L’Indovina del Don
Fronte del Don · 16 Dicembre 1942 · Operazione Piccolo Saturno
L’Indovina del Don
Un bersagliere ferito in un campo di girasoli. Un soldato russo che non spara. Un libretto di Bergamo nella neve. E il pensiero che vola a Caravaggio.
Dalle memorie di Lev Ivanovič Zhdanov · 115° Reggimento fucilieri della Guardia · 38ª Divisione
Ci sono incontri che la guerra non dovrebbe permettere, eppure accadono. Due uomini si trovano faccia a faccia, uno armato e l’altro no, e per un momento il meccanismo dell’uccisione si inceppa. Qualcosa di umano si insinua tra il mirino e il bersaglio.
Era l’alba del 16 dicembre 1942. Lungo il corso medio del Don, nelle steppe innevate della Russia meridionale, stava scoccando l’Operazione Piccolo Saturno: l’offensiva sovietica che avrebbe spezzato il fronte italiano e sigillato il destino di Stalingrado. Tra i soldati russi della 38ª Divisione fucilieri della Guardia c’era un ragazzo di diciannove anni, disegnatore di talento, appassionato d’arte. Si chiamava Lev Ivanovič Zhdanov.
In quel giorno scrisse — molti anni dopo — una delle pagine più straordinarie e a noi sconosciute della memorialistica di guerra e dell’ARMIR: l’incontro con un bersagliere italiano ferito tra i campi di girasole morti. E il pensiero che subito gli corse alla mente: Caravaggio.
16 · XII · MCMXLII — Note al contesto
Il teatro — Rive del Don presso Bogučar, Voronezh. Fronte di 270 km tenuto dall’8ª Armata italiana. L’Operazione Piccolo Saturno rompe il fronte in più punti simultaneamente.
Il protagonista russo — Lev Ivanovič Zhdanov, soldato della 5ª compagnia, 2° battaglione, 115° Reggimento fucilieri della Guardia. Diciannove anni. Disegnatore, amante dell’arte.
Il protagonista ignoto — Un bersagliere italiano, probabilmente della Divisione Celere, ferito nella ritirata. Nome sconosciuto. Presumibilmente di Bergamo, o destinatario di un dono augurale da un prete bergamasco.
Le fonti — Memorie manoscritte di Lev Zhdanov (27 fogli dattiloscritti), Museo scolastico di Poltavka, distretto di Bogučar; Volgograd Pravda, agosto 2014; boguchar-pamyat.ru.
La scena
L’assalto, il bunker, e poi — una figura tra i girasoli
L’attacco alle trincee italiane cominciò con la risalita di un versante di burrone ghiacciato. Le pallottole fischiavano — «piu-u-u, piu-u-u» — e la schiena madida di sudore si gelava a ogni raffica. Un commilitone fu colpito in pieno da una mina davanti agli occhi di Zhdanov: nell’esplosione non restò che una buca, qualcosa di informe, e sulla neve macchie di sangue rosate, come fossero fiori.
Il suo tenente avanzava eretto, senza chinarsi. Poi saltò dentro la trincea italiana. Zhdanov lo seguì. Ci furono corpi che cedettero morbidi sotto i loro piedi. Gli italiani uscivano dai camminamenti con le mani alzate, urlando qualcosa. Dentro un bunker abbandonato — pareti di assi bianche, stufa ancora accesa — trovò una pistola incisa e dorata sotto il cuscino. Poi uscì di nuovo nel freddo.
Tra i filari del girasole secco, vide una figura stesa nella neve. Si avvicinò. Era un italiano. La ferita doveva essere seria. Il viso era contratto in una smorfia di dolore e di spavento — perché Zhdanov stringeva ancora il fucile.
«Italiano! Italiano!» cominciò a gemere il ferito, in fretta. Un commilitone urlò da lontano: «Chi c’è?» — «Un italiano ferito.» — «Sparagli!» — e continuò a camminare.
Zhdanov abbassò il fucile. Come si fa a «sparagli»? Non siamo in combattimento. Non posso uccidere un ferito, neanche un nemico. Indicò all’italiano la strada maestra: «Là c’è la medicina! La medicina!» Vide negli occhi dell’altro un calore, qualcosa come riconoscenza. Pensò: Forse lo raccolgono i civili del posto. Capitava.
Due mondi, uno sguardo
Il giovane del Caravaggio e il bersagliere nel girasole
Quel viso — tondo, ricciuto, dagli occhi neri profondi — aveva già attraversato la mente di Zhdanov. Quando lo vide nella neve, qualcosa scattò: un’immagine vista su una rivista scolastica, una riproduzione di un vecchio quadro romano.
La Buona Ventura, o L’indovina: un’opera giovanile di Michelangelo Merisi da Caravaggio, dipinta intorno al 1594. Una giovane gitana legge la mano a un elegante cavaliere. Il ragazzo ha un viso tondo, ricciuto, gli occhi neri e profondi. Non sa che gli viene sfilato l’anello dal dito mentre sorride alla bella indovina. Il quadro esiste in due versioni, conservate ai Musei Capitolini di Roma e al Louvre di Parigi.
Caravaggio era lombardo, nato a Milano da una famiglia bergamasca. E il libretto di preghiere che Zhdanov stava per trovare nella neve — era stampato a Bergamo. Una coincidenza che il soldato russo non poteva sapere. Ma i due fili si toccavano, anche senza che nessuno li tenesse.
