MILAN ZAJEC: SEI GIORNI NELL’INFERNO DELLA FOIBA
La testimonianza integrale del sopravvissuto di Macesnova Gorica
Veliki Gaber, Slovenia – Giugno 1945
Quando Milan Zajec, ventenne di Veliki Gaber presso Trebnje, scrisse la sua testimonianza nel campo profughi di Senigallia nell’estate del 1947, aveva ancora impresse nella mente le immagini di quei sei giorni passati nel brezno di Macesnova Gorica. Sei giorni tra i morti, tra i moribondi, tra il sangue e l’orrore. Sei giorni che avrebbero dovuto essere la sua tomba e che invece, per un miracolo che ancora oggi sfida la comprensione, divennero la sua via di salvezza.
La sua è una delle testimonianze più complete e agghiaccianti sui massacri del Kočevski Rog. Scritta a poche settimane dalla fuga, quando i ricordi erano ancora freschi e il dolore ancora vivo, rappresenta un documento storico di inestimabile valore.
Milan Zajec emigrò poi negli Stati Uniti, a Cleveland, e dopo la democratizzazione della Slovenia dichiarò che non avrebbe mai più messo piede in patria finché i comunisti non avessero completamente lasciato il potere. Mantenne la parola fino alla morte.
UNA FAMIGLIA DECIMATA
Milan Zajec nacque l’8 ottobre 1925 a Veliki Gaber, nella casa numero 3, conosciuta come “Mivčevi” in dialetto locale. Era una famiglia numerosa, come tante nelle campagne slovene: undici fratelli in tutto. Uno morì giovane, gli altri dieci crebbero in quella terra aspra tra la Slovenia centrale e la Dolenjska.
Quando scoppiò la guerra, sei dei fratelli Zajec presero strade diverse ma finirono tutti nella stessa parte: i domobranci, la Guardia Territoriale Slovena che combatté al fianco delle forze dell’Asse contro i partigiani comunisti di Tito.
Janez, il primo a cadere, morì in combattimento a Črnomelj nel 1944. Aveva poco più di vent’anni.
Poi vennero Jože, Tone, Ignac e Stanislav. Tutti e quattro furono uccisi nel dopoguerra, nel Kočevski Rog, probabilmente nello stesso brezno dove Milan avrebbe dovuto morire con loro.
Milan doveva essere il sesto. Ma il destino aveva altri piani.
LA GUERRA DI UN RAGAZZO
Milan Zajec non era un militare di professione, non era un fanatico, non era nemmeno maggiorenne quando entrò nei domobranci. Era semplicemente un ragazzo di campagna che, come tanti altri, si trovò travolto dagli eventi di una guerra civile che dilaniò la Slovenia.
Iniziò nella cosiddetta “posadna četa” – la compagnia di guarnigione – a Novo mesto. Poi fu trasferito alla 5ª compagnia a Lubiana. Il suo ultimo incarico fu nella posadka oklepnega vlaka, la guarnigione del treno blindato che pattugliava le linee ferroviarie tra Postojna e Borovnica, e tra Lubiana e Kočevje.
Un lavoro pericoloso: i partigiani attaccavano regolarmente i convogli, facevano saltare i binari, tendevano imboscate. Ma Milan sopravvisse alla guerra. Fu il dopoguerra a volerlo morto.
Il comandante del treno blindato era il tenente Gomiršek, che aveva il comando a Grosuplje. Il capo del treno era il sergente Miro Romanjuk. Nomi che Milan avrebbe ricordato per sempre, insieme a migliaia di altri dettagli di quei giorni terribili tra maggio e giugno 1945.
L’ULTIMA BATTAGLIA: KOČEVJE, 2 MAGGIO 1945
Il 2 maggio 1945, alle 6:30 del mattino, i partigiani lanciarono un attacco massiccio contro Kočevje dal lato di Rudnik. Fu una battaglia breve ma violenta.
