo presenti erano soltanto cinque in tutto, Salce compreso.
Cinque. In una sezione che conta decine di gruppi sul territorio provinciale.
Non è una critica fine a se stessa. È una domanda che merita risposta. Le cerimonie civili non sono un optional nella tradizione alpina: sono il luogo in cui i valori che ci appartengono – patria, servizio, memoria – si fanno visibili alla comunità. Quando mancano i gagliardetti, non manca solo un simbolo. Manca una presenza. Manca un pezzo di quella testimonianza silenziosa e costante che ha sempre distinto gli Alpini dal folklore.
Vale la pena che la Sezione e i Gruppi riflettano su questo. Non con spirito polemico, ma con quella franchezza che, tra Alpini, non è mai mancata.
Michele Sacchet
Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, gli italiani andarono a votare e scelsero la Repubblica. Molti di loro erano reduci. Molti avevano perso qualcuno. Eppure andarono, e votarono, e costruirono qualcosa. Il minimo che possiamo fare è ricordarlo. Possibilmente, in piazza, con il cappello.
Gruppo Alpini di Salce – Belluno | Col Maòr