IL COL MAÒR RACCONTA
Una scala di corda sulla Tofana, una lettera di rettifica e il raduno dei superstiti del «Belluno» nel 1966
Sulla prima Tofana, poco a nord-est del Castelletto, c’è un camino di roccia ripido e stretto. Gli alpini del battaglione «Belluno» lo salivano nel 1915 e nel 1916 per raggiungere un posto d’osservazione sopra le linee austriache. Lo chiamavano il Camino dei Cappelli. Cinquant’anni dopo, sulle pagine del Col Maòr, un vecchio ufficiale di quel battaglione volle spiegare perché.
Un nome spiegato male
Nel dicembre 1965 il notiziario del Gruppo pubblicò la seconda parte di un ricordo di guerra, «La Quinta “Mitragliatrici” e la mina del Castelletto», concesso alla redazione da un «vecio» della classe 1894. Il racconto citava il Camino dei Cappelli e, in nota, ne dava una spiegazione: i cecchini austriaci colpivano con tanta precisione che agli alpini i cappelli volavano via. La stessa spiegazione, ammise poi la redazione, veniva dalla «Storia del Settimo».
Lo stesso racconto ricorda la scala che portava in alto: 360 gradini di corda, sistemati un anno prima dall’allora tenente Masini.
«I cecchini non c’entrano»
Nel numero di aprile 1966 Mario Dell’Eva, il «dem», pubblicò una rettifica. «Il caro vecio Piacentini (allora tenente)», scrisse, aveva mandato al Col Maòr una precisazione, confermata anche da Piero Pieri nel suo libro La nostra guerra fra le Tofane. La lettera fu riportata per intero.
Piacentini andava dritto al punto: «Non è esatta: i cecchini non c’entrano». Gli austriaci, spiegava, per lungo tempo non si accorsero nemmeno della presenza italiana in quel posto, che li dominava da vicino; e si fece di tutto perché non se ne accorgessero, perché era un ottimo punto d’osservazione e d’ascolto, ma difficile da difendere.
Il camino era fatto di quattro gradoni, ciascuno di circa settanta metri. La scala di corda era tesa da uno spigolo all’altro e a metà si incurvava sopra lo strapiombo. Bastava alzare un piede qualche gradino prima del centro perché l’equilibrio si spostasse e la scala girasse di centottanta gradi. L’alpino continuava a salire così, rovesciato, per otto o dieci gradini; poi un colpo di reni lo rimetteva dritto, fino alla girata successiva.
Era quel giro, a testa quasi in giù, a far perdere il cappello. Che rotolava, scrive Piacentini, «fino… al Rio Costeana, 600 metri più sotto». Prima il passaggio si chiamava semplicemente il Camino; poi qualcuno aggiunse «dei Cappelli», in ricordo di quelli spariti nel vuoto. Succedeva solo le prime volte: dopo, ognuno imparava a calcarsi il cappello in testa così bene da tenerlo anche a testa in giù.
Il «dem» si scusò per l’errore e, nella pagina seguente, provò a disegnare la salita. «Non abbiamo la mano di Giotto o di Leonardo da Vinci», avvertì.

Chi era «il vecio Piacentini»?
La lettera del 1966 non riporta il nome di battesimo. Le stesse pagine del Col Maòr, però, permettono di seguire una traccia. Nel medesimo numero di aprile un Piacentini compare tra gli ex del «Belluno» che propongono di riunire i superstiti per il cinquantenario della mina del Castelletto. E nell’elenco dei superstiti presenti al raduno di luglio c’è un solo Piacentini: «Piacentini Egidio (Malcesine Garda)».
È quindi molto probabile che l’autore della rettifica sia Egidio Piacentini, l’amico veronese del «Belluno», ufficiale del battaglione nella Grande Guerra e amico del Gruppo di Salce fino all’ultimo. Manca ancora, però, un documento che unisca in modo esplicito il suo nome alla lettera. Per ora resta un’ipotesi forte; se qualcuno conserva l’originale della lettera o altre carte di Piacentini, potrebbe aiutarci a chiudere la questione.
2 e 3 luglio 1966: i «veci» tornano a Forcella Bois
La rettifica uscì mentre si preparava qualcosa di più grande. Un gruppo di superstiti del «Belluno» aveva proposto di ritrovarsi tra le rocce delle Tofane per i cinquant’anni della mina del Castelletto, fatta brillare l’11 luglio 1916. Il comitato organizzatore era formato da Arrigoni, Dell’Eva, Forcellini, Polin e Sartorelli; la Sezione ANA di Belluno e il 7° Alpini si unirono all’iniziativa.