“Dopo pochi minuti di sparatoria furono uccisi due partigiani e un corriere. La 61ª compagnia, comandata dal capitano Šabič, recuperò numerosi documenti comunisti. Attaccarono con mitragliatrici e artiglieria fino alle 11.”
Poi accadde qualcosa di strano. Alle 11 in punto, una donna arrivò al comando tedesco con una bandiera bianca e una lettera. I domobranci non seppero mai con certezza cosa contenesse quella lettera. Ma secondo il sergente maggiore Jože Zajc della 61ª compagnia, che parlò con un soldato tedesco, il messaggio era chiaro: i partigiani chiedevano ai tedeschi di ritirarsi pacificamente verso il territorio tedesco, lasciando i domobranci al loro destino.
Durante il cessate il fuoco, dalle 11 alle 17, la maggior parte delle unità tedesche si ritirò attraverso Kočevje verso Ribnica. Nel pomeriggio, l’atmosfera tra domobranci e tedeschi divenne tesa: pattugliavano separatamente, con crescente ostilità reciproca.
Alle 17, i partigiani ripresero a bombardare Kočevje con l’artiglieria. L’artiglieria domobranec rispose dal Rudnik.
Verso mezzanotte, le pattuglie domobranci scoprirono che i tedeschi si erano ritirati dai loro bunker senza preavviso. L’ordine di ritirata fu immediato.
“L’artiglieria domobranec dovette combattere contro i partigiani che attaccavano. I domobranci che accorsero in aiuto con i cavalli salvarono tre cannoni. Il treno blindato, tre giorni prima dell’attacco, era stato portato a Lubiana dal sergente, che disse che andava in riparazione. Portò via quasi tutto l’equipaggio. I 13 di noi rimasti si unirono alla 61ª compagnia.”
Fu l’ultima battaglia di Milan Zajec. Quello che venne dopo non fu più guerra: fu massacro.
IL TRADIMENTO DI VIKTRING
La ritirata verso l’Austria fu un calvario. Attraverso Ribnica, Grosuplje, poi verso nord, sempre più a nord, inseguiti dai partigiani, decimati dalla stanchezza e dalla fame.
Il 29 maggio 1945, nel campo di Viktring presso Klagenfurt, in Austria, sembrò finalmente arrivare la salvezza. I domobranci erano sotto protezione britannica. Erano al sicuro.
O almeno così credevano.
Quel giorno, il comandante del reparto di artiglieria dei domobranci sloveni convocò tutti e annunciò una notizia che li riempì di speranza:
“Abbiamo ricevuto l’ordine dal comando superiore di andare in Italia, nell’esercito del Re Pietro. Lì riceveremo armi e uniformi nuove e faremo parte dell’esercito alleato per iniziare la liberazione della Jugoslavia dal comunismo ateo senza Dio.”
“Tutti ci rallegrammo,” avrebbe scritto Milan, “perché così avremmo ripreso la lotta per la liberazione della nostra bella patria là dove l’avevamo interrotta.”
Ma c’era qualcosa di strano. Il tenente Gomiršek, prima della preghiera di partenza, disse parole che gelarono il sangue:
“Molimo za srečno pot, ker ne znamo kam gremo”
“Preghiamo per un viaggio sicuro, perché non sappiamo dove stiamo andando”
Quelle parole sarebbero risuonate nella mente di Milan per il resto della sua vita.
IL VIAGGIO VERSO LA MORTE
Partirono l’8 maggio, verso sera. Il viaggio durò tutta la notte. Attraversarono di nuovo il confine, rientrando in territorio controllato dai partigiani jugoslavi.
“Viaggiammo dalla mattina alle otto fino alle cinque del pomeriggio. Avevamo con noi il cibo. Gli inglesi ci avevano dato zucchero, biscotti e conserve. Durante il viaggio cantavamo, ma l’impressione era in qualche modo tetra.”
A Podroščica, la verità si rivelò in tutta la sua crudeltà.