Musei Capitolini, Roma. È questo il viso che Zhdanov vide nel bersagliere ferito.
Il cavaliere dell’indovina non sa che gli stanno sfilando l’anello. Sorride alla gitana, fiducioso, un po’ ingenuo. Il bersagliere nei girasoli non sapeva nulla di ciò che stava accadendo intorno a lui — non sapeva dell’offensiva, non capiva la lingua del ragazzo che lo stava guardando, non sapeva se sarebbe sopravvissuto all’ora successiva. Ma anche lui guardava con quegli occhi: grandi, neri, carichi di una fiducia disperata.
L’occhio di un artista non si spegne mai, neanche in guerra. Anzi: in guerra è forse più acuto, perché ogni momento potrebbe essere l’ultimo e quindi ogni momento vale la pena di essere davvero visto. Zhdanov aveva dentro di sé un archivio di immagini — le riviste d’arte, le riproduzioni, le lezioni scolastiche. E quando la realtà gli mise davanti un volto abbastanza forte da attivare quell’archivio, il collegamento scattò da solo.
La memoria
«Quel volto… Molto simile a quel soldato italiano rimasto là, nei girasoli del Don…»
Lev Ivanovič Zhdanov scrisse queste memorie molto tempo dopo la guerra. Non aveva dimenticato nulla. Aveva il libretto di preghiere sul tavolo mentre scriveva, lo apriva di tanto in tanto, guardava la Madonnina con il bambino sulla prima pagina, rileggeva la dedica in italiano che non capiva ma aveva trascritto lettera per lettera.
Era un oggetto che lo costringeva a ricordare. Non la battaglia — quella la ricordava comunque. Ma quel momento preciso: il ferito nei girasoli, la scelta di non sparare, lo sguardo di riconoscenza. E poi il pensiero che non lo aveva mai abbandonato del tutto.
«Quando prendo in mano quel libretto, rivedo sempre il primo giorno dell’offensiva sul Medio Don — il 16 dicembre 1942, i campi di girasole, il ragazzo italiano ferito, e i due miei compagni del 115° Reggimento morti lì, vicino alla strada. E un’altra cosa ancora. Quando guardo le riproduzioni dei quadri, i quadri giovanili del Caravaggio — come L’indovina — il protagonista, un ragazzo tondo di faccia e ricciuto, mi sembra sempre uguale a quel soldato italiano che è rimasto là, nel lontano ’42, nei girasoli del Don.»
Lev Ivanovič Zhdanov · Memorie dattiloscritte · Museo scolastico di Poltavka, Bogučar
Il reperto
Il libretto di Bergamo — due autografi su una stessa pagina
Raccogliendo il libretto dalla neve, Zhdanov non capì nulla di ciò che c’era scritto. Ma lo portò con sé. Era un oggetto umile: un libretto di preghiere militari, edito a Bergamo nel 1939 dal cappellano Don Tamanza, distribuite ai soldati del presidio bergamasco prima della partenza per il fronte. Copertina nera in tela, una Madonnina con il bambino sulla prima pagina interna.
Sulla prima pagina c’era un autografo. Qualcuno aveva scritto a mano, con una grafia frettolosa o dialettale:
— Ti lascio questo ricordo, tuo Zio (grafia frettolosa, probabilmente al momento del congedo)
Prima pagina del libretto · Autografo del mittente · Lingua italiana
Qualcuno — uno zio, forse — aveva regalato quel libretto al soldato al momento della partenza per la Russia. Lascia a te questo ricordo. Come se già sapessero.
Zhdanov trascrisse fedelmente i caratteri latini, lettera per lettera, come si fa con un alfabeto straniero. Poi aggiunse il suo autografo, nella sua lingua: «16 dicembre 1942 — oltre il fiume Don, presso Bogučar.»
Due scritte, due lingue, due momenti. Uno zio bergamasco che dice addio a un nipote partente. E un giovane russo che trova nella neve l’unica traccia rimasta di lui.
Cosa vide Zhdanov in quegli occhi neri
E Caravaggio — il pittore di Bergamo — non poteva sapere che un suo quadro dipinto a Roma nel 1594 avrebbe attraversato tre secoli e mezzo per apparire in un campo di girasoli sul Don, nell’inverno del 1942, nel pensiero di un soldato che aveva scelto di non sparare.
Zhdanov non poteva sapere che il libretto era stampato a Bergamo, come il pittore. Ma teneva in mano tutti e due i fili senza saperlo: il viso del bersagliere, e il viso del cavaliere nell’indovina. La stessa città, lo stesso tipo umano, tre secoli e mezzo di distanza, e un campo di girasoli morti sul Don come punto di incontro.
«Il giovane con la spada aveva gli stessi occhi neri e espressivi di questo ragazzo ferito. Indicai all’italiano la strada. Vidi nei suoi occhi un calore, qualcosa come riconoscenza. Non l’ho ucciso. Forse sopravvisse.»
Lev Ivanovič Zhdanov · Memorie di guerra
Michele Sacchet
Fonti: Lev Ivanovič Zhdanov, memorie dattiloscritte · Museo scolastico di Poltavka, distretto di Bogučar · boguchar-pamyat.ru · stalingrad-battle.ru · Volgograd Pravda, 22 agosto 2014 · Elaborazione per Gruppo Alpini Salce – immagine di copertina creata con l’intelligenza artificiale
