Il “Generale Inverno” nella storia degli Alpini
Memoria, sofferenza e dignità nei fronti più duri.
In queste giornate di freddo intenso, quando il gelo torna a farsi sentire anche nelle nostre case e nelle nostre montagne, è impossibile non fermarsi a pensare a quanto abbiano sofferto i nostri Alpini e le nostre truppe durante la ritirata di Russia dell’ARMIR.
Uomini costretti a marciare per giorni nella neve, senza riparo, senza cibo, spesso senza speranza, affrontando non solo il nemico, ma soprattutto il Generale Inverno, che non faceva sconti a nessuno.
“Era buona paglia asciutta quella su cui gli alpini finalmente dormivano,
perfino profumata perché conservava un lontano odore di campi e d’estate…
il più bel sogno per chi rischia di morire di freddo…”
— Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio
In poche righe, Giulio Bedeschi riesce a raccontare ciò che nessuna cronaca militare potrà mai restituire fino in fondo: la fame, il gelo, la stanchezza e la nostalgia degli Alpini mandati a combattere e morire in Russia.
Un odore di paglia che diventa conforto, un ricordo d’estate che scalda più di qualsiasi coperta, mentre intorno domina il silenzio bianco della steppa e il respiro del Generale Inverno.
QUANDO UNA COPERTA VALEVA LA VITA…
“20 Gennaio 1943.
Le colonne continuano a premere, ad urtarsi. Si gela. Taglio una coperta a strisce, mi fascio i piedi. Salvare i piedi è troppo importante, ho la fortuna di avere ancora le scarpe, nelle soste trovo la forza di muovere i piedi di continuo, per provare la sensibilità, per tenere viva la circolazione. Molti hanno i piedi avvolti nelle coperte, ma è come se camminassero scalzi nella neve”.
Tratto dal libro “Mai tardi” di Nuto Revelli, Cuneo (1919 – 2004)
Ufficiale degli Alpini in Russia.
Mandati lontano, impreparati al gelo
Gli Alpini della Campagna di Russia non partirono come conquistatori. Partirono come soldati che obbedivano agli ordini,
spesso senza comprendere fino in fondo la vastità, la durezza e l’assurdità di quel fronte.
Furono mandati a migliaia su una terra sconosciuta, mal equipaggiati, con divise inadatte a temperature che scendevano
ben oltre i trenta gradi sotto zero.
Il freddo non era solo una condizione climatica: era una presenza costante, un nemico che entrava nelle ossa,
che spegneva le forze, che rubava il sonno e, lentamente, la speranza.
Dei circa 230 000 soldati italiani partiti per la Russia (tra Armir e forze collegate), circa 85 000 non fecero ritorno: molti furono uccisi in combattimento, morirono per il freddo e gli stenti durante la ritirata o trovarono la morte nei campi di prigionia sovietici.
Il Corpo d’Armata Alpino all’inizio della ritirata contava oltre 60 000 uomini. Dopo la ritirata e la battaglia di Nikolaevka, i superstiti furono una minoranza: circa 13 420 Alpini uscirono dalla sacca con altri 7 500 feriti o congelati, mentre circa 40 000 rimasero indietro tra morti nella neve, dispersi o catturati.
A loro, a chi rimase lungo la strada, Nuto Revelli ha dato voce con queste parole, che sono diventate memoria condivisa di un’intera generazione.
“Io resto qui.
Addio.
Stanotte mi coprirà la neve.
E voi che ritornate a casa
pensate qualche volta
a questo cielo di Certkowo.
Io resto qui
con gli amici
in questa terra.
E voi che ritornate a casa
sappiate che anche qui,
dove riposo
in questo campo
vicino al bosco di betulle,
verrà la primavera.”
La ritirata: marce verso l’ignoto
Durante la tragica ritirata dell’inverno 1942–43, molti Alpini camminarono per giorni senza cibo sufficiente, senza riparo, con i piedi congelati e le mani inutilizzabili dal gelo. Chi cadeva, spesso non si rialzava più.
Eppure, in mezzo a quella tragedia, nacquero gesti che ancora oggi definiscono lo spirito alpino:
compagni sorretti a braccia, zaini condivisi, parole sussurrate per non lasciarsi andare al silenzio definitivo.
Non erano eroi da medaglia. Erano uomini che non volevano lasciare solo un altro uomo.
LA NEVE COME CUSCINO – In marcia verso ovest…
“Sulla neve di Russia la colonna avanzava ininterrottamente puntando all’ovest, dolorando per centomila membra ma instancabile, infrenabile nell’intero corpo in movimento; abbandonava sulla neve i relitti procedendo senza tregua, ed erano ormai corpi vivi che si reclinavano sulla neve, corpi d’uomini che si abbattevano di schianto o poggiavano il ginocchio incapaci a sollevarlo e si chinavano quindi in giù, sempre più in giù con le braccia che affondavano fino al polso, poi fino al gomito, tirate giù dal demone della neve… la neve è morbida come un materasso e non è neppure fredda; si può appoggiarvi perfino la guancia e la fronte senza danno, pare un cuscino, per un minuto solo ci si può stare…”.
Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio
26 gennaio 1943 – Nikolajewka
Il 26 gennaio 1943 si combatté la battaglia di Nikolajewka, uno degli episodi più drammatici della Campagna di Russia. Le truppe italo-tedesche, stremate dai combattimenti e dal gelo, tentarono di rompere l’accerchiamento sovietico nella grande sacca del Don.
Davanti al villaggio di Nikolajewka, difeso dall’Armata Rossa, fu chiamata all’attacco la Divisione Alpina Tridentina, unica unità italiana ancora in grado di combattere. I battaglioni Vestone, Verona, Valchiese e Tirano, poi affiancati da Edolo e Valcamonica sotto il comando del generale Luigi Reverberi, affrontarono un nemico numericamente superiore e pesantemente armato.
Dopo ore di combattimenti durissimi, nella neve e nel gelo, gli Alpini riuscirono ad aprire un varco, ma il prezzo pagato, in numero di caduti e prigionieri, fu altissimo.
Oggi Nikolajewka non esiste più, assorbita dalla città di Livenka, ma il suo nome resta nella memoria alpina come simbolo di sacrificio e resistenza.
UNA MINESTRA CONDIVISA – Oltre la guerra…
“…Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba (tipica abitazione rurale russa, ndr). Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria.
“Mnié khocetsia iestj” (“datemi da mangiare”) – dico.
Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata.
“Spaziba” (“grazie”) – dico quando ho finito.
E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto.
“Pasausta” (“prego”) – mi risponde con semplicità.
I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.”.
Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve
Ricordare oggi, per rispetto
Ricordare gli Alpini morti in Russia non significa glorificare una guerra sbagliata.
Significa onorare il sacrificio di uomini mandati a morire lontano da casa, spesso senza voce e senza scelta.
Per noi Alpini di oggi la memoria non è retorica. È responsabilità. È rispetto.
È insegnare alle nuove generazioni che dietro ogni nome inciso su una lapide c’è una storia fatta di freddo, paura, solidarietà e amore per i compagni.
Questo ricordo nasce dal cuore: dal freddo di oggi che ci permette, almeno per un istante, di immaginare il freddo di allora e di rendere omaggio a chi non è tornato.
