Filippo Dessole: la lapide sul mare e la storia ritrovata di un finanziere

Per non dimenticare9 min di lettura

Storie ritrovate · Cannigione, Sardegna

La lapide sul mare e la storia di Filippo Dessole

di Michele Sacchet

Una passeggiata durante le ferie, un nome inciso nella pietra e una domanda che non mi ha lasciato: chi era Filippo Dessole?

La lapide di Filippo Dessole a CanniggioneDurante le mie ferie a Cannigione avevo preso l’abitudine di passeggiare al mattino lungo il mare. Una mattina, passando al porto, il mio sguardo si è fermato su una lapide, proprio là, a picco sull’acqua. La mattina dopo ci sono passato ancora. Ho letto il nome: Filippo Dessole. Ho scattato una fotografia, ma la foto da sola non bastava a rispondere alla domanda che quella pietra aveva acceso.

Chi era? Perché il suo ricordo si trovava in quel punto, dove oggi passano decine di persone in vacanza, barche e famiglie in passeggiata?

Finite le ferie, tornato a casa, ho fatto una ricerca sul net e….  ….niente.
Nessuna notizia. Nessuno sapeva nulla di lui, se non un messaggio su Facebook di una signora che, curiosa come me, chiedeva se qualcuno conoscesse la sua storia.

Nessuno.

Così ho scritto alla Guardia di Finanza del luogo. La mia richiesta è stata indirizzata al Reparto Tecnico Logistico Amministrativo Sardegna. Il 19 agosto 2026 mi è arrivata la risposta, firmata d’ordine dal comandante del Reparto Comando in sede vacante, capitano Vincenzo Garau. Insieme alla lettera c’erano il foglio matricolare, un estratto dell’atto di morte e le relazioni scritte nell’estate del 1940. La lapide aveva finalmente una voce.

Un uomo, prima di un nome sulla pietra

Filippo Dessole era nato a Sassari il 10 giugno 1900, figlio di Gavino e di Giovanna Maria Contini. Prima di indossare la divisa della regia Guardia di Finanza faceva il carrettiere.

La prima volta Filippo Dessole prestò servizio nell’Esercito, durante la Prima guerra mondiale. Non era ancora un finanziere. Era un carrettiere di Sassari, nato il 10 giugno 1900: quando venne chiamato alle armi, il 20 marzo 1918, aveva diciassette anni.

Il suo foglio matricolare lo colloca nel deposito del 46° Reggimento fanteria dal 20 aprile 1918. Il 5 novembre dello stesso anno compare la qualifica di zappatore. È un dettaglio che aiuta a immaginarlo giovane, impegnato nei lavori affidati ai soldati, ma il documento non dice che sia stato al fronte né indica battaglie a cui abbia partecipato. Sarebbe scorretto attribuirgliele.

Il 27 febbraio 1919 fu posto in congedo provvisorio. Venne richiamato il 1° dicembre 1919, ma pochi giorni dopo fu visitato all’ospedale militare di Cagliari. Il 15 dicembre venne assegnato in modo permanente ai servizi sedentari e il giorno seguente tornò in congedo. Il foglio non specifica quale condizione abbia portato a quella decisione medica.

Questa, dunque, è la sua prima esperienza militare: la leva nell’Esercito, iniziata quando era ancora un ragazzo, con un breve richiamo alla fine del 1919. La scelta di entrare volontariamente nella Regia Guardia di Finanza, per una ferma di tre anni, arrivò dopo, il 10 agosto 1920. Sono due capitoli distinti della sua vita.

Nell’estate del 1940, richiamato alle armi, prestava servizio come guardia della Regia Guardia di Finanza nella brigata di Cannigione. Aveva appena compiuto quarant’anni. A Sassari lo aspettavano la moglie, Grazietta Marras, e i loro quattro figli. Il più grande aveva soltanto sei anni.

Questi particolari, dispersi fra moduli e relazioni, cambiano il modo di guardare quella lapide. Non vi si legge soltanto la sorte di un militare nell’anno in cui l’Italia entrò in guerra. Si intravede una casa, una famiglia numerosa, una vita quotidiana interrotta.

La sera dell’8 agosto 1940

Le carte raccontano che, quella sera, il finanziere Giorgio Lentini era comandato al «governo quadrupedi». Verso le 19:30 portò due cavalli in dotazione al reparto, Iside e Buggianu, vicino alla caserma per dar loro foraggio e acqua. Lì c’erano anche altri finanzieri, fra i quali Filippo. Terminato quel lavoro, intorno alle 20:30 Lentini si preparò a ricondurre gli animali alla stalla, distante circa quattrocento metri.

Filippo era stato male e aveva ottenuto dal medico del reparto quattro giorni di riposo, che terminavano proprio l’8 agosto. Non aveva ricevuto l’ordine di occuparsi dei cavalli. Vedendo il collega da solo, si offrì spontaneamente di aiutarlo: prese Iside per le briglie e lo accompagnò verso la stalla. Camminavano parlando.

Lentini entrò per primo. Poco dopo vide che Iside era entrato nella stalla da solo. Si voltò e trovò Filippo a terra, presso l’ingresso, con sangue dalla testa e dal naso. Chiamò aiuto; il finanziere Paolo Daga e alcune persone del posto contribuirono a riportare il ferito alla sede della brigata. Il comandante Antonio Melis, informato mentre si trovava ad Arzachena, fece intervenire il tenente medico Vincenzo D’Ambrosio, che raggiunse Cannigione con un’automobile presa a noleggio.

