Visti dal nemico

Gli italiani in Russia: due memorie dell’altra parte

Dicembre 1942 – settembre 1943. Dai ricordi del carrista sovietico Sergej Otroščenkov e dalla testimonianza della civile ucraina Ekaterina Ivanovna Matejčuk, due sguardi sui soldati italiani mandati a morire a tremila chilometri da casa.

Nell’estate del 1942, Mussolini inviò sul fronte orientale l’ARMIR — l’8ª Armata Italiana in Russia — forte di 229.000 uomini schierati lungo 270 chilometri di fronte sul fiume Don. Tre corpi d’armata, di cui uno alpino con le divisioni Tridentina, Julia e Cuneense. Un contingente imponente, male equipaggiato, privo di adeguate armi anticarro, con scarpe chiodate inadatte alla neve e ai quaranta gradi sotto zero della steppa russa.

Ciò che rende straordinaria la storia dell’ARMIR non è soltanto il modo in cui fu travolta dall’offensiva sovietica del dicembre 1942 e dal gelo della ritirata. È anche il modo in cui fu vista dall’altra parte: dai soldati dell’Armata Rossa che li incontrarono sui campi di battaglia, e dai civili ucraini che li videro passare per le loro città, prima come occupanti, poi come fantasmi in rotta.

Due testimonianze conservate nell’archivio russo Ja Pomnju — «Io Ricordo» — ci restituiscono quello sguardo.

Sono voci scomode, a volte crude. Ma sono voci necessarie, perché la memoria vera non ha un’unica prospettiva.


Con gli occhi del carrista

La valle tra i due poggi cosacchi

Sergej Andreevič Otroščenkov nacque nel 1921 nella regione di Smolensk. Combatté dall’estate del 1941 fino alla resa della Germania nel maggio 1945, scappando nove volte da altrettanti carri armati in fiamme. Comandò un battaglione corazzato dalla battaglia di Korsun’ fino alla fine della guerra, distruggendo 23 carri e semoventi nemici. Fu intervistato nell’ottobre 2010, a ottantanove anni.

Un carro sovietico T-34 abbandonato vicino a Prójorovka.

L’operazione Piccolo Saturno fu il piano offensivo ridimensionato che il comando sovietico adottò nel dicembre 1942 in risposta alle mutate condizioni sul fronte meridionale. Il progetto originale — l’operazione Saturno — prevedeva obiettivi ben più ambiziosi, ma la controffensiva tedesca lanciata il 12 dicembre da Kotel’nikovo, diretta a rompere l’accerchiamento di Stalingrado, costrinse Stalin a rivedere le priorità. Le difese sovietiche della 51ª Armata del generale Erëmenko erano deboli e impreparate, e il pericolo di uno sfondamento tedesco era reale.

Il 13 dicembre Stalin prese due decisioni decisive: trasferire la potente 2ª Armata delle guardie dal fronte di Rokossovskij a quello di Erëmenko — non senza tensioni, poiché il generale Vasilevskij aveva già ordinato di sua iniziativa quel trasferimento senza consultare il dittatore, scatenando un violento scontro — e ridefinire gli obiettivi dell’offensiva con direttive più limitate e realizzabili nel breve termine. Nacque così l’operazione Piccolo Saturno, che il generale Vatutin accettò a malincuore, convinto che il piano originario avrebbe potuto portare risultati ben più decisivi.

Fu proprio Piccolo Saturno, scattata il 16 dicembre 1942, a travolgere il fronte del Don e a colpire nel punto più vulnerabile dello schieramento dell’Asse: le linee italiane e rumene.

Nell’inverno 1942-43, il carro T-34 di Otroščenkov avanzava con la 170ª Brigata Corazzata nella curva del medio Don, verso Nižnij Mamonov. I carri erano verniciati di calce bianca per mimetizzarsi con la neve. Il freddo era, come scrive Otroščenkov, «bestiale»: dentro l’acciaio faceva più freddo che all’aperto.

«Ci si avvolgeva in qualsiasi pelliccia si trovasse lungo la strada — chi in una šuba di un contadino, chi in un mantello preso chissà dove. L’uniforme era diventata un lusso teorico.»

📍 IL RICORDO

Dicembre 1942 · Chlebnyj e Petrovskij, curva del Don

L’alba sulla steppa

La 170ª Brigata Corazzata aveva preso posizione su due alture vicino ai piccoli insediamenti cosacchi di Chlebnyj e Petrovskij, a circa tre chilometri di distanza l’uno dall’altro. Tra le due colline, una bassa valle aperta.

Al mattino presto, nella neve, cominciò ad arrivare la colonna: migliaia di uomini che non marciavano più come un esercito, ma avanzavano come una folla, come qualcosa che non assomigliava più a un corpo militare organizzato. Era l’8ª Armata Italiana, che cercava una via di uscita dall’accerchiamento.

