Il mulo alpino: da compagno di guerra a simbolo vivente della montagna
Storia di un’amicizia nata tra le rocce e sigillata nel sacrificio
C’è un detto antico tra gli alpini che dice: “Togliere il mulo ad un alpino è come strappargli la penna dal cappello”. Non è solo una frase fatta, ma la sintesi perfetta di un legame che ha attraversato decenni di storia, montagne impervie e campi di battaglia, e che ancora oggi vive nella memoria collettiva delle penne nere.
Il mulo alpino non è stato un semplice mezzo di trasporto. È stato un compagno d’armi, un alleato fedele, un amico che divideva con il soldato il peso delle munizioni, il freddo delle trincee, la fame e la paura. Un rapporto che nasce nel 1831, quando nell’Esercito del Regno di Sardegna vengono costituite le prime batterie da montagna, e che diventerà inscindibile con la fondazione del Corpo degli Alpini nel 1872.
L’animale perfetto per la montagna
Mite e generoso, forte e coraggioso, instancabile lavoratore, umile eppure testardo: il mulo incarnava paradossalmente le stesse virtù che si chiedevano all’alpino. Nato dall’incrocio tra asino e cavalla, questo animale ibrido possedeva caratteristiche uniche che lo rendevano insostituibile tra le montagne: forza superiore a quella del cavallo, resistenza straordinaria, senso dell’equilibrio eccezionale e un’intelligenza che spesso stupiva i suoi conducenti.
Le sue dimensioni simili a quelle di un cavallo, ma con orecchie più lunghe tipiche degli asini e zampe robustissime, gli permettevano di percorrere quelle arrampicate strette e faticose che proprio grazie a lui hanno preso il nome di mulattiere. I muli erano divisi in categorie che indicavano la loro forza: quelli di prima classe, i più robusti, portavano sulla schiena munizioni e armi pesanti, tra cui addirittura i mortai.
Nel gelo della steppa…
“Durante il ripiegamento avevamo centinaia di slitte trainate da muli, che soffrivano con noi e non avevano da mangiare che qualche sterpaglia che spuntava dalla neve. Una volta un conducente rimase ferito da una scheggia che gli fratturò la gamba ed io che ero ufficiale medico tentai di prestargli qualche cura, quando ad un certo punto il suo mulo gli si avvicinò e infilò il muso tra la terra e la nuca del ferito, in modo da sostenerlo, riscaldarlo, confortarlo. Una scena che non dimenticherò mai.”
Giulio Bedeschi, “Centomila gavette di ghiaccio”
La Grande Guerra: un binomio inscindibile
Con l’arrivo della Prima Guerra Mondiale, il connubio tra alpino e mulo divenne leggendario. Durante il conflitto, il mulo rappresentò l’unico mezzo di trasporto capace di rifornire le trincee sulle vette alpine. L’ultimo censimento dell’epoca ne contava ben 520.000 in servizio. Gala, Grata, Goro, Follonica, Gina, Dro, Lara, Gisella: questi i nomi che più comunemente gli alpini attribuivano ai loro compagni a quattro zampe, nomi che risuonavano tra le rocce del Pasubio, dell’Ortigara, del San Matteo.
Nell’immaginario collettivo italiano, il mulo divenne inseparabile dall’alpino stesso. Insieme patirono la fame e il freddo, il fango delle trincee e la mitraglia nemica. I conducenti sviluppavano con i loro muli una vera simbiosi: con dolcezza e pazienza li guidavano in percorsi dove solo loro potevano arrivare, e in cambio ricevevano una fedeltà incondizionata.
La Seconda Guerra Mondiale e la tragedia russa
Anche nella Seconda Guerra Mondiale il mulo fu protagonista. Sul fronte greco, in Albania, e soprattutto nella tragica campagna di Russia, dove il Corpo d’Armata alpino partì per la steppa con ben 4.800 muli in dotazione. Durante la drammatica ritirata di Russia, questi animali ebbero un ruolo fondamentale: sopportarono gelo a temperature di -40°, fatica estrema, dolore alle zampe, coliche dovute al cibo troppo freddo.