“Incontrammo i partigiani di Tito, per lo più bosniaci mobilizzati verso la fine del 1944. Non ci guardavano male, forse perché avevamo le coccarde reali. Ci dissero che erano venuti per i cavalli e i carri.”
“Presto arrivò il treno e si fermò a poche centinaia di metri dalla stazione. Scesero i partigiani e andarono nel bosco. Noi informammo subito il nostro comando, che rispose che non avevamo nulla da temere, perché eravamo su un trasporto inglese.”
Ma quando iniziarono a caricarli sui vagoni, la maschera cadde.
“Poiché agli inglesi non sembrava abbastanza veloce, iniziarono a picchiarci e a spingerci con i calci dei fucili in modo piuttosto brutale.”
“Per gli ufficiali c’era un vagone passeggeri separato, ma non ci stavano tutti. Con me c’era anche il sottotenente Martinc nel vagone bestiame. Quando chiusero i vagoni, gli inglesi avevano i fucili puntati, pronti a sparare. Fu allora che i partigiani si avvicinarono e iniziarono a minacciarci con la morte.”
Il treno si fermò in un tunnel per mezz’ora. Poi i partigiani iniziarono a entrare nei vagoni.
“Iniziarono ad aprire i vagoni e a irrompere dentro, togliendoci con la forza vestiti, orologi, cinture e altri oggetti di valore. Martinc chiese con che diritto lo facessero, dato che eravamo su un trasporto inglese. Loro risero.”
KRANJ: PEGGIO DEL GIORNO DEL GIUDIZIO
Arrivarono a Kranj all’alba, affamati, assetati, esausti.
“A Kranj ci costrinsero a scendere. Fu peggio del giorno del giudizio.”
Quello che Milan vide quel giorno a Kranj gli avrebbe perseguitato per il resto della vita.
“Ci cacciarono appena fuori da Kranj in un campo fatto di baracche di legno. Ci portarono nel cortile di questo campo e mentre aspettavamo cosa sarebbe successo, trascinarono dentro un domobranec diciassettenne, France Koman, di Dravalje.”
L’ESECUZIONE DI FRANCE KOMAN
“Con una mitragliatrice gli fecero saltare i denti e lo torturarono a lungo fisicamente e psicologicamente. Poi il commissario partigiano, che dichiarò di essere di Vrhnika e di aver combattuto nel Litorale, gli sparò una raffica in testa, dopo che la mitragliatrice gli si era prima inceppata.”
“Poi chiese a noi presenti se qualcuno si voleva far fucilare volontariamente. Devo dire che Koman France era completamente calmo e non disse una parola. L’assassino lasciò il cadavere lì fino al mattino.”
“Quando il giorno dopo il comandante di Kranj arrivò a cavallo nel campo con un cane, il cane iniziò ad annusare il cadavere, al che il comandante commentò causticamente: ‘Mi sembra strano che il cane voglia annusare il sangue di un traditore.’ All’inizio ordinò di gettare il cadavere nella latrina, poi ci ripensò e lo fece seppellire proprio lì nel cortile, a pochi metri da noi.”
France Koman aveva diciassette anni. Fu ucciso davanti a centinaia di prigionieri come monito. Il suo unico crimine era essere un domobranec.
IL TRASPORTO FINALE
Il 1° giugno 1945, dopo dodici giorni a Kranj tra interrogatori, pestaggi e terrore, arrivò il momento del trasporto finale.
“Ci cacciarono dal campo attraverso la città di Kranj scortati da carri armati e cannoni. Dalla gente piovevano su di noi insulti come traditori e assassini e c’erano molte domande su dove avevamo lasciato il vescovo e Rupnik.”
“Quando ci portarono alla stazione, iniziarono a caricarci sui vagoni bestiame picchiandoci con i calci dei fucili, insultandoci e minacciandoci. Ci caricarono da 60 a 80 in ogni vagone, così eravamo completamente stipati.”
Il viaggio durò tutta la notte. Direzione: Kočevje.