Quando le colonne italiane si trovarono all’altezza delle due alture, partì il comando. I T-34 dipinti di bianco con la calce, per mimetizzarsi nella neve, scesero dalle colline sui due fianchi della colonna italiana, contemporaneamente.

«Quando le avanguardie degli italiani furono all’altezza nostra, per le nostre colonne arrivò l’ordine: “Avanti! Schiacciateli!”. Allora li abbiamo attaccati da entrambi i fianchi. Un simile massacro non l’avevo mai visto prima. L’esercito italiano fu letteralmente macinato nella terra.»

Sergej Andreevič Otroščenkov · carrista, 170ª Brigata Corazzata

Quando i carri armati russi uscirono dalla mischia, erano cambiati di colore. Bianchi di calce al mattino, erano rossi fino alla torretta. E sui cingoli — chi ha voglia di immaginarselo, lo immagini.

Quel giorno furono catturate colonne intere di prigionieri.

📍 il ricordo

Settimane dopo · Ritorno sui luoghi della battaglia

«Ne portiamo via cinquecento al giorno»

Alcune settimane dopo, la brigata tornò sui luoghi della battaglia per documentare i carri armati perduti. Otroščenkov ricorda l’aria di quei giorni di disgelo: una puzza insopportabile che non lasciava respirare.

Le donne cosacche del posto lavoravano senza sosta per raccogliere i morti. Dissero ai soldati: «Ne portiamo via cinquecento al giorno a seppellire, e non si vede la fine». Tanti ne avevano abbattuti.

Otroščenkov annota, quasi di passaggio, un’osservazione che vale più di molte analisi storiche: a Stalingrado, se al posto degli italiani e dei rumeni ci fossero stati gli ungheresi o i tedeschi, l’offensiva sovietica non avrebbe avuto quegli stessi esiti.

«Il comando dell’Armata Rossa fece la mossa ideale», scrive, «dirigendo il colpo principale proprio sulle linee italiane e rumene.»

Il suo non è un giudizio sul coraggio dei singoli soldati. È la constatazione di ciò che accade quando si manda un esercito a combattere senza mezzi adeguati, su un fronte impossibile, per ragioni che non sono le sue.


La testimonianza di Ekaterina

Quei berretti con le piume luminose

Ekaterina Ivanovna Matejčuk aveva quattordici anni nell’ottobre del 1941 quando, all’alba, vide per la prima volta i soldati stranieri nella sua città: Krasnoarmejsk, nell’attuale regione di Donetsk, Ucraina orientale. Erano sicuramente bersaglieri.

👁 la Testimonianza diretta

«La mattina presto del 21 ottobre 1941 c’erano già truppe italiane in città. E noi bambini corremmo a guardare: che belle divise! Berretti con piume luminose, alamari…»

«Non c’era niente di male in loro, ma gli italiani se ne andarono molto rapidamente, e solo quando i tedeschi apparvero in città, e poi i tedeschi cominciarono ad atrocità, poi qui sentimmo già la differenza. Ricordo bene quanto mi terrorizzassi quando ho visto per la prima volta le persone impiccate. Ed è stato anche peggio perché la forca stava vicino alla chiesa. La maggior parte degli uomini impiccati erano giovani, e avevano cartelli sul petto con la scritta “comunista” …»

Ekaterina Ivanovna Matejčuk

Civile ucraina · Krasnoarmejsk, regione di Donetsk · Intervistata nel 2008

È una testimonianza breve, quasi marginale nel lungo racconto di Ekaterina — che fu deportata in un campo di concentramento, assistette alle impiccagioni, vide i convogli di ebrei portati fuori città. Eppure quell’immagine dei «berretti con le piume luminose» ha una forza enorme.

È lo sguardo di una bambina che non vede ancora nemici: vede uomini in divisa, alcuni con un’aria insolita e quasi pittoresca.

📍 il ricordo

21 ottobre 1941 · Krasnoarmejsk (Donetsk), Ucraina

Il primo giorno dell’occupazione italiana

Gli italiani arrivarono prima dei tedeschi e se ne andarono in fretta. Non commisero le atrocità che segnarono invece i mesi successivi, sotto l’occupazione tedesca. Ma erano pur sempre occupanti: la città era loro, le case erano loro, le strade erano loro.

I bambini corsero a vederli per curiosità — quegli alamari, quei cappelli con le piume. Una bellezza militare che nulla diceva di ciò che stava per arrivare.

La storia di Ekaterina non concede pietà facile. Subì il regime di occupazione per quasi due anni, vide cose che non si dimenticano.

