De Sica, Totò e l’onore degli italiani: quando il cinema raccontò la scelta davanti ai tedeschi

Vittorio De Sica e Hannes Messemer faccia a faccia in una scena del film Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959)

Dal dramma de «Il generale Della Rovere» alla celebre pernacchia de «I due marescialli», fino al colonnello Di Maggio de «I due colonnelli»: tre film diversissimi e una stessa domanda. Che cosa resta di un uomo quando arriva il momento di scegliere?

Ci sono momenti, nella storia, in cui tutto ciò che tiene insieme una vita — la divisa, il grado, l’ordine ricevuto, il giuramento prestato — smette improvvisamente di funzionare. L’8 settembre 1943 fu esattamente uno di quei momenti. Alle 19.42 la voce di Pietro Badoglio annunciò per radio l’armistizio firmato in segreto cinque giorni prima a Cassibile; poche ore dopo il Re e il governo lasciarono Roma per Brindisi, mentre alle divisioni sparse fra Francia, Balcani, Grecia ed Egeo non arrivava nessun ordine chiaro su che cosa fare dei tedeschi che fino al giorno prima erano alleati.

In quel vuoto di comando, centinaia di migliaia di militari italiani si trovarono a dover decidere da soli. Non c’era un manuale, non c’era una gerarchia a cui appoggiarsi, non c’era nemmeno il tempo di pensarci sopra. C’era solo un uomo, spesso giovanissimo, e una domanda: e adesso io che cosa faccio?

Il cinema italiano ha raccontato quel momento in modi sorprendentemente diversi. Lo ha fatto con il dramma asciutto di Roberto Rossellini, ma anche — e non è affatto un paradosso — con la commedia di Sergio Corbucci e di Steno. Tre film, tre registi, due grandissimi attori come Vittorio De Sica e Totò, e un unico nodo che ritorna sempre uguale: il momento in cui l’obbedienza e la coscienza si separano, e bisogna scegliere quale delle due seguire.

Un impostore che diventa il Generale

Il generale Della Rovere, diretto da Roberto Rossellini e uscito nel 1959, nasce da un soggetto di Indro Montanelli, che nel febbraio 1944 era stato rinchiuso nel braccio politico del carcere milanese di San Vittore e lì aveva incrociato per pochi giorni un uomo che si presentava come generale. Da quel ricordo Montanelli ricavò prima il racconto e poi, con Sergio Amidei e Diego Fabbri, la sceneggiatura del film.

Il protagonista, Emanuele Bardone (nel racconto di Montanelli si chiama Giovanni Bertone), è interpretato da Vittorio De Sica ed è tutto tranne che un eroe: giocatore d’azzardo, millantatore, truffatore di professione, spilla denaro ai familiari dei detenuti politici promettendo interventi che non è in grado di garantire. Non è un antifascista: è un opportunista che campa sulla disperazione altrui.

Quando i tedeschi lo arrestano, il colonnello Müller — interpretato dall’attore tedesco Hannes Messemer — gli propone uno scambio: salvare la pelle in cambio di un servizio. Bardone dovrà entrare a San Vittore fingendosi il generale Della Rovere, ufficiale badogliano ucciso per errore al momento dello sbarco, e individuare fra i detenuti il capo della Resistenza noto come «Fabrizio».

Quello che succede dopo è il cuore morale del film. Nel braccio politico gli altri prigionieri lo guardano come si guarda un generale: gli chiedono conforto, gli affidano messaggi per le famiglie, si mettono sull’attenti quando passa. Bardone recita, all’inizio per convenienza. Poi qualcosa si inceppa. Recitare la dignità, giorno dopo giorno, davanti a uomini che stanno per morire, finisce per costargli più della verità. E quando finalmente sa chi è «Fabrizio», il truffatore non lo consegna: sceglie di tacere e di andare a morire al posto dell’uomo che aveva soltanto finto di essere.

Rossellini non trasforma questa vicenda in una favola consolatoria. Bardone non diventa buono: diventa responsabile, che è una cosa più faticosa. E il colonnello Müller non è la caricatura del nazista da fumetto, ma un uomo intelligente e freddo che osserva quella metamorfosi quasi con rispetto, senza mai smettere di essere ciò che è. È proprio questa mancanza di scorciatoie a rendere il film ancora oggi scomodo e attuale. Nel 1959 Il generale Della Rovere vinse il Leone d’oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, a pari merito con La grande guerra di Mario Monicelli: due film che, da versanti opposti, dicevano la stessa cosa sull’Italia in guerra.