KOČEVJE: L’ULTIMA ZUPPA
Arrivarono alla stazione di Kočevje all’alba del 2 giugno. Li fecero scendere e li portarono al Marijino gojišče, il seminario mariano.
“Ci fecero stare in piedi nel cortile per circa un’ora. Ci diedero la zuppa in contenitori di latta che raccogliemmo dall’immondizia. Chi riceveva la zuppa doveva usarla il più velocemente possibile e gettare il contenitore nel bidone della spazzatura.”
Milan riuscì a rivedere i suoi tre fratelli – Tone, Nace e Stane – nel cortile del ginnasio. Il fratello Janez era ancora nell’edificio. Era l’ultima volta che li vedeva vivi.
“Nelle lattine vuote ci versarono un po’ di fagioli e foglie di barbabietola, non cotti e senza sale. Ma non ci permisero di mangiare. Non tutti avevamo ancora ricevuto quella zuppa quando arrivò l’ordine di mettersi in formazione a quattro per quattro.”
“Procedemmo attraverso la città, dove c’erano partigiani come formiche. Non si vedevano civili da nessuna parte; solo una ragazza stava dietro la stazione ferroviaria, guardando tristemente il nostro corteo funebre.”
“Camminavamo per la strada principale, oltre il ponte Rinža, oltre la chiesa e il castello, verso la Casa del Lavoratore. Davanti alla Casa c’era una baracca dove vedemmo mucchi di uniformi militari, ammucchiate e con macchie di sangue.”
Proseguirono oltre Kočevje, verso la foresta. Verso il Kočevski Rog.
IL BREZNO DI MACESNOVA GORICA
Qui la testimonianza scritta di Milan Zajec del 1947 diventa frammentaria. I ricordi sono troppo dolorosi, troppo confusi. Ma da altre fonti e dalle testimonianze degli altri sopravvissuti possiamo ricostruire cosa accadde.
I prigionieri furono portati attraverso la foresta in una marcia forzata che durò ore. Chi rallentava veniva picchiato. Chi cadeva veniva lasciato sul posto.
Quando arrivarono al brezno di Macesnova Gorica, capirono che quello era il posto.
I partigiani li facevano avvicinare al bordo in gruppi, legati insieme con fil di ferro. Poi li fucilavano con raffiche di mitragliatrice. I corpi – morti e feriti insieme – precipitavano nel brezno profondo 16 metri.
Milan Zajec cadde nel vuoto. Non sa se fu colpito o se semplicemente fu trascinato giù dal peso degli altri corpi legati a lui. Non sa nemmeno come il fil di ferro che lo legava agli altri si sia spezzato – forse un proiettile, forse l’impatto.
Quando riprese conoscenza, era in fondo al brezno, sepolto sotto altri corpi.
SEI GIORNI NELL’INFERNO
Il brezno di Macesnova Gorica è profondo 16 metri nella caduta verticale, poi i corpi rotolavano altri 15-20 metri verso i lati della cavità. In totale, uno spazio di circa 500 metri quadrati coperto di corpi.
Milan non era solo. C’erano altri sopravvissuti alla caduta. Molti erano feriti. Alcuni morivano lentamente. Altri urlavano per il dolore. Altri ancora imploravano aiuto.
Il sopravvissuto France Kozina avrebbe poi scritto:
“V breznu je bilo še veliko živih. Bili so ena sama strašna stokajoča in jokajoča gomila.” (Nel brezno c’erano ancora molti vivi. Erano un’unica terribile massa gemebonda e piangente.)
Milan si tenne insieme ad altri sopravvissuti: Karel Turk di Retje presso Loški Potok, Janko Svetet di Preserje, a volte anche Janez Jančar di Mala Stara vas.
LA PRIMA NOTTE: IL TENTATIVO FALLITO
La prima notte cercarono di salvarsi arrampicandosi su un tronco di faggio che era caduto nel brezno. Ma il tronco era troppo lontano dalle pareti.
