📚 IL COL MAÒR RACCONTA
Il nostro Gruppo porta il suo nome dal 1964. Nel secondo numero del Col Maòr, Mario Dell’Eva gli dedicò un lungo ritratto: «Il nostro Generale». Lo rileggiamo insieme alle altre carte dell’archivio.
Casa, giardino, fiori, api e «rocolo»
Negli anni di Col di Salce, Mario Dell’Eva lo ricorda «sempre in movimento fra casa, giardino, fiori, api e “rocolo”». Un vecchio generale fra le arnie e il roccolo, che sulla tomba di Zaccaria Bortot, «suo mezzadro ed ex attendente», prese la parola: Dell’Eva ne riporta il discorso.
Il ritratto che il Col Maòr pubblicò nel giugno 1964, firmato «Dem.», cioè dallo stesso Dell’Eva, comincia però lontano da quel giardino: «Nato a Verona, ma Bellunese di adozione, percorse quasi tutta la sua vita militare al 7° Alpini». Le date precise arriveranno solo con un articolo del luglio 2011: Pietro Zaglio era nato a Verona il 20 aprile 1885 e morì il 16 giugno 1961.
Con Salce, il legame passava anche per la moglie. Una cronaca del bollettino parrocchiale del settembre 1938, che il Col Maòr ha ritrascritto nel 2004, racconta che il 24 settembre 1913 l’allora ufficiale sposò a Salce la signora Nella Prosdocimi, la cui famiglia aveva qui la sua villa; e che a Salce visse fino all’autunno del 1936.

Il «Feltre» e una bambina ad Agordo
Aveva cominciato da volontario nel 6° Alpini, per passare poi alla Scuola Militare. Nel 1909 arrivò l’assegnazione al 7° Alpini: tenente nel battaglione «Feltre», 65ª compagnia. Dell’Eva non si lascia sfuggire la coincidenza: trentasette anni dopo, quella stessa compagnia l’avrebbe comandata suo figlio Giuseppe. Ad Agordo il giovane ufficiale si guadagnò un encomio salvando una bambina che stava per essere travolta. Con il «Feltre» combatté poi nella guerra di Libia.
Dal Monte Nero al Grappa
La Grande Guerra gli lasciò il segno addosso. Al Monte Nero, con il battaglione «Pinerolo», fu ferito una prima volta, meritando la medaglia di bronzo al valor militare: «Conduceva molto abilmente il proprio reparto sulla linea di fuoco. Ferito, rincuorava i propri dipendenti». Poi l’Alta Carnia e, al comando del battaglione «Monte Nero» dell’8° Alpini, Pal Piccolo, Pal Grande, Freikofel. Lì fu ferito di nuovo, e il comando non lo lasciò.
Dopo Caporetto venne la ritirata, combattuta passo dopo passo: il Passo della Mauria, il Piduel, Longarone, fino al Grappa. Al Col della Berretta il battaglione «Monte Clapier» aveva perso il suo comandante, e Zaglio si offrì di prenderne il posto. Alla fine, scrive Dell’Eva, «non restarono che 14 uomini e quasi tutti feriti». Il suo nome finì nel Bollettino di guerra; lui, in prigionia.
Da Belluno alla Libia
Tornata la pace, dal 1° agosto 1919 e per anni fu al comando del battaglione «Belluno». Nel 1932, colonnello, guidò il 67° Fanteria a Como; due anni più tardi era di nuovo a Belluno, questa volta alla testa del 7° Alpini. Il 1938 portò la promozione a generale, e con essa Forlì e la divisione «Rubicone». La seconda guerra mondiale lo mandò in Libia, dove comandò per tre anni la divisione «Pavia», finché una grave infermità di guerra non lo costrinse al rimpatrio; poi toccò alla divisione «Assietta», in Sicilia. Generale di Corpo d’Armata, mutilato di guerra, fu iscritto al Ruolo d’Onore.

Il ritorno a Col di Salce
L’8 settembre 1943 lo trovò «nella sua Villa di Col di Salce, malato e stanco, ma sempre fiero». E lì rimase. Nel dopoguerra le cariche si accumularono: presidente del Nastro Azzurro, dell’Associazione Combattenti, della Sezione A.N.A. di Belluno e dei Mutilati di guerra, assessore comunale, commissario dell’Ospedale Civile. E intorno alla villa, il giardino, i fiori, le api.
Il ritratto del 1964 si congeda da lui con una frase da alpino: «in un tardo pomeriggio entrò nel Paradiso di Cantore». Cinquant’anni dopo la morte, nel 2011, il Gruppo lo ricordò con una cerimonia a Salce.
Un nome che resta in famiglia
Il nome del generale non è rimasto soltanto sul gagliardetto. Quel primo gagliardetto, nel 1964, lo aveva offerto il figlio Giuseppe, tenente colonnello e socio del Gruppo (la storia dell’inaugurazione); madrina era stata la figlia Eugenia, che il Col Maòr nel 1989 ricorda come «Eugenia Zaglio Meloni». Anche l’altro figlio, Francesco, era alpino. Mezzo secolo più tardi la scena si è ripetuta: per il 50° del Gruppo, nel 2014, un nuovo gagliardetto fu «gentilmente offerto dalla famiglia Zaglio, con la piccola Chiara a fare da madrina».
Il Libro del 60° aggiunge il nipote Umberto, colonnello medico degli alpini. E un oggetto: la giubba del generale del 1913, l’anno delle nozze a Salce, che il Gruppo Alpini di Albignasego (Padova) conserva insieme alla lettera di un ufficiale austriaco del forte di Paneveggio.
Quando le fonti non coincidono
- Il grado a Caporetto. Il Libro del 60° lo dice «ferito da capitano»; una testimonianza raccolta dal Col Maòr lo chiama «maggiore» nell’ottobre 1917, e anche il ritratto del 1964 parla dell’«allora maggiore» sul Grappa.
- La promozione a capitano. Il ritratto del 1964 la colloca prima della guerra, la cronaca del 1938 la dà «per merito di guerra».
- Rommel. Il profilo del 1964 scrive che il battaglione ebbe il riconoscimento anche del nemico, «l’allora maggiore Rommel»: nel 1917 Erwin Rommel non era ancora maggiore, e il dettaglio va verificato.
- Le date di nascita e di morte vengono dall’articolo del 2011: attendono un riscontro anagrafico.
Aiutateci a ricordare
- Chi conosce la storia della villa di Col di Salce dove visse il generale?
- Chi conserva fotografie o documenti della famiglia Zaglio a Salce?
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