Il Col Maòr di agosto 1966 dedicò al raduno un numero intero. Sabato 2 luglio i «veci» deposero una corona al monumento del 7° Alpini e scoprirono una targa al tenente Luigi Forcellini; poi furono ricevuti dal sindaco Annibale De Mas. La sera, all’Albergo Italia di Cortina, il «dem» li elencò tutti, «nudi come alla visita di leva», con la sola città di provenienza. Fra gli altri: Silvio Dell’Eva e Primo De Min da Belluno, Piero Pieri da Torino, Celso Trevisan da Vicenza, Egidio Piacentini da Malcesine.

Domenica 3 luglio, a Forcella Bois, sotto le guglie del Castelletto, il cappellano militare del 7° celebrò la Messa al campo. Al Sanctus la fanfara suonò «Il Piave mormorava», poi la Preghiera dell’Alpino e il Silenzio, che rimbalzò «di cengia in cengia, di camino in camino». Il generale Roberto Olmi, che allora aveva comandato una compagnia del «Belluno», strinse la mano agli avversari di un tempo presenti alla cerimonia.
Poi i vecchi alpini si sparsero tra i sassi a cercare un muretto, un resto, qualcosa che ricordasse dove avevano dormito e trepidato. Mosè Bianchet, che sotto il Sass Misterioso aveva perso la vista, stava in disparte e «vedeva» tutto com’era allora. Piero Pieri, salito fino alla galleria della mina, si avvicinò al «dem»: pensava di trovarli tutti morti, disse, e invece l’aria delle Tofane doveva essere davvero portentosa.
Il «Lupo delle Tofane» e lo sciopero delle corriere
Nel resoconto c’è un dettaglio che riguarda da vicino Salce. Al ricevimento del sabato dal sindaco, attorno ai tre vecchi comandanti di compagnia, mancava soltanto «el diaol delle Tofane»: Angelo Schiocchet, socio del Gruppo, «trattenuto a casa dallo sciopero degli autoservizi».
La domenica, però, Schiocchet era lassù. Il «dem» lo vide in disparte a Forcella Bois insieme a Piero Pieri e a Celso Trevisan, mentre sfogliavano un album di vecchie fotografie ingiallite. Messe insieme, le due pagine del resoconto dicono questo: lo sciopero gli fece perdere la giornata di Belluno, non quella delle Tofane.
Cosa raccontano oggi queste pagine
Una scala di corda, un cappello che rotola per seicento metri, un vecchio ufficiale che a cinquant’anni di distanza scrive per correggere un errore. Nelle pagine del Col Maòr del 1965 e del 1966 la memoria della guerra passa attraverso i dettagli, e attraverso le amicizie che il «dem» seppe tenere vive tra Salce, Belluno e i superstiti del «Belluno» sparsi in tutta Italia.
Se conservate lettere, fotografie o ricordi di famiglia legati al raduno del 1966 o a Egidio Piacentini, potete scrivere al Gruppo Alpini Salce: ogni informazione viene verificata prima di entrare nel racconto.
📚 Dalle carte della memoria
- «La Quinta “Mitragliatrici” e la mina del Castelletto» (2ª parte), firmato «Jocéro», Col Maòr n. 6, dicembre 1965, pp. 2-4.
- «Il Camino dei Cappelli», lettera di Piacentini con nota di «dem», e «Nonni del “Belluno” – Adunata!!!», Col Maòr n. 2, aprile 1966, pp. 2-5.
- «Adunata superstiti del Battaglione Alpini “Belluno”», circolare e programma, Col Maòr n. 3, giugno 1966, pp. 1-2.
- «3 luglio 1966 – Adunata al Castelletto dei superstiti del Batt. “Belluno”», firmato «Dem», Col Maòr n. 4, agosto 1966, pp. 1-6.
- Piero Pieri, La nostra guerra fra le Tofane, citato dal Col Maòr come conferma della lettera.
Dal maggio 1915 al novembre 1918 gli Alpini combatterono sul fronte più alto d’Europa, e il Bellunese non fu retrovia ma prima linea. Puoi leggere gli altri articoli sulla Grande Guerra.