France Kozina avrebbe ricordato:
“Io riuscii diverse volte ad arrampicarmi in cima al tronco, dove poi lo scuotevo con tutta la mia forza per avvicinarlo alla parete. Chiamavo quelli di sotto di ammucchiare cadaveri e pietre contro il tronco.”
Ma non funzionò. Il tronco rimaneva troppo distante.
IL SECONDO GIORNO: LA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA
All’alba del secondo giorno, qualcuno ebbe un’idea: forse c’era un tunnel laterale, una via d’uscita nascosta.
“Iniziammo a tirare i corpi nudi che erano incastrati e intrecciati come radici di un forte faggio. Le loro articolazioni scricchiolavano. E quando stava già emergendo uno spazio vuoto, i cadaveri nudi e scivolosi vi si riversarono dentro.”
Esplorarono le cavità laterali nella semioscurità, brancolando tra i morti, cercando disperatamente aria fresca, un cunicolo, qualsiasi cosa.
Trovarono solo roccia.
IL TERZO GIORNO: L’ARRIVO DI NUOVE VITTIME
“Poco dopo sentimmo il rombo dei camion e le urla dei partigiani. Iniziarono a sparare. Nuove vittime cadevano nel brezno.”
Altri corpi precipitarono dall’alto. Altri urla. Altro sangue.
Poi il silenzio.
Milan pensò che avrebbero versato benzina e dato fuoco a tutto.
IL MINAMENTO
Invece arrivò qualcosa di peggio.
“Quando osservavo dal riparo, all’improvviso una forte esplosione mi gettò all’indietro, e poco dopo un’altra.”
I partigiani stavano facendo saltare il brezno con la dinamite per coprire le tracce del massacro.
Tonnellate di roccia precipitarono nella cavità. Il boato fu assordante. La polvere accecante.
“Pesanti pietre e rocce che caddero nel brezno respinsero i cadaveri che quasi ci seppellirono nel tunnel laterale.”
Ma il minamento fece cadere anche altro nel brezno: un grosso tronco d’albero.
Quello stesso tronco che avrebbe salvato la vita di sei uomini.
IL QUARTO E QUINTO GIORNO: FAME, SETE, DISPERAZIONE
Non c’era acqua. Non c’era cibo. Solo l’odore dei morti in decomposizione. Solo il buio, rotto occasionalmente da un raggio di luce dall’alto.
Alcuni sopravvissuti alla caduta morirono in quei giorni. Gli archeologi che hanno scavato il brezno nel 2022 hanno trovato circa 40 corpi in posizioni che indicano che erano sopravvissuti alla caduta ma erano morti cercando di uscire.
22 corpi nella parte occidentale della cavità. Due in un cunicolo cieco. Cinque su una sporgenza rocciosa. Morirono di fame, di sete, di ferite, di soffocamento.
Milan, Karel, France e gli altri resistettero.
IL SESTO GIORNO: LA SALVEZZA
Il sesto giorno, forse il settimo – nei ricordi confusi dei sopravvissuti le giornate si sovrapponevano – arrivò il momento della fuga.
Il grosso tronco caduto con le esplosioni aveva creato una specie di rampa verso l’alto. Non arrivava fino al bordo, ma si avvicinava abbastanza alla parete rocciosa.
Uno dopo l’altro, si arrampicarono. Le mani sanguinavano. Le forze venivano meno. Ma la disperazione dava energia.
“Začel sem plezati in uspelo mi je prilesti do roba. Vse je bilo tiho, le nekoliko stran je gorel ogenj.”
“Iniziai ad arrampicarmi e riuscii a raggiungere il bordo.
Tutto era silenzioso, solo un po’ più in là bruciava un fuoco.“
Janez Janša padre, in una testimonianza del 1993
Milan Zajec ce la fece. Uscì dal brezno nella notte. La foresta era silenziosa. I partigiani se n’erano andati.