Filippo era ancora in grado di parlare. Al medico raccontò che, mentre teneva Iside per le briglie, il cavallo lo aveva spinto violentemente contro lo spigolo esterno della porta della stalla. Il medico lo medicò e ordinò il trasporto all’ospedale militare di Arzachena. Vi arrivò verso le 23:15, accompagnato da Lentini. Le lesioni alla testa erano gravissime. Nonostante le cure, Filippo morì alle 4:45 del 9 agosto 1940.

Nessuno aveva però visto l’istante esatto dell’urto. La relazione successiva considerò probabile lo scarto del cavallo, ma non poté escludere che un calcio avesse scaraventato Filippo contro lo stesso spigolo. Il suo racconto al medico resta una testimonianza preziosa; le carte non consentono di trasformarla in una certezza sulla dinamica materiale.

Le domande dei superiori

Il comandante della 15ª Legione, colonnello Giovanni Acampora, non si fermò alla prima ricostruzione. Nella relazione del 16 agosto segnalò carenze nell’organizzazione della cura dei cavalli, comunicazioni tardive e contraddittorie sulla causa dell’incidente, la mancata raccolta formale delle parole pronunciate dal ferito e il tempo trascorso prima del ricovero. Chiese chiarimenti anche sull’assenza del comandante della brigata e sulla consegna alla vedova del denaro trovato fra gli effetti personali di Filippo.

Dopo ulteriori accertamenti ad Arzachena e Cannigione, il 3 settembre precisò che Filippo non era comandato al servizio dei cavalli e che nessuno gli aveva dato quell’ordine. Il medico aveva ritenuto sufficiente accompagnare personalmente il ferito durante il viaggio in ospedale; per questo il comandante Melis non era salito sull’auto. La differenza fra i primi messaggi — uno parlava di un calcio, gli altri dello scarto di Iside — nasceva da informazioni iniziali discordanti, non da una dinamica definitivamente accertata. Acampora rilevò irregolarità nel modo in cui Melis aveva documentato un proprio servizio e annunciò un provvedimento disciplinare per quel profilo; concluse però che non risultavano responsabilità penali di alcuno per la morte di Filippo.

Il 10 agosto si tennero i funerali ad Arzachena. La relazione parla della partecipazione delle autorità civili e militari e di molti abitanti del paese. Grazietta, avvisata a Sassari, riuscì ad arrivare in tempo per vedere il marito e assistere alla cerimonia.

Nelle pagine successive la vicenda continua ben oltre il funerale. Tra gli effetti di Filippo erano state trovate 448 lire e 20 centesimi: il comando le aveva consegnate a Grazietta, che si trovava in difficoltà economiche. Il pretore di La Maddalena fece poi presente che la somma avrebbe dovuto essere depositata a favore dei figli minori. Dopo aver valutato la modesta entità della somma e la situazione familiare, ritenne che non fosse necessario chiederne la restituzione. Il comando si propose inoltre di chiedere un sussidio alla Cassa del Corpo e di avviare, se richiesto dalla vedova, la pratica per un’eventuale pensione. Le relazioni documentano queste iniziative, senza dirci l’esito finale delle domande.

Acampora scrisse anche di aver disposto un ricordo marmoreo sulla tomba di Filippo, perché la popolazione di Arzachena e i finanzieri di Cannigione conservassero memoria di quell’uomo. I documenti attestano questa disposizione; non dimostrano, da soli, che la lapide da me incontrata sul mare sia proprio quel ricordo.

Tornare a guardare la lapide

Quando ripenso a quelle passeggiate sul lungomare, la lapide non è più soltanto un segno nel paesaggio. Ora so il nome dell’uomo che vi è ricordato, conosco la data della sua morte e so che dietro di lui rimasero Grazietta e quattro bambini. So anche quanto dobbiamo essere cauti nel raccontare ciò che accadde: le relazioni non concordano del tutto sulla dinamica e un documento d’archivio non deve diventare una scena inventata.

Resta però un fatto semplice, che attraversa ottantasei anni e arriva fino a quella pietra davanti al mare: una sera Filippo si fece avanti per aiutare un compagno. Era un gesto ordinario. Fu l’ultimo della sua vita.

Ringrazio la Guardia di Finanza e il capitano Vincenzo Garau per avermi consentito, con la documentazione trasmessa, di restituire un volto umano al nome che avevo incontrato per caso durante le ferie.

Ricordare comincia spesso così: fermarsi, leggere e voler sapere.

Michele Sacchet

Fonti documentarie: fogli matricolari, estratto dell’atto di morte del Comune di Sassari e relazioni della 15ª Legione territoriale della Regia Guardia di Finanza di Cagliari del 16 agosto e del 3 settembre 1940; documentazione trasmessa al sottoscritto dal Reparto Tecnico Logistico Amministrativo Sardegna con lettera del 19 agosto 2026.

Contesto storico: Museo Storico della Guardia di Finanza, «I Finanzieri nella II Guerra Mondiale»; «L’impiego della Guardia di finanza nella difesa costiera nel secondo conflitto mondiale».

Per approfondire, un articolo correlato: La guerra di “Tino”.

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