Ekaterina Ivanovna con le sue sorelle

L’occupazione tedesca fu immediata e sistematica. I nuovi padroni censirono ogni abitante, affissero cartelli sulle porte con il numero di persone in età lavorativa, e misero al lavoro forzato gli adolescenti: trincee da scavare, strade da sgomberare, territorio da ripulire. Ekaterina cercò di sfuggire rifugiandosi da parenti in campagna, ma i tedeschi arrestarono sua madre e sua sorella come ostaggi finché non si presentò. Finì in un campo di concentramento ricavato nella scuola media cittadina, dove rimase sei mesi insieme a molti altri ragazzi. I guardiani tedeschi erano crudeli — una volta una sentinella le calpestò le mani di proposito mentre usciva dalla trincea, lasciandole un’unghia danneggiata per tutta la vita — e la polizia locale si rivelò persino peggiore di loro. I familiari potevano parlarle soltanto dalla finestra.

In città vide le prime impiccagioni, con i cartelli «comunista» appesi al petto dei condannati — la forca stava vicino alla chiesa, e quell’immagine non la lasciò mai. Vide passare un grande convoglio di ebrei che credeva stessero per essere trasferiti altrove: seppe dopo che erano stati uccisi fuori città. Sua cugina riuscì a nasconderne una, Rose, in un fienile di campagna: sopravvisse.

Nell’febbraio del 1943 le truppe sovietiche irruppero in città per la prima volta, dividendola in due lungo la ferrovia. I combattimenti durarono pochi giorni; il 23 febbraio i tedeschi ripresero posizione. La rappresaglia fu brutale: rastrellamenti casa per casa, granate lanciate nei seminterrati dove la gente si nascondeva, esecuzioni nelle vie dai nomi sovietici — Proletarskaya, Kommunarskaya. Gli uomini non potevano più uscire. Ekaterina tornò al campo di concentramento per altri sei mesi.

La liberazione definitiva arrivò l’8 settembre 1943, inaspettata anche per i tedeschi. Si svegliarono alle prime ore con il rumore delle Katyusha, e videro i carri armati sovietici correre per strada. Nei cortili i tedeschi fuggivano in preda al panico, seminudi, alcuni a implorare aiuto alla popolazione che poco prima avevano oppresso. Ekaterina ricorda di aver sentito, suo malgrado, qualcosa che assomigliava alla pietà. «Capii che erano anche loro costretti a combattere. Che erano anche persone.»

Ma quando ricorda gli italiani in ritirata — li rivede per la seconda e ultima volta nella sua città, nella primavera-estate del 1943 — la sua testimonianza acquista una sfumatura ulteriore, quasi straziante nella sua semplicità.

👁 Testimonianza diretta

«Poi abbiamo visto gli italiani in ritirata. Ma invece della bella forma, ora erano vestiti con dei mantelli rossi e coperte sulle spalle, e se prima cercavano galline e uova, adesso chiedevano solo buryak.»

Ekaterina Ivanovna Matejčuk

Civile ucraina · Krasnoarmejsk, regione di Donetsk · Intervistata nel 2008

Il buryak è la barbabietola da zucchero. È il cibo della fame, il cibo di chi non sceglie più. Non chiedevano da mangiare: chiedevano quello che trovavano, quello che avanzava.

Gli stessi uomini che lei aveva visto passare due anni prima con i loro berretti piumati erano adesso stracci che mendicavano una radice.

📍 il ricordo

Estate–Autunno 1943 · Krasnoarmejsk · FANTASMI in ritirata

I «mantelli rossi» e il buryak

Quando Ekaterina li rivede, gli italiani non sono più soldati. Sono uomini disfatti, avvolti in qualsiasi cosa abbiano trovato lungo la strada — lei ricorda dei mantelli rossastri, probabilmente coperte o indumenti civili raccattati nelle case abbandonate.

Chiedono cibo, il più semplice possibile. La transizione da «belle piume» a «barbabietola» racconta in due immagini senza retorica l’intera tragedia dell’ARMIR.


La riflessione

Mandati a morire: la responsabilità di chi comandava

Le due testimonianze non assolvono né condannano i soldati italiani. Li vedono come li vide chi era dall’altra parte: uomini, spesso giovani, catapultati in un conflitto che non erano attrezzati a sostenere, in un paese lontanissimo, per decisioni prese da altri.

Otroščenkov, il carro armista russo, è esplicito: gli italiani erano il punto debole dello schieramento dell’Asse non per mancanza di coraggio individuale, ma per la natura del loro equipaggiamento e del loro addestramento. I comandi sovietici lo sapevano e puntarono lì.

Non era un segreto militare: era una colpa italiana — italiana del regime, non dei soldati mandati a fare la guerra con scarpe chiodate nella neve, senza tute mimetiche, senza armi anticarro in grado di fermare un T-34, tremila chilometri da casa.