Vale la pena aggiungere una nota storica che il film non racconta. L’uomo vero da cui tutto è partito si chiamava Giovanni Bertoni: era davvero un imbroglione, era davvero utilizzato dai tedeschi come informatore, fu scoperto e fucilato nel campo di Fossoli nel 1944. Il salto morale del personaggio appartiene alla letteratura e al cinema, non alla cronaca. Ma è proprio quel salto a spiegare perché il film ci riguardi: perché racconta una possibilità, non una statistica.

Vittorio De Sica: quando un impostore impara l’onore

Vittorio De Sica nel ruolo di Emanuele Bardone, il falso generale Della Rovere, nel film di Roberto Rossellini del 1959

Vittorio De Sica in una scena de Il generale Della Rovere (Roberto Rossellini, 1959). Fotogramma del film – Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Nato a Sora nel 1901 e morto a Parigi nel 1974, Vittorio De Sica è stato una delle figure più grandi del cinema italiano: regista di Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D. e Il giardino dei Finzi Contini, tre volte premiato con l’Oscar per il miglior film straniero. Ma è stato anche, per tutta la vita, un attore che accettava quasi ogni parte: giocatore accanito, sempre a corto di denaro, spesso costretto a recitare in film minori per finanziare i propri.

Rossellini lo scelse proprio per questo. Nessuno meglio di lui poteva interpretare un uomo che vive di apparenze e che a un certo punto scopre che la parte recitata gli si è attaccata addosso. Quando Bardone smette di fingere non è perché ha capito la politica: è perché ha capito lo sguardo degli altri. È un onore imparato tardi, quasi per contagio. E forse per questo, sullo schermo, risulta più credibile di tanti eroismi di professione.

Poi arrivò Totò. E bastò una pernacchia

Due anni dopo, nel 1961, Sergio Corbucci porta in sala I due marescialli, e la stessa Italia dell’8 settembre viene raccontata in tutt’altro registro. Siamo a Scalitto, paese immaginario del Centro Italia. Durante un bombardamento un ladro di professione, Antonio Capurro (Totò), e il maresciallo dei carabinieri Vittorio Cotone (di nuovo Vittorio De Sica) si ritrovano l’uno nella divisa dell’altro: Capurro finisce vestito da maresciallo, Cotone da prete.

Da quello scambio di abiti nasce tutta la commedia. Il falso maresciallo deve trattare con il comando tedesco che occupa il paese; il falso prete, che è il vero carabiniere, protegge sfollati e ricercati e convince il ladro a fare il doppio gioco. È una vicenda paradossale, eppure racconta una verità storica precisa: dopo l’armistizio, in centinaia di paesi italiani, l’autorità legittima si dissolse e chi restò a fare da argine lo fece quasi sempre senza mandato, improvvisando, con documenti falsi e uniformi non sue.

E poi c’è la scena che tutti ricordano. Davanti all’ufficiale tedesco, Totò — in divisa da maresciallo, cioè travestito da autorità mentre autorità non è — fa una pernacchia. Non spara, non arringa, non pronuncia discorsi patriottici: gonfia le guance e soffia. In quel gesto minimo c’è tutta una tradizione popolare italiana: il potere che si prende sul serio viene disarmato dal ridicolo. Cinque anni prima, in L’oro di Napoli (1954), diretto proprio da De Sica, l’episodio «Il professore» con Eduardo De Filippo aveva addirittura fatto della pernacchia una tecnica da insegnare, l’arma di chi non ne ha altre contro l’arroganza dei potenti.

Sarebbe sbagliato leggerci una resistenza vera: la pernacchia non libera nessun paese e non salva nessuna vita. Ma è il primo gesto di chi si rifiuta di avere paura fino in fondo, ed è per questo che gli italiani l’hanno amata tanto. In una stagione in cui l’obbedienza era diventata un’abitudine, ridere di chi comanda significava ricordarsi di non appartenergli.

Totò: quando ridere diventa una forma di resistenza

Totò in divisa da maresciallo dei carabinieri fa una pernacchia davanti a un ufficiale tedesco nel film I due marescialli del 1961

Totò nella celebre scena della pernacchia de I due marescialli (Sergio Corbucci, 1961). Fotogramma del film – Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Antonio de Curtis, per tutti Totò, non è mai stato un attore politico. Eppure i suoi film degli anni Sessanta sono attraversati da una figura ricorrente: l’italiano piccolo, spaventato, senza potere, che di fronte all’autorità trova come unica arma il corpo, la faccia, la voce. Non la retorica: il ridicolo.