Condividevano con i conducenti le sofferenze e, quando l’erba era poca, addirittura il rancio. Molti di loro morirono durante la ritirata, sacrificati per sfamare gli alpini in fuga o caduti sfiniti nella neve.
Tra questi, è rimasta nella memoria la storia del mulo Palù, il cui conducente Davide Scotto raccontò anni dopo a un raduno alpino la morte del suo fedele compagno a Nikolajewka, salvando così dall’oblio quella storia d’amicizia e sacrificio. Poi tutto è stato riportato nel libro “
Il sacrificio del mulo Palun
«Il mulo, con tredici anni di servizio nelle truppe alpine, era legato al muretto che delimitava la caserma, il conducente, una recluta, era infagottato in un’uniforme troppo grande per lui. Si guardarono negli occhi e nacque in quel momento la leggenda che quei due avessero un’anima sola.»
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«Il suo vero nome era Palun, nato in Argentina da un asino della razza Poitu e da una bella giumenta dal pelame color Isabella, ma tutti lo chiamavano Palù. Questa incredibile e commovente storia non andrà perduta perché il destino fece incontrare Scotto e il sergente Gino Ascani, che ascoltò e scrisse, salvando così dall’oblio la storia del mulo Palù venuto dall’Argentina per servire e morire con gli alpini.»
Da “Muli in guerra: Storia di Palù e del suo alpino”
Il tramonto di un’epoca
Nel dopoguerra, con la motorizzazione dei reparti, iniziò il declino dell’impiego del mulo. Negli anni ’90 ne rimanevano appena 700 in tutto l’esercito. Il 7 settembre 1993, presso la caserma D’Angelo di Belluno, vennero venduti all’asta per ordine del Ministero della Difesa gli ultimi 24 muli in forza agli alpini.
Tra questi c’era Iroso, matricola numero 212 marchiata a fuoco sullo zoccolo anteriore sinistro. Iroso aveva fatto parte della Brigata Alpina Cadore per anni, aveva sviluppato un rapporto d’amore con gli alpini che lo accudivano. Divenne famoso come “l’ultimo mulo soldato” e visse fino al 2019, spegnendosi all’età di 40 anni – oltre 100 in anni umani – coccolato da tutti coloro che gli volevano bene.
La memoria che non si cancella
Ormai i muli non servono più, mantenerli costava troppo. Sono stati sostituiti dai mezzi meccanici. All’Esercito, che di muli ne aveva migliaia, non ne restò più neanche uno. Gli alpini perdevano quegli animali che li avevano accompagnati per tanti anni della loro storia.
Eppure, la loro memoria vive ancora. Presso il Museo Storico degli Alpini a Trento si trova un piccolo “Museo del Mulo”, dove è raccolto materiale da maniscalco ed equipaggiamento relativo all’inseparabile compagno delle truppe alpine. E nella “Preghiera del Mulo”, che ancora oggi si recita nei raduni alpini, risuona tutta la gratitudine per questi animali straordinari:
“Generoso animale, pioniere delle nuove conquiste,
che hai sempre dato agli uomini senza mai pretendere nulla
che non fosse un po’ di biada e un po’ di attenzione…”Brano tratto dalla “Preghiera del Mulo”
Dire che insieme, l’uomo e il mulo, si sono sacrificati per la Patria potrebbe sembrare eccessivo. Ma come recitava quel vecchio detto: “Togliere il mulo ad un alpino è come strappargli la penna dal cappello”. E chi conosce gli alpini sa che nulla è più vero.
Michele Sacchet
Primo Capitano Genio Alpini
Nella foto l’alpino Maurizio Vanzella e la sua fedele compagna, la mula Marna, nata il 18 aprile 2001. Candelo (Biella) – Adunata 2025