«Gli Alpini, il migliore corpo di fanteria disponibile, furono incomprensibilmente dislocati su un terreno piatto e aperto. L’invio di questi ingenti contingenti in Russia si spiega soltanto con il desiderio di ben figurare di fronte ai tedeschi.»

Dalla storia dell’ARMIR, 1942–1943 · Wikipedia — Campagna italiana di Russia

Ekaterina, la bambina ucraina diventata insegnante, non usa parole di odio per gli italiani. Li distingue chiaramente dai tedeschi, li ricorda con una certa neutralità — quasi con una distanza stupita. Sono passati, hanno occupato, se ne sono andati. Poi sono tornati in fuga, chiedendo una radice.

E in questo c’è qualcosa di profondamente umano: non la retorica degli eroi né quella dei carnefici, ma la realtà semplice e brutale della guerra. Persone normali, messe in situazioni abnormi, da decisioni che non erano le loro.

📍 per non dimenticare

26 gennaio 1943 · Nikolajewka, steppa ucraina

Nikolajewka: l’unica vittoria nella disfatta

Il 26 gennaio 1943 gli Alpini della Tridentina, guidati dal generale Luigi Reverberi, sfondarono le difese sovietiche a Nikolajewka in un attacco disperato — l’unico successo militare dell’intera tragica ritirata. Circa 20.000 uomini, di cui oltre 7.000 feriti o congelati, riuscirono a uscire dalla sacca e a raggiungere il 31 gennaio le linee amiche.

La Tridentina rimase l’unica divisione alpina a mantenersi sostanzialmente integra. Le altre — la Julia e la Cuneense — lasciarono nella steppa migliaia di morti, molti dei quali non hanno mai avuto una tomba.


La memoria

Perché ricordare da questa prospettiva

L’Associazione Nazionale Alpini custodisce la memoria di chi partì e non tornò, di chi tornò ma non era più lo stesso, di chi portò per sempre nel corpo e nello spirito il segno di quella steppa bianca. È una memoria di sacrificio e di fedeltà al proprio dovere, che merita rispetto e onore.

Ma la memoria vera — quella che serve alle generazioni future — non può essere soltanto celebrativa. Deve includere anche le domande scomode: perché furono mandati lì? Con quale equipaggiamento? Per quali calcoli politici? E deve includere lo sguardo di chi era dall’altra parte.

Note storiche — I numeri dell’ARMIR

229.000
Uomini inviati sul fronte del Don
84.830
Caduti e dispersi
30.000
Casi di congelamento
1954
Anno del rimpatrio degli ultimi prigionieri

L’8ª Armata Italiana fu travolta dall’Operazione Piccolo Saturno il 16 dicembre 1942. La ritirata dal Don durò fino al 31 gennaio 1943. Il Corpo Alpino, intatto fino al 15 gennaio, dovette affrontare una ritirata di due settimane attraverso la steppa che distrusse le divisioni Julia e Cuneense. Solo la Tridentina mantenne una coerenza organizzativa.

I superstiti tornarono in Italia nella primavera del 1943. Molti dei prigionieri morirono nei campi sovietici. Gli ultimi rimpatriarono undici anni dopo la fine della guerra.

Otroščenkov ricordava gli italiani macinati nella neve come si ricorda una battaglia vinta: con fredda soddisfazione professionale.

Ekaterina ricordava i loro berretti piumati con la sorpresa infantile di chi non capisce ancora la guerra, poi i loro mantelli rossi con qualcosa che somigliava — quasi suo malgrado — a compassione.

Nessuno dei due li odiava. Li vedevano come pedine di una partita più grande, decisa altrove.

I nomi sui sacrari, le medaglie nelle teche dei musei, le fotografie ingiallite nei cassetti delle famiglie bellunesi, venete e di tutta Italia: tutto questo racconta una parte della storia. Le parole di un carrista russo e di una bambina ucraina raccontano l’altra parte. Insieme, forse, ci fanno avvicinare alla verità e all’atrocità della guerra.

Michele Sacchet

 

 

Fonti: Archivio Ja Pomnju («Io Ricordo», iremember.ru) — memoriale del carrista Sergej Andreevič Otroščenkov, 170ª Brigata Corazzata, intervistato nell’ottobre 2010; testimonianza di Ekaterina Ivanovna Matejčuk, civile di Krasnoarmejsk (Donetsk), intervistata nel 2008 — Wikipedia — Campagna italiana di Russia e Operazione Piccolo Saturno · ArcipelagoMilano — Gli Alpini in URSS con l’ARMIR nel 1942–43 — Gotica Toscana — La Campagna di Russia, 70° anniversario.

Foto di copertina: truppe sovietiche con lo stemma catturato a un reggimento italiano. (Getty Immagini)

 

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