È una forma di libertà minima ma non trascurabile. Chi ride di un’autorità sta dicendo, senza dirlo, che quell’autorità non lo possiede. In un paese occupato, dove la paura era la regola e il silenzio la prudenza, questo bastava a segnare una linea. Non era coraggio da medaglia: era la scintilla da cui, per molti, il coraggio vero è poi cominciato.

Totò diventa colonnello

Nel 1962 Steno dirige I due colonnelli, e Totò indossa i gradi di colonnello dell’Esercito italiano: è Antonio Di Maggio, comandante del presidio di Montegreco, un paesino immaginario al confine fra Grecia e Albania. Di fronte a lui, il colonnello britannico Timothy Henderson, interpretato dall’attore americano Walter Pidgeon; al suo fianco il sergente maggiore Quaglia, cioè Nino Taranto.

Per buona parte del film si ride: il paese passa di mano da un esercito all’altro con la leggerezza di una porta girevole, i due colonnelli si contendono le stesse posizioni e le stesse attenzioni femminili, la guerra sembra una recita fra gentiluomini un po’ ridicoli. Poi, di colpo, la commedia cambia temperatura.

Arriva l’ordine tedesco di distruggere il paese. Di Maggio è un ufficiale di carriera, un uomo che ha passato la vita a eseguire ordini e a farli eseguire; e proprio lui si ferma. Rifiuta. Non per calcolo politico, non perché abbia scelto uno schieramento: perché quell’ordine, semplicemente, non si concilia con quello che è. Viene arrestato e condannato a morte, e si salva soltanto perché la storia — l’8 settembre, l’arrivo degli inglesi — lo raggiunge appena in tempo.

È una scena breve, incastonata in un film comico, e forse proprio per questo colpisce così a fondo. Ci dice che la coscienza non è patrimonio degli eroi di professione: può accendersi in un uomo qualunque, magari goffo, magari vanitoso, nel momento esatto in cui gli viene chiesto di fare qualcosa che non può fare. Ed è esattamente la situazione in cui, dopo l’armistizio, si trovarono migliaia di ufficiali e soldati italiani veri, senza sceneggiatura e senza lieto fine garantito.

8 settembre 1943: quando non c’erano più risposte facili

L’armistizio era stato firmato a Cassibile il 3 settembre 1943 e fu reso pubblico l’8 settembre alle 19.42. Il proclama di Badoglio ordinava di cessare le ostilità contro gli angloamericani e di reagire «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza»: una formula che non nominava mai i tedeschi e che lasciava ai comandi periferici l’onere di interpretarla. Il Re e il governo lasciarono Roma; la catena di comando si spezzò.

La Germania reagì con l’operazione «Achse», pianificata da tempo: disarmare e catturare le forze italiane in Italia e in tutti i territori occupati. Circa un milione di militari italiani fu catturato; oltre 800.000 furono deportati nel Reich. Il 20 settembre 1943 Hitler dispose che non fossero considerati prigionieri di guerra ma «internati militari» (IMI), sottraendoli così alle tutele della Convenzione di Ginevra.

A ciascuno di loro fu offerta ripetutamente una via d’uscita: aderire alla Repubblica Sociale e alla Germania, e tornare a casa in divisa. Circa 600.000 dissero no, e restarono nei lager fino alla fine della guerra. Fra le 37.000 e le 50.000 persone non tornarono. Fu, nei fatti, la più grande obiezione di massa della storia italiana: silenziosa, senza armi e senza proclami.

Tre film, la stessa domanda

Emanuele Bardone, Antonio Capurro, Antonio Di Maggio. Un truffatore, un ladro, un ufficiale di carriera. Tre personaggi che non hanno nulla in comune, e che invece si assomigliano moltissimo.

Tutti e tre partono da una maschera: una divisa non propria, un grado usurpato, un ruolo recitato. Tutti e tre arrivano, per strade diverse, allo stesso punto: un limite che non sono disposti a superare. Bardone lo trova nel silenzio che salva un altro uomo. Capurro lo trova in un gesto sguaiato che gli restituisce la dignità di non avere padroni. Di Maggio lo trova in un ordine che si rifiuta di eseguire.

Nessuno dei tre è nato eroe, e nessuno dei tre sceglie perché ha capito la storia: scelgono perché a un certo punto capiscono se stessi. È una differenza importante, e i tre film la mettono in scena con onestà. Non c’è nessuna Italia buona contrapposta a nessuna Germania cattiva. C’è un colonnello tedesco lucido e civile che manovra un italiano corrotto; ci sono italiani che si arricchiscono sull’occupazione e italiani che denunciano i vicini; ci sono tedeschi che eseguono ordini criminali e altri che, nella realtà storica, si rifiutarono di farlo. La guerra, come abbiamo già raccontato su queste pagine parlando di una interprete giapponese sepolta in un cimitero del Veneto, non sceglie patria: sceglie destini individuali.