In tutto, sei uomini riuscirono a salvarsi:
- Milan Zajec
- France Dejak
- France Kozina
- Janez Janša (padre del futuro premier)
- Karel Turk
- Alojz Vesel
Forse ce ne furono altri due, ma non si conosce la loro identità.
LA FUGA
Uscire dal brezno era solo l’inizio. Ora dovevano fuggire attraverso una foresta controllata dai partigiani, senza scarpe, senza cibo, feriti, esausti.
“Ci slekli smo si srajce in perilo in si jih ovili in povezali okrog nog.” (Ci togliemmo le camicie e la biancheria intima e ce le avvolgemmo intorno ai piedi.)
Camminarono di notte, nascondendosi di giorno. Bevevano acqua dai ruscelli. Mangiavano bacche, erba, qualsiasi cosa.
Alcuni si separarono subito. Altri rimasero insieme per un po’. Milan tornò verso casa, verso Veliki Gaber, sapendo che non poteva fermarsi lì ma sperando di vedere qualcuno, di avere notizie.
Dei suoi quattro fratelli infoibati, non trovò traccia. Erano morti tutti nel brezno.
I MESI DA FUGGIASCO
Milan si nascose nelle foreste intorno a Veliki Gaber per mesi. La zia lo aiutò, portandogli cibo di nascosto nella casa a Stehanja vas presso Zagorica.
Ma non poteva restare. I partigiani lo cercavano. Se lo avessero trovato, sarebbe morto.
Nell’aprile 1946, quasi un anno dopo la sua fuga dal brezno, Milan riuscì finalmente a scappare in Italia.
LA TESTIMONIANZA
Nel campo profughi di Senigallia, nell’estate del 1947, Milan Zajec scrisse la sua testimonianza. Aveva 21 anni. I ricordi erano ancora freschi, il dolore ancora vivo.
La testimonianza fu pubblicata in Argentina nel 1949, in quattro volumi, con il titolo “Ušel sem smrti” (Sono sfuggito alla morte).
Nel 1998, il sacerdote Ciril Turk la ripubblicò nel libro “Ušli so smrti” (Sono sfuggiti alla morte), edito dalla Mohorjeva založba di Celovec, con questa nota:
“Su sua espressa richiesta, la pubblichiamo nella forma in cui fu scritta allora, senza correzioni.”
È un documento prezioso. Non solo per la precisione dei dettagli – i nomi, i luoghi, le date, gli eventi – ma per la sua umanità. Milan non cerca di presentarsi come un eroe. Non nasconde il fatto che i domobranci avevano combattuto dalla parte dell’Asse. Non giustifica, non accusa. Semplicemente racconta.
E in quel racconto c’è tutta l’assurdità della guerra civile, tutta la crudeltà del fanatismo ideologico, tutto l’orrore della violenza di massa.
L’ESILIO

Milan Zajec si stabilì negli Stati Uniti, a Cleveland, Ohio. Lì ricostruì la sua vita. Si sposò, ebbe una famiglia, lavorò.
Ma non dimenticò mai. Non perdonò mai.
Quando la Slovenia divenne indipendente nel 1991, quando cominciarono a emergere le prime verità sui massacri del dopoguerra, quando iniziarono le commemorazioni, Milan fu invitato a tornare.
Rispose con una frase che divenne famosa:
“Non tornerò in Slovenia finché i comunisti non avranno completamente lasciato il potere.”
E mantenne la parola. Non tornò mai.
Partecipò però al convegno internazionale “Bleiburg 1945-1995” a Zagabria nel maggio 1995. Fu lì che la televisione croata (HTV) registrò un’intervista con lui.
L’intervista fu trasmessa una volta durante il convegno. Poi non fu mai più mandata in onda.
Milan Zajec morì in esilio, portando con sé i ricordi di quei sei giorni nell’inferno, i volti dei suoi quattro fratelli morti, l’immagine del ragazzo diciassettenne giustiziato a Kranj, le voci dei moribondi nel brezno.
IL LASCITO
La testimonianza di Milan Zajec è stata fondamentale per il lavoro della Commissione governativa slovena presieduta dallo storico Jože Dežman.
Grazie ai dettagli forniti da Milan e dagli altri sopravvissuti, la Commissione è riuscita a:
- Localizzare con precisione il brezno di Macesnova Gorica
- Ricostruire la cronologia esatta degli eventi
- Identificare le rotte dei trasporti
- Stimare il numero delle vittime
Tra il 2019 e il 2022, dalla foiba di Macesnova Gorica sono stati riesumati 3.540 corpi.
È il più grande massacro singolo nella storia slovena.
Gli archeologi hanno confermato tutti i dettagli della testimonianza di Milan:
- Il brezno profondo 16 metri con ulteriori rotolamenti di 15-20 metri ✓
- Il minamento con tonnellate di roccia ✓
- Il tronco d’albero caduto che permise la fuga ✓
- I circa 40 sopravvissuti alla caduta morti cercando una via d’uscita ✓
- Le esecuzioni con raffiche di mitragliatrice ✓
Tutto corrispondeva.
EPILOGO: LA MEMORIA CHE NON MUORE
Nel giugno 2020, il primo ministro sloveno Janez Janša – figlio di uno dei sei sopravvissuti – tenne un discorso commemorativo al brezno di Macesnova Gorica. Disse:
“Il 25 giugno 1945, 75 anni fa, da Belgrado Edvard Kardelj inviò un dispaccio personale a Boris Kidrič a Lubiana chiedendo una pulizia più rapida ed esecuzioni più veloci. Gli omicidi furono accelerati e mio padre fu trasportato a Kočevje.”
“Mio padre non aveva ancora 14 anni quando iniziò la guerra. Un anno dopo scavò la propria tomba durante un rastrellamento degli occupanti italiani. Poi si nascose oltre il nuovo confine tedesco-italiano. Fece la guardia al posto dei domobranci a Polhov Gradec. Fuggì dalla prigione del castello di Lubiana. Fu condannato a 20 mesi di lavori forzati e mandato al campo di concentramento di Dachau. Si unì agli altri domobranci in ritirata verso Viktring. Fu rimandato in Jugoslavia e al campo partigiano di Šentvid presso Lubiana.”
“E poi cadde in questo brezno.”
“Ma sopravvisse. E sua testimonianza ci ha portato qui.”
La storia di Milan Zajec è la storia di migliaia di giovani sloveni che si trovarono dalla parte sbagliata della storia. Non erano angeli. Molti avevano combattuto per cause indifendibili. Ma erano esseri umani.
E meritavano un processo, non un brezno.
La loro storia merita di essere raccontata. Tutta intera. Senza sconti ma anche senza odio.
Perché solo la verità completa può portare vera riconciliazione.
Milan Zajec
Veliki Gaber, 8 ottobre 1925 – Cleveland, Ohio, 20 dicembre 2013
Sopravvissuto al brezno di Macesnova Gorica
Testimone della storia
NOTA STORICA
Questo articolo si basa sulla testimonianza scritta da Milan Zajec nel 1947 nel campo profughi di Senigallia, pubblicata per la prima volta in Argentina nel 1949 e ripubblicata da Ciril Turk nel 1998 nel libro “Ušli so smrti” (Mohorjeva založba, Celovec). Ulteriori dettagli provengono dalle testimonianze degli altri sopravvissuti (France Dejak, France Kozina, Janez Janša sr., Karel Turk, Alojz Vesel) e dai rapporti archeologici della Commissione governativa slovena per le fosse comuni (2019-2022).
Le citazioni in sloveno sono state tradotte mantenendo il più possibile il senso e il tono originale.
Michele Sacchet
© Gruppo Alpini Salce – Per non dimenticare
In copertina Croci dei Rosari delle Vittime nell’Abisso sotto Macesnova Gorica. FOTO: Pavel Jamnik