Se questi tre film continuano a parlarci, è perché non ci chiedono di schierarci a posteriori, quando la risposta giusta è già stampata sui libri. Ci chiedono una cosa più difficile: di immaginare di non saperla ancora.

Gli Alpini e il significato della scelta

Ufficiali italiani catturati da paracadutisti tedeschi subito dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943

Ufficiali italiani catturati da paracadutisti tedeschi nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943. Fotografia di propaganda tedesca. Fonte: Bundesarchiv, Bild 101I-304-0604A-31 / Otto / CC-BY-SA 3.0 (Wikimedia Commons).

Adesso proviamo a chiudere gli occhi e a togliere di mezzo lo schermo.

Immaginiamo un ragazzo di vent’anni. Non un personaggio: un ragazzo vero, di Salce, di Cavarzano, della Val Belluna. È partito alpino perché così si faceva, ha imparato a portare il peso, a marciare, a fidarsi del suo caporale. La sera dell’8 settembre 1943 si trova a duemila chilometri da casa — in Montenegro, in Grecia, in Albania, sulle Alpi occidentali — e da una radio gracchiante sente che la guerra è finita. Ma nessuno gli dice contro chi non deve più combattere, e nessuno gli dice che cosa deve fare domattina.

Intorno a lui gli ufficiali discutono a bassa voce. Qualcuno dice di consegnare le armi e aspettare, che i tedeschi sono ancora camerati. Qualcuno dice di sparire nei boschi. Qualcuno dice di combattere. Il ragazzo ha vent’anni, ha fame, ha paura, ha una madre che non vede da due anni. E deve decidere entro poche ore.

Non è una scelta fra il bene e il male: è una scelta fra rischi diversi, tutti enormi, presa senza informazioni e senza garanzie. Chi consegnò le armi non fu vile: molti finirono comunque su un carro bestiame. Chi scappò non fu automaticamente coraggioso: alcuni tornarono a casa, altri furono fucilati per strada. Chi restò a combattere spesso non lo fece per una bandiera, ma perché non riusciva a fare altrimenti.

Gli Alpini quella notte la vissero ovunque. I battaglioni bellunesi del 7° Reggimento Alpini conobbero il fronte francese, quello greco-albanese, la guerriglia in Montenegro e poi, per moltissimi, la deportazione in Germania. In Montenegro i reparti della 1ª Divisione alpina «Taurinense» e della Divisione di fanteria «Venezia», invece di arrendersi, restarono in armi accanto ai partigiani jugoslavi e il 2 dicembre 1943, nelle campagne di Pljevlja, diedero vita alla Divisione italiana partigiana «Garibaldi»: circa 16.000 uomini all’inizio, quasi un terzo dei quali caduti o dispersi. I superstiti rientrarono in Italia soltanto l’8 marzo 1945.

C’è poi la scelta silenziosa di chi non aveva un reparto da seguire e dovette cavarsela da solo. È la storia di Duilio Pitto, socio fondatore del nostro Gruppo, che dopo l’8 settembre fuggì da Fiume con licenze contraffatte: anche lui, come Bardone, salvò la vita grazie a un documento falso. Con una differenza non da poco: la sua non era una finzione al servizio dei tedeschi, ma contro di loro. E c’è la generazione di giovanissimi ufficiali usciti dai corsi allievi, come i «Ragazzi di Aosta ’41», che a poco più di vent’anni si trovarono a decidere non solo per sé, ma per i propri uomini.

Ecco perché, per noi Alpini, quei tre film non sono soltanto cinema. Bardone, Capurro e Di Maggio sono personaggi inventati; ma la domanda che li attraversa è la stessa che, nella notte fra l’8 e il 9 settembre 1943, ha attraversato migliaia di penne nere in carne e ossa. E la risposta che diedero non arrivò da un manuale né da un ordine superiore: arrivò da quello che erano.

Ricordarli non significa consegnarli a un monumento. Significa riconoscere che la dignità, quando serve davvero, non è mai comoda: costa, e il conto arriva sempre alla persona sbagliata, nel momento sbagliato, senza preavviso.

«Che cosa avrebbero dovuto fare?»

«Io, al loro posto,
che cosa avrei fatto?»

La seconda domanda è l’unica che conti davvero. E non ha una risposta comoda